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Giovedì 05 Febbraio 2026
Monkees, breve vita della prima boy band
Anniversari Sessant’anni fa l’esordio del gruppo costruito a tavolino per cavalcare l’onda generata dai Beatles. Scelti per l’aspetto e le capacità recitative, in realtà sapevano anche suonare. Ma il loro successo durò solo due anni
All’origine di tutto ci sono, come sempre, i Beatles. Quei Beatles che travolsero improvvisamente gli Usa, che li scoprirono, sì, in ritardo, ma a quel punto se ne innamorarono perdutamente. Dopo di loro giunse una pletora di altre band, tutte britanniche, tutte con i capelli lunghi a caschetto, tutte con allegre canzoni “yé yé”, quando non rimasticavano il blues per rispedirlo direttamente agli ignari mittenti. Ma l’immagine, per gli imprenditori sconcertati, era tutto.
Lennon profeta
Videro “A hard day’s night” e, soprattutto, “Help!”, due film dal successo planetario, e iniziarono a pensare che si potesse tentare di replicare quella formula. Del resto fu lo stesso Lennon ad affermare, in un’intervista, che se avessero saputo qual era il segreto del loro successo, avrebbero fondato un altro gruppo e ne sarebbero diventati manager. Quali erano i segreti di quel successo? Secondo gli americani era un mix di giovinezza, look, allegria, senso dell’umorismo, belle canzoni e, inoltre, l’amalgama delle personalità.
Quattro archetipi che conquistavano le ragazze e in cui i ragazzi potevano riconoscersi
I Beatles non erano una formazione confezionata a tavolino, ma c’era il leader (John), il bello (Paul), il tenebroso (George) e il clown (Ringo): quattro archetipi che conquistavano le ragazze e in cui i ragazzi potevano riconoscersi. Ecco, quindi, che a due quasi giovani - l’aspirante regista Bob Rafelson, e il produttore in erba Bert Schneider - fu concesso di sviluppare un progetto che covavano almeno dal 1962: realizzare uno show televisivo su una band. Se prima non ricevevano attenzione da nessuno, grazie ai Beatles poterono mettersi al lavoro. Prima cercarono un gruppo già esistente - candidati più papabili i Lovin’ Spoonful - ma presto si resero conto che per stare davanti alle telecamere non servivano dei musicisti che fossero, forse, anche in grado di recitare, ma degli attori che, semmai, sapessero imbracciare uno strumento, ma non era così importante. Così, dopo infiniti, provini, si arrivò nel 1966 alla nascita dei Monkees.
Il bello, il riflessivo, il taciturno e il divertente
Avevano tutto: erano quattro, erano capelloni, c’erano il bello, Davy Jones, un teen idol con un piccolo passato pop, il riflessivo Michael Nesmith, il taciturno Peter Tork e il divertente Micky Dolenz. Per le canzoni non c’era problema: bastava bussare al Brill Building di New York, fucina di talenti, e avrebbero risposto autori come Gerry Goffin e Carole King o un giovane Neil Diamond, pronti a sfornare hit come “Last train to Clarksville”, “I’m a believer”, e “Daydream believer”. Era nata la prima boy band, preconfezionata per il pubblico dei teenager, 60 anni fa. Il successo fu strepitoso, ma durò pochissimo: giusto un paio d’anni. Si scoprì presto che i Monkees - che, al contrario della maldicenza popolare, sapevano suonare - in sala di registrazione erano rimpiazzati da musicisti di maggiore esperienza e bravura, come accadeva anche ai Beach Boys, ai Mama’s & Papa’s e a tanti altri, ma l’autenticità era diventata fondamentale per essere credibili e poi il rock si evolveva: di fronte a Doors, Jefferson Airplane e alle nuove band genuine e di successo, i “prefab four” erano destinati a soccombere.
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