Le anime di Carloni: mito, allegoria e fede
A tre secoli dalla realizzazione degli affreschi dell’Annunciata e del Collegio. Un viaggio tra i capolavori di questo maestro intelvese del Rococò europeo
Lettura 5 min.Esattamente tre secoli ci separano da due capolavori realizzati da Carlo Innocenzo Carloni (1686/7-1775), l’unico artista comasco - precisamente originario di Scaria d’Intelvi, ma dal 1738 residente anche a Como in Contrada di Porta Nuova, al no. 70 dell’attuale via Volta - capace di rivaleggiare con maestri internazionali della pittura rococò del calibro di Giambattista Tiepolo, distinguendosi per l’ariosa teatralità delle sue figure e l’armoniosa eleganza del suo cromatismo impostato sui toni tenui del rosa e dell’azzurro. Due opere sorte a strettissimo giro in due edifici non geograficamente distanti della nostra città, ovvero la Basilica del SS. Crocifisso e il Pontificio Collegio Gallio, in cui sembrano esaltarsi, compenetrarsi e completarsi in tutta la loro esuberanza e il loro virtuosismo le due anime contrapposte del Carloni, quella laica e quella profana. Quella religiosa-devozionale e quella mitologica-allegorica.
Due opere a strettissimo giro
Procediamo con ordine. Già tra il 1712 e il 1719, su impulso del confratello Giovanni Corti, si provvide a stanziare i fondi necessari alla costruzione della Cappella della SS. Annunciata - la seconda sulla destra - ma fu solo tra l’aprile e il giugno del 1725 che i confratelli si mobilitarono per affidarne la decorazione pittorica all’intelvese, scelto sulla scorta di una non precisata opera che l’artista aveva già dipinto in città e che aveva raccolto il plauso dei committenti. Consultando i verbali della confraternita presso l’archivio dell’Annunciata, apprendiamo come furono il marchese Marco Antonio Odescalchi, don Francesco Gazzinelli - avvocato fiscale della città, residente in via Rodari - il priore, il sottopriore e un tale Marcello Fontana a ordinare «al detto dipintore di far subito il disegno, sentire le di lui pretensioni, ed inappresso determinare quanto stimeranno più proprio per il maggior vantaggio della Scuola».
Ad affiancare il Carloni intervennero - oltre al fratello maggiore Diego per gli stucchi - due quadraturisti, specializzati nella rappresentazione prospettica di illusorie architetture ad affresco: Carlo Giuseppe De Vincenti, detto il Comaschino, e Giovanni Domenico Dobler, quest’ultimo già attivo al tempo a palazzo Mugiasca di via Volta. Carloni si riservava, invece, la stesura della parte figurativa al fine di foderare l’intera cappella con finissime decorazioni dorate “alla cinese”, di grazioso gusto rococò.
Carloni entro il 1726 ritrasse ai lati, olio su tela, la “Presentazione della Vergine al tempio” e la “Natività della Vergine”, ma anche, ad affresco, la cupola con il “Trionfo dell’Immacolata e angeli in gloria” e i quattro pennacchi con le quattro virtù teologali (solitamente tre): Fede, Speranza, Carità e Umiltà, riconoscibili rispettivamente dal giogo e dalla croce, dal giglio, dai bambini allattati al seno materno e, infine, dall’agnello e dalla corona calpestata.
I lunettoni laterali raffigurano, a destra, Lo sposalizio della Vergine tra i profeti Isaia ed Ezechiele con le seguenti citazioni “Semen tuum florebit” (il tuo seme fiorirà) e “Non deficiet fructus eius” (Non verrà meno il suo frutto), mentre a sinistra “Sant’Anna che istruisce sua figlia Maria” tra i profeti Daniele e Geremia corredati dai passi “Sanctus de cielo descendit” (Santo discese dal Cielo) e “Ab ista egredieris” (da questa [alleanza con l’Egitto] uscirai).
Degna di menzione, la statua marmorea opera del ticinese Pietro Lironi, risalente al 1672 e proveniente dalla distrutta chiesa delle monache di Santa Margherita - nell’attuale via Borsieri - che non a caso raffigurava “Santa Margherita con il drago”, ma che nel 1936 - su spunto dell’allora vescovo di Como Alessandro Macchi - fu trasformata in una “Santa Vergine che calpesta il drago” con l’aggiunta di una falce di luna sotto i piedi. Sito, invece, sul versante occidentale del chiostro del Pontificio Collegio Gallio - eretto per volontà dell’omonimo cardinale comasco Tolomeo nel lontano 1583 - lo scalone monumentale costituisce senza dubbio l’elemento artistico di maggior pregio all’interno del complesso, sia dal punto di vista architettonico, sia da quello pittorico: due ampie rampe balaustrate in serizzo racchiudono ai loro piedi la scultura lignea opera dell’intagliatore comasco Andrea Redaelli (†1725) e raffigurante Ercole, coperto della pelle del Leone di Nemea, nell’atto di reggere una fiaccola nella mano destra e la celebre clava in legno d’ulivo nella sinistra.
Originariamente la fiaccola altro non era che un lampione, atto non solo a illuminare lo scalone, ma anche a verticalizzare lo sguardo del visitatore verso il sontuoso impianto decorativo della volta: nel 1726 Carlo Innocenzo Carloni affrescò qui, infatti, “Ercole introdotto nell’Olimpo”, ma fu richiamato nel 1758 «a riparare la pittura assai guasta» senza stravolgere l’impianto di base.
Al centro di uno scudo di forma quadrilobata osserviamo, al culmine di un’ardita composizione a spirale ascendente, la coppia Giove e Giunone (accompagnati rispettivamente dall’aquila e dal pavone) nell’atto di incoronare Ercole, a sinistra, ricevuto nell’Olimpo e guidato dalla fiaccola della Sapienza. In alto a sinistra distinguiamo Venere e il figlio Eros - riconoscibili rispettivamente da una coppia di colombe, le Peleiadi, e da un arco - e Mercurio, dotato di caduceo ed elmo alato, mentre ai piedi di Giove la triade Saturno (con la falce del tempo), Marte (di spalle in assetto da battaglia) e Poseidone (con il tridente). Nella parte inferiore un’alata Atena-Nike (personificazione della Vittoria e della Virtù) scaccia e rovescia - armata di elmo e scudo - i Vizi, mentre nella parte superiore riconosciamo Apollo dalla cetra (o lira) e Bacco dalla presenza dell’uva, suo attributo. Completano questo affollato medaglione un angelo con due trombe, personificazione della Fama, a sinistra, e una rassegna di putti alati.
Ercole accede alla dimora degli dei al termine di dodici celeberrime imprese ed è ricompensato con lo sposalizio di Ebe - dea della giovinezza figlia di Giove e Giunone - per aver intrapreso la via della virtù e non quella del vizio, per aver disciplinato la forza bruta con i valori propri dell’Umanesimo: il motivo allegorico-encomiastico, dai connotati tardobarocchi di area romana e diffusissimo in tutte le dimore nobiliari italiane e straniere (viennesi in particolare) in cui operò il Carloni, si carica nel contesto del Collegio Gallio di uno specifico messaggio educativo.
Dalla documentazione in possesso del Collegio scopriamo non solo che il Carloni venne pagato 500 lire - compresi vitto e colori - per l’esecuzione dell’affresco, ma che gliene vennero corrisposte altre 220 per il succitato restauro del 1758. La composizione dell’opera presenta, inoltre, fortissime analogie con altre opere superstiti del maestro intelvese, in particolare un’ “Apoteosi di Ercole”, olio su tela di una privata collezione ticinese e tre disegni rappresentanti “Ercole accolto da Ebe” (1726, collezione privata a Monaco) e due versioni di “Ercole accolto da Giove nel Parnaso” (1721, una a Monaco e una al British Museum di Londra): schizzi ad inchiostro e matita tutti contestuali o preliminari al grande capolavoro comasco, raffinato connubio di trasognata leggerezza e aristocratica monumentalità.
Vocazione migratoria: Austria e Germania
L’intero affresco è incorniciato da un imponente ribassamento sormontato da una loggetta balconata in legno e impreziosito da quadrature dipinte, mentre sulle pareti dello scalone quattro cartelle a trompe l’oeil - probabile opera del Giussani - rievocano altrettante fatiche di Ercole, ovvero l’Uccisione del Leone di Nemea (I fatica) l’Uccisione dell’Idra di Lerna (II), la Dispersione degli uccelli del lago Stinfalo (VI) il Recupero di Cerbero dagli Inferi (XII).
La vocazione migratoria tipicamente intelvese permetterà al Carloni di operare per oltre un trentennio in Austria e in Germania per poi ristabilirsi tra Como e la nativa Scaria dal 1735, introiettando la lezione del Morazzone e di Giulio Quaglio - conterraneo di cui era stato allievo - come quella di Pietro da Cortona, Luca Giordano, Andrea Pozzo e Sebastiano Ricci, e contaminando un già ricchissimo e variegato repertorio formale con il meglio del colorismo veneto e dell’illusionismo tiepolesco. Altri capolavori comaschi lo attendono, tra cui - nell’omonima chiesa - “Sant’Eusebio adora l’immagine della Madonna del Buon Consiglio” (1753-1754) e in San Fedele i quattro sfolgoranti teleri che impreziosiscono la Cappella del Crocifisso con altrettante “Storie della Passione di Gesù” (1765-1767).
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