Leonardo Da Vinci un artista freelance: «Il primo di sempre»

Ricerca Uno studio dell’economista comasco Canova sui ricavi ottenuti dall’ingegnere cambiando “padroni”: «Capiva e sfruttava già il valore del marchio personale»

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Quando Leonardo Da Vinci muore lascia un’eredità destinata a essere oggetto di discussione tra i suoi studiosi: nove dipinti, del valore di 520 scudi, la moneta in uso nell’Italia di allora. E lascia tutto questo nelle mani del discepolo Giacomo Caprotti, detto Salaì. Di qui il dibattito: possibile che Leonardo Da Vinci, il grande artista e ingegnere invitato alle corti degli Sforza a Milano, dei Borgia, ad Anghiari, presso Charles D’Amboise e infine al servizio di Francesco I in Francia, fosse stato povero in punto di morte?

Lo studio grazie all’AI

A questa domanda prova a dare una risposta Luciano Canova, economista comasco: «Un’amica storica dell’arte qualche tempo fa mi ha suggerito un libro contenente gli atti di un convegno di studiosi di Leonardo in cui erano annotati molti numeri e spese - spiega Canova - L’idea che avevo da tempo era costruirci un dataset e mettere ordine, perché Leonardo era molto disordinato, ma è stato solo grazie all’AI Claude code che ho potuto decifrare e organizzare il materiale: 144 voci documentate, dal grano del podere di famiglia ai dipinti. Così sono arrivato alla conclusione che nella storia economica di Leonardo c’è un’evoluzione netta nel profilo reddituale, sia liquido che non liquido».

La «biografia economica» dell’artista e ingegnere, come la descrive Canova, rivela infatti che Leonardo era tutt’altro che povero e mal pagato, ma era anzi l’esempio di come nel Rinascimento si stesse sviluppando una figura professionale del tutto nuova: «Era un artista di corte, intermedio fra l’artigiano medievale, legato cioè a una bottega e pagato a opera, e il professionista moderno, libero, mobile, salariato. Quasi un freelance di oggi, in pratica».

La biografia economica dell’artista

Nella ricostruzione effettuata da Canova sugli atti del convegno si delineano quattro fasi della “biografia economica” di Leonardo. La prima è quella che l’artista vive a Firenze nella bottega del Verrocchio, a cui il padre lo affida, dove esegue le prime commissioni autonome. Quindi tocca a Milano dove Leonardo viene chiamato dagli Sforza: qui passerà 17 anni al servizio di Ludovico il Moro come ingegnere, pittore, architetto e scenografo. Quindi si sposta tra varie corti per 14 anni e, infine, passerà da Roma, al servizio di Giuliano de’ Medici, e poi, come pensionato, in Francia presso Francesco I.

«Leonardo era consapevole che ai nobili interessava avere una figura come lui - spiega Canova - Quando si presenta da Ludovico il Moro non parla di sé solo come artista, ma anche come architetto e ingegnere: è come se vendesse la propria fama, il proprio marchio personale». È un periodo, quello dopo la fase fiorentina, in cui il capitale liquido di Leonardo cresce sempre di più, ma l’apice della costruzione del marchio personale arriva con la pensione che gli offre Francesco I: «Va in pensione in Francia come grande intellettuale: ha carta bianca su quello che vuole fare e nessun vincolo. Riesce a ottenere questo perché ha consapevolezza di sé e conosce il proprio status».

Il patrimonio invisibile

Un’evoluzione impressionante se si pensa che Leonardo Da Vinci è un figlio illegittimo, che la famiglia non fece mai studiare e che, per esempio, non conosceva il latino, lingua degli intellettuali del Rinascimento. Eppure il denaro non è tutto e anzi, come il caso di Leonardo dimostra, per un artista accorto di allora il denaro è solo una parte del patrimonio complessivo.

Nel Rinascimento c’è un’altra forma di pagamento che i signori offrono in cambio del servizio dato: ci sono i beni di consumo, i servizi residenziali, la copertura delle spese sostenute, i diritti d’uso reali (concessioni per l’acqua, gli spazi di lavoro, gli immobili: tutte cose che all’epoca valevano molto più di oggi ed erano difficili da ottenere) e infine le donazioni patrimoniali, come le dodici once del Naviglio milanese che Leonardo riceve da Luigi XII.

Canova la definisce «la componente invisibile del compenso di un’artista» e in questa individua l’elemento che giustifica i sali-scendi del patrimonio di Leonardo: il denaro diminuisce quando l’artista passa molto tempo al servizio di qualcuno, perché il pagamento si trasforma in altro. Per capire meglio la situazione di Leonardo, la cui quota invisibile arriva al 25%, Canova fa il paragone con Andrea Mantegna. Mantegna passa 47 anni di servizio continuativo presso i Gonzaga, attraverso tre generazioni di marchesi a Mantova e quasi metà del suo reddito è altro rispetto al denaro. Ma questa stabilità ha un prezzo ed è un prezzo molto alto, che Leonardo non è disposto a spendere: la quota invisibile del patrimonio di Mantegna era molto più difficile da alienare del denaro (nel 1502 l’artista fu costretto, su richiesta di Francesco Gonzaga, a vendergli la sua casa, che da quei signori aveva ricevuto in dono). «Leonardo invece era consapevole che il suo valore più grande era lui stesso ed era pronto a spostarsi di corte in corte in base a quanto gli veniva riconosciuto. E aveva l’imbarazzo della scelta. Era diventato quasi un artista freelance, forse il primo a esserne consapevole» conclude Canova.

Il primo affondo dell’economista comasco, che diventerà prossimamente una pubblicazione scientifica, nel mondo della storia dell’arte è frutto di uno spunto sviluppato grazie ai numeri, ma soprattutto grazie all’AI: «Uno strumento prezioso che apre orizzonti della ricerca e favorisce la collaborazione tra studiosi di discipline anche molto distanti, come la storia dell’arte e l’economia».

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