Mario Martinelli e la Resistenza, memorie d’un padre

Il libro Il senatore Dc raccontato dal figlio giudice: «Nei suoi archivi la Como che si è opposta ai fascisti. La memoria indispensabile per tenere viva la storia»

Una villetta circondata dal verde tra via Dante e via Petrarca. Il cuore della Resistenza comasca ha iniziato a pulsare in quelle stanze. Tra il soggiorno e la cucina della casa che fu di Mario Martinelli. Sfidando la polizia politica, le brigate nere, i collaborazionisti del fascismo più becero, l’allora commercialista, destinato a ricoprire ruoli di primo piano nei primi trent’anni di vita democratica del nostro Paese, apriva le porte a comunisti, socialisti, azionisti, liberali, democristiani. Per far nascere i Comitati di Liberazione Nazionale, nuclei comaschi di quel movimento che contribuì a liberare l’Italia dalla dittatura squadrista.

Un impegno tenace

A raccontare la Como antifascista e l’impegno nella Resistenza, pericoloso, ma tenace e convinto, di Mario Martinelli (parlamentare Dc per sette legislature, ma anche ministro e sottosegretario fino agli anni Settanta) è il figlio Pietro, già giudice di Como. E autore di un libro (edito da Nodo Libri) dal titolo: “Mario Martinelli nella Resistenza”.

«Questo libro è stato lentissimo. L’ho iniziato nel 2016, ma senza l’idea di pubblicarlo - spiega Pietro Martinelli - L’idea è venuta andando a guardare l’archivio di mio padre», un archivio composto da migliaia di documenti, appunti, ricordi. «Prendo il primo fascicolo e mi rendo subito conto che non sarei mai riuscito a sintetizzarlo. E allora mi sono chiesto: se dovessi scegliere un periodo da raccontare, quale sarebbe? Non ho avuto dubbi: quello della Resistenza».

Mario Martinelli ha fatto parte dell’Assemblea Costituente, è stato più volte ministro, ha dato una scossa vitale a lavori pubblici che hanno cambiato il volto del Paese (ad esempio ha spinto a ripensare la rete ferroviaria italiana), è stato una figura di riferimento per la politica nazionale nel periodo del dopoguerra e fino agli anni Settanta inoltrati. Ma quel Martinelli è inevitabilmente figlio di un altro momento storico: quello della Resistenza comasca.

«Mentre lavoravo sugli archivi di mio padre - prosegue l’autore del libro, che sarà presentato il prossimo 29 aprile nell’aula magna al quarto piano del Tribunale di Como - vengo invitato a parlare degli anni della Resistenza a una conferenza». In platea ci sono tanti giovani studenti: «Alcuni si chiedevano chi fosse Mario Martinelli, e questo è comprensibile. Ma c’era anche chi non sapeva cosa fosse la Resistenza. In quel momento è cambiato il mio orientamento: no, non scrivo più poche decine di pagine per noi famigliari, ma un libro per conservare la memoria» di quegli anni in cui anche a Como nacquero i Comitati di Liberazione Nazionale.

«Mio padre era un archivista. Conservava tutto. Ha tenuto tutti gli annuari. Aveva raccolto il consiglio di mio nonno che diceva: “la memoria cammina… tu credi di ricordare le cose com’erano, ma la memoria si muove. Devi scrivere tutto”. E così lui ha fatto». Il materiale che ha consultato Pietro Martinelli è stato immenso. Ma in quell’archivio manca un pezzo importante: «Nel periodo della Resistenza c’era una cosa che non si poteva fare perché pericolosa. Annotare gli incontri, i nomi, gli episodi, i fatti. Sarebbe stata una follia, farlo. Così ho dovuto ricostruire quel periodo attraverso ciò che mi ha raccontato lui e l’intreccio di altre testimonianze. Più ovviamente i riscontri obiettivi, come ad esempio l’episodio dell’arresto».

Dei mesi trascorsi nel carcere comasco di San Donnino prima e poi in quello milanese di San Vittore, Mario Martinelli «ha parlato pochissimo finché è stata viva mia madre. Credo fosse un argomento doloroso per entrambi». E successivamente «è sempre stato molto delicato nel raccontare e nel dire». Anche se quei mesi devono essere stati terribili. A cominciare dal giorno dell’arresto: «Lui ha tentato la fuga dalla veranda e fuori si sono sentiti due colpi di pistola: cosa può aver pensato mia madre? Lì si sparava a vista. Mia sorella maggiore aveva 8 anni, quando ha visto il padre che veniva portato via. Lo ha preso per una gamba gridando: “lasciate stare mio papà”». Eppure nonostante l’attesa del suo rientro, il desiderio di riabbracciarlo, la figlia più piccola, 5 anni, quando - otto mesi - dopo è tornato a casa «non l’ha riconosciuto. Lui è entrato e lei si è messa di fianco alla mamma e ha chiesto: “ma chi è quel signore lì?”. Era suo papà». Pietro Martinelli racconta e gli occhi si fanno lucidi: «Il tempo copre, ma poco. La memoria e il dolore, sotto la cenere restano sempre accesi».

Dove si colloca il confine tra memoria e storia nel libro su questo eroe civile della Resistenza? «La storia dev’essere ricordata. E la memoria aiuta a farlo. Il problema è che il ricordo è un aspetto soggettivo e allora bisogna tornare alle annotazioni, ai riscontri, ai dati obiettivi. Ma la memoria è essenziale, perché vuol dire la presenza concreta nelle persone dei fatti storici».

Fiducia nelle persone

Dall’opera di Pietro Martinelli emerge una Resistenza fatta prima di tutto di relazioni: «Uno degli aspetti importantissimi e di grande merito dei Cln era la capacità di conoscere le persone, di vedere le loro qualità indipendentemente dall’appartenenza politica. E di voler costruire una strategia insieme. Si fondavano su un principio rigoroso: le decisioni dovevano essere prese all’unanimità. Principio pericoloso, ma nei Comitati di Liberazione Nazionale c’era la fiducia nelle persone, si andava tutti verso una identica direzione. Magari dopo una discussione ampia e vivace, ma c’era la capacità di vedere negli altri un obiettivo comune che si può costruire insieme». Decisioni unanimi anche se difficili: «Dopo la rappresaglia delle fosse ardeatine, si avviò un dibattito forte che partiva da questo concetto: non possiamo essere d’accordo sul fatto che degli innocenti paghino per la nostra attività. Ma dopo un lungo confronto si è deciso di andare avanti. Perché “se ci fermiamo di fronte alla minaccia delle rappresaglie non possiamo fare niente”».

Il libro su Mario Martinelli fa capire quanto il 25 Aprile sia il punto di arrivo di un processo lungo, un punto di arrivo che non può essere ridotto a una celebrazione. Altrimenti «si perde l’aspetto più importante della memoria: come e perché si è arrivati al 25 Aprile. Quale impegno è servito, quali sacrifici è costato. Se resta una celebrazione perdiamo il senso. Celebrare i morti va bene, ma i morti non sono tutti uguali. Perché bisogna capire chi erano i morti che hanno consentito di arrivare alla nostra libertà. Bisogna sapere perché e cosa è costato arrivare alla Liberazione».

E allora la giornata di oggi torni a essere memoria vera. Una memoria che passa anche dai libri come quello di Pietro Martinelli, capaci di restituire una geografia inedita di Como: la mappa dell’impegno civile. «Sono pagine della nostra storia» conclude il figlio di Mario Martinelli. Pagine che percorriamo quotidianamente. Sfogliando le pagine troviamo una Como che non è fatta di monumenti, ma di case, studi, relazioni, percorsi tra un luogo e l’altro. Una città invisibile fatta di incontri, reti di conoscenza. E di fiducia reciproca oltre le ideologie. Perché senza quella fiducia la Resistenza sarebbe stata impossibile.

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