Nessun finale è come quelli di Hemingway

La rubrica. Un classico al mese fino alla fine dell’anno, raccontato attraverso chiavi culturali contemporanee. Il modo in cui si chiude “Fiesta” ricorda che un bravo scrittore è quello che sa chiudere la storia al momento giusto

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Nel 1926 venne pubblicato “The sun also rises”, più conosciuto con il titolo di “Fiesta”, primo romanzo del ”maestro del non-detto”, ovvero Ernest Hemingway.

Di fatto però Hemingway lo era già, uno scrittore. In quegli anni, dopo essere stato privato del vitalizio da parte della famiglia, si era trasferito dapprima a Toronto, poi a Chicago e infine a Parigi. Proprio a Toronto aveva cominciato a scrivere per un giornale locale, il Toronto Star, per il quale continuò a lavorare anche come inviato una volta trasferitosi in Europa.

In quegli anni viaggiò per tutto il continente: molto importante fu la visita a Constantinopoli nel 1922, quando la Turchia di Atatürk era entrata in guerra con la Grecia per liberare la penisola anatolica da ogni altra etnia presente sul territorio. L’Europa intera era ancora segnata dalle cicatrici della Prima guerra mondiale e i viaggi di Hemingway si arricchivano per questo di un vasto materiale narrativo – in quegli anni intervistò persino Mussolini, quando era ancora direttore de “Il Popolo d’Italia”. Nella sua testimonianza dell’esodo dei greci dalla Turchia, Hemingway scrisse uno dei passi più noti del reportage di guerra. I contadini, che non potevano portare con sé i loro animali da soma, spezzarono le zampe anteriori ai muli, lasciandoli nell’acqua bassa del mare. Ed Hemingway scrisse: «Era una faccenda divertente. Parola mia, sì, una faccenda molto divertente».

Questo passaggio finale rappresenta forse una delle cifre più evidenti nella scrittura di Hemingway, quel sarcasmo pungente e quell’asciuttezza disarmante che lo hanno reso il maestro che ricordiamo ancora oggi.

«Saremmo stati bene assieme»

Ed è proprio nella scrittura dei finali che l’americano aveva effettivamente un talento straordinario. Questo su Smirne è solo il primo di una lunga serie: “Il vecchio e il mare”, “Per chi suona la campana” e “Addio alle armi”, per il quale scrisse addirittura cinquanta versioni diverse.

Il primo romanzo dal finale eccezionale però è proprio “Fiesta.” Con buona pace di chi non ama gli spoiler, verrà riportato qui di seguito integralmente, in lingua inglese. «Oh Jake,’ Brett said, “we could have had such a damned good time together”. Ahead was a mounted policeman in khaki directing traffic. He raised his baton. The car slowed suddenly pressing Brett against me. ”Yes.” I said. ”Isn’t it pretty to think so?”» («“Oh, Jake” Brett disse. “Noi due saremmo stati bene assieme”. Di fronte a noi su una pedana, un poliziotto in kaki dirigeva il traffico. Alzò la sua mazza. La macchina improvvisamente rallentò, spingendo Brett contro di me. “Già” dissi io, “non è bello pensare così?”»).

Il più grande spoiler possibile

Questa domanda è l’ultima frase del romanzo. E sebbene si tratti del più grande spoiler che si potesse fare, chi non ha letto il libro non può avere gli strumenti per decifrarne la grandezza. “Fiesta” racconta di Jake Barnes, alter-ego di Hemingway, che parte insieme a una folta compagnia di amici alla volta di Pamplona per assistere alla Feria di San Fermin. Tra i compagni di viaggio di Jake ci sono Brett Ashley, della quale è perdutamente innamorato, e Robert Cohn, autore frustrato, già aspirante pugile, e ossessionato da Brett.

La compagnia, partendo proprio da Parigi, dove Hemingway viveva insieme alla prima delle sue quattro mogli, va in Spagna ad assistere alla corrida, a bere, a divertirsi e a cercare distrazioni nella vita colorita della penisola iberica.

Hemingway aveva da pochi anni scoperto il fascino per la corrida, fascino che lo avrebbe seguito poi nel corso di tutta la sua produzione letteraria, e che naturalmente riguarda anche opere come “Morte nel pomeriggio” e il già citato “Per chi suona la campana”.

Il viaggio del quale scrive in “Fiesta” è un fatto reale, che per lo scrittore divenne il punto di partenza per l’intera storia. La caratteristica decisiva del personaggio di Jake è l’impotenza, causata da una mina durante la guerra. Questa caratteristica fisica riverbera anche nell’animo di Jake: l’impedimento all’amore carnale rappresenta anche una forma di infelicità eterna, una vita spezzata dalla guerra, impossibilitata ad amare, ad amare appieno.

Questa triste verità esplode nel finale. Jake è innamorato, così come forse anche Brett, e non appena la ragazza pronuncia quella frase densa di malinconia – “Ci saremmo potuti divertire molto insieme” – Hemingway fa scattare una sorta di semaforo rosso, un poliziotto ferma improvvisamente l’auto, e Brett scivola addosso a Jake, premendo il suo corpo contro quello del protagonista.

Pantofole agli scrivani

L’ultima frase di Jake è carica, dunque, di quel sarcasmo che Hemingway aveva già mostrato nel racconto di Smirne. Racconta di un amore impossibile, di quelli che capitano a tutti.

La scrittrice Flannery O’Connor diceva che un grande scrittore è colui o colei in grado di «infilare pantofole di pezza agli scrivani». Il riferimento è chiaramente ad una scena di “Madame Bovary” in cui, mentre Emma sogna un amore perfetto e romantico, un amore impossibile, Flaubert fa passare sotto casa uno scrivano con le pantofole di pezza. Ecco, un grande scrittore è anche colui che, tra le strade di Parigi, sa quando infilare un poliziotto a fermare il traffico.

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