L’Ulisse di Nolan è erede di Oppenheimer

Attesa ben riposta quella nella pellicola del regista britannico nelle sale da giovedì. L’eroe è un reduce di guerra, la sete di conoscenza è la sua caratteristica centrale. Moderne le cause del conflitto e tante le commistioni con l’Iliade

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Como

È l’Odissea ma c’è parecchia Iliade. Il film di Christopher Nolan si lascia alle spalle tutte le polemiche alimentate da chi non l’aveva visto e arriva nelle sale come evento dell’estate. Un’attesa ben riposta, per un’opera che rilegge e attualizza i personaggi e le loro istanze, senza spingersi a giudicarli con gli occhi di oggi: certo, gli anacronismi come i personaggi (a partire da Elena) dai tratti non mediterranei o i guerrieri di tolla, possono essere criticabili, ma poco tolgono all’essenza dell’operazione.

Dopo il grande successo di “Oppenheimer”, il regista inglese porta avanti quei discorsi e l’“Odissea” ne è quasi la seconda parte, senza rifare lo stesso film. Se lo scienziato nucleare della bomba atomica era diventato il novello Prometeo che rubava il fuoco agli dei, qui Ulisse sfida gli dei, infrange la legge di Zeus e provoca Poseidone: il fuoco, come elemento distruttivo, è già scoperto, ma Odisseo, che ha frequenti visioni di fiamme e di Troia che brucia, vive nel rimorso di averlo usato. Anche la sete di conoscenza, altro elemento comune ai due personaggi, diventa una spinta inesauribile e pure una colpa da espiare, Ulisse deve prendere coscienza del punto cui è arrivato per arroganza e protervia. L’astuzia e l’intelligenza non bastano se non ci si sa fermare, se dopo la vittoria ci si lascia andare senza freni e senza rispetto per gli sconfitti. Ulisse è soprattutto un reduce di guerra, come aveva già evidenziato Uberto Pasolini in “Itaca – Il ritorno” del 2024 con Ralph Fiennes.

Anche le cause della guerra sono interpretate in chiave moderna: accanto al rapimento di Elena (che vedremo sfregiata in volto), c’è il desiderio di Agamennone di controllare le rotte commerciali a scapito dei troiani, come spiega Menelao a un Telemaco bisognoso di sapere. Questi, sempre all’ombra del padre assente, trova spazio accanto a una Penelope orgogliosa, ostinata e femminista.

Nolan non propone costruzioni ardite o scatole come ci aveva abituato in “Inception” o “Interstellar”, porta invece avanti e indietro nel tempo come in “Oppenheimer”, del resto l’Odissea conteneva già quasi tutte le strutture narrative, i più piani temporali, i flash-back, i ricordi, le visioni e così via.

Il film inizia con il cavallo sulla spiaggia di Troia, dove si torna più volte tra un episodio e l’altro del decennio di peregrinazioni verso casa: se alcuni episodi (Polifemo o l’isola dei Feaci) sono un po’ abbreviati, si compensa con la battaglia dentro le mura. Nolan riprende da l’Iliade pure il celebre incipit “Cantami o diva” del narratore e mescola sapientemente dramma sentimentale, mitologia, avventura e azione, con tanto di body horror e mostri.

Dal punto di vista tecnico, si ammira la consueta cura certosina del regista nel lungometraggio girato con cineprese Imax 65mm: è consigliata la visione all’Arcadia di Melzo, unica in Italia, con proiezione in pellicola e sonoro che fa tremare e sussultare per tre ore.

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