Maestri di frontiera, una chiesa modello

Il restauro. Un libro sulla parrocchiale di Sant’Eusebio a Castel San Pietro in Canton Ticino. Luogo di incontro e sinergie tra artisti lariani e svizzeri quando la diocesi era unica

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Promosso dall’Associazione Arte e Terra a Castello, un lungo restauro concluso nel 2022 ha messo in luce opere di alta qualità, ora valorizzate dagli studi di Anastasia Gilardi e Paolo Vanoli, curatori del volume “La parrocchiale di Sant’Eusebio a Castel San Pietro in Canton Ticino”, pubblicato da Silvana Editoriale. L’edificio racchiude opere di artisti che furono attivi in area comasca e in Ticino. Scritto e pensato da autori italiani e ticinesi in lingua italiana, corredato da ampio apparato fotografico, il testo è seguito dalla traduzione in lingua tedesca.

Nella prima parte del volume, Anastasia Gilardi presenta un quadro storico degli eventi rigorosamente fondato su fonti d’archivio e illustra il merito degli interventi di restauro. All’analisi storico artistica delle opere dedica alcuni capitoli il comasco Paolo Vanoli.

Un intrecciarsi di commissioni

Radicalmente sostituita la chiesa antica, a partire da un progetto del 1677 di Agostino Silva da Morbio, la chiesa nuova, a navata unica con quattro cappelle laterali, dal 1685 vide iniziare i lavori di decorazione, ultimati nel 1770. Doppio il ruolo del Silva, architetto e stuccatore: gli si attribuiscono alcune statue di Profeti. Ben documentati sono gli stucchi del lainese Giovan Battista Barberini, artista di fama internazionale, operoso nella cappella del Crocifisso, con il pittore comasco Giovan Pietro Bianchi. L’intrecciarsi di commissioni ad artisti comaschi con colleghi ticinesi, sia in terra lombarda sia svizzera, soprattutto nelle chiese, fu tanto scontata per l’unità dei territori nell’unica diocesi comense, quanto feconda di risultati artistici.

Contemporanei (1756-1758) gli stucchi del presbiterio e la sistemazione della facciata, opere entrambe di Francesco Pozzi di Bruzella, attivo in Germania: Ivano Prosperi ce ne offre una finora mancante biografia, mostrando come seppe adattare modelli francesi al contesto della chiesa (1756-1759), senza rinunciare a spunti personali, predisponendo in un perfetto accordo dell’insieme le cornici ad affreschi e tele dell’intelvese Carlo Innocenzo Carloni (1760), pittore rococò di fama internazionale. Paolo Vanoli ne tratta ampiamente.

I santi Eusebio e Vittore affrescati sulla volta nel 1685 sono assegnati ai comaschi Giovan Paolo Recchi e ai suoi nipoti per la stretta analogia con quanto dipinsero a Brunate (1679). Sulla stessa volta negli anni ’90 dipinse anche Pietro Bianchi, ultimo erede della bottega dei Bustino, che Vanoli accosta ai suoi ariosi dipinti di Brienno e Roncaglia in Valtellina osservando il progressivo abbandono dei moduli derivati dal Morazzone che il Recchi non dismise mai come a Castel san Pietro ancora attestano gli angioletti in volo con i rami di palma del martirio e i due santi inginocchiati, dei quali Eusebio riprende il sant’Eutichio dipinto oltre 40 anni prima in S. Giorgio a Como.

Pietro Bianchi dipinse anche nella Cappella del Crocifisso, collaborando con Giovan Battista Barberini, che probabilmente lo volle al suo fianco, come in altre imprese. A Catel San Pietro il Barberini lascia la sua ultima, altissima opera, dopo una lunga carriera artistica ricca di capolavori (1688-1690). Nel trattarne, Paolo Vanoli spiega con esemplare chiarezza le progressive scelte stilistiche dello stuccatore con i contatti maturati nel corso degli ultimi decenni del Seicento, in un quadro ampio e approfondito della storia artistica lombarda. La teatrale composizione barberiniana fu concepita attorno alla scultura lignea del Crocifisso, già ritenuta opera spagnola, ma ricondotta all’ambito di fra’ Giovanni da Reggio, scultore francescano, dagli studi di Edoardo Villata, che gli dedica un saggio discutendo le diverse suggestive ipotesi sulla sua provenienza da Como.

Alle settecentesche cappelle minori dedica attenzione Anastasia Gilardi, scoprendo uno stuccatore sconosciuto in Pietro Pozzi, decoratore della cappella dei giustiziati, assieme a Carlo Francesco Moreschi. L’attribuzione allo stuccatore Francesco Pozzi della cappella di S. Antonio da Padova è confermata.

Gli intagliatori

Significativo l’apporto di intagliatori come il ticinese Giovanni Albino Carabelli per eleganti reliquiari lignei (1732) e pulpito (1742), il bellagino Andrea Albiolo, al cui ambito è ricondotta la statua della Madonna del rosario (1738), Giuseppe Carabelli autore della cantoria, della cassa dell’organo e della bussola (1770).

Non si rinunciò alla specifica competenza degli scalpellini di Viggiù: Antonio Monzini realizzò l’altar maggiore (1759), Giacomo Pellegatta la fantasiosa balaustrata (1765). Molte altre sono le opere di artisti di qualità, anche stranieri, ma non identificati. Meritano un richiamo le tele di Angelo Pozzi (dal 1776), come il “Sacrificio di Isacco” e “La Samaritana al pozzo”. Al pittore, figlio del citato architetto e stuccatore Francesco, dedica uno specifico capitolo Anastasia Gilardi, che ne mette in evidenza l’attività di ritrattista.

Nel libro non viene dimenticata un’opera che non è più in chiesa: il seicentesco “Battesimo di Cristo” di Francesco Torriani, tela già nel battistero. Ne tratta Laura Damiani Cabrini. Giuseppe Clericetti illustra l’organo Serassi-Bernasconi e Florindo Brazzola il campanile, le iscrizioni sulle campane concludendo con riflessioni sul rapporto tra iconografia e messaggio religioso. Le fatiche della ricerca di pregevole lavoro non rimarranno senza feconde conseguenze per i futuri studi.

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