Rothko, il colore come spazio spirituale
Mostra. Non solo una retrospettiva, ma un viaggio nell’anima dell’artista: oltre 70 opere esposte a Palazzo Strozzi. Dalle influenze rinascimentali e toscane, come Beato Angelico, agli abissi cromatici della maturità. Fino al 23 agosto
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Quella di “Rothko a Firenze” non è una normale retrospettiva, ma un’indagine sul legame tra l’artista e la città: oltre 70 opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia. Mark Rothko (1903-1970), pseudonimo di Marcus Rotkovitch, è un pittore difficile da classificare: lui stesso rifiutava molte delle etichette che gli venivano attribuite. Generalmente collocato nell’Espressionismo Astratto americano - più precisamente nella corrente detta Color Field Painting (pittura dei campi di colore) - la definizione descrive più l’aspetto esteriore delle opere che la loro intenzione. Nonostante le sue tele mature siano caratterizzate da grandi formati, rettangoli di colore sospesi e sovrapposti, contorni sfumati e assenza di figure riconoscibili o narrazione, Rothko insisteva sul fatto che non stava dipingendo forme astratte. Disse che era interessato soltanto a esprimere «le emozioni umane fondamentali: tragedia, estasi, destino».
Sfumature sempre più solenni
Fino al 23 agosto a Palazzo Strozzi, l’edificio del 1498 che ospita la mostra principale, si aprono al visitatore i suoi abissi di colore: macchie - ma sarebbe meglio dire forme - che nascondono il tema centrale, che si lascia scoprire attraverso una serie di sensazioni che investono lo spettatore disorientato. Per questo la pittura di Rothko può essere letta come una ricerca contemplativa e spirituale, in cui il colore cessa di essere un elemento decorativo o formale per diventare veicolo di un’esperienza emotiva profonda. Come il gigantesco, e senza titolo, del 1952 - gialli e rosso di oltre tre metri per quattro - solitamente ospitato al Guggenheim Museum di Bilbao, o il Gray, Orange, Maroon No. 8 (1960), caratterizzato da toni più cupi. Guardando la successione cronologica delle opere, si nota bene il cambiamento di tono esistenziale della sua pittura. Le opere diventano progressivamente più solenni, drammatiche e meditative. Un momento cruciale è la commissione per il ristorante di lusso del Seagram Building a New York (1958): Rothko realizza una serie di grandi tele scure destinate al ristorante, ma a un certo punto si rende conto che sarebbero diventate semplici elementi decorativi di un ambiente mondano e ricco.
La commissione entra in conflitto con la sua idea dell’arte come esperienza quasi sacra e decide di restituire il compenso, tenendo le opere. Questo episodio segna una svolta: colori si fanno più scuri e l’atmosfera cambia radicalmente. Negli anni Sessanta la sua visione si fa sempre più austera: compaiono grigi, neri e marroni. La questione non è più la trascendenza attraverso la luce, ma una meditazione sul limite, sul vuoto e sulla condizione umana.
Lui, di origini lettoni, lasciò la Russia (quando nacque la Lettonia faceva parte dell’impero russo) all’età di dieci anni con la famiglia per emigrare negli Stati Uniti, stabilendosi a Portland, in Oregon. Restio a lasciare il suo studio per mettersi a viaggiare, amava invece recarsi in Italia, che ne stimolava l’immaginazione grazie alla sua immensa ricchezza architettonica, artistica e archeologica. Quella di Rothko per l’Italia era una fissazione, per il Rinascimento e l’antichità, tanto da suscitargli «nel profondo, un desiderio di emulazione».Dei pittori come il Beato Angelico o Giotto aveva apprezzato i colori e la composizione; col primo c’è un forte legame con la mostra composta anche da due spazi minori.
Gli spazi minori dell’esposizione
Il primo è l’ex convento di San Marco, dove cinque opere di piccolo formato realizzate dall’artista statunitense con tecniche differenti e appartenenti a momenti diversi della sua produzione sono poste in dialogo con cinque affreschi del Beato Angelico (1395-1455), che affrescò le celle del convento domenicano. I colori e i significati sembrano indicare un filo continuo, nemmeno non ci fossero i cinque secoli che dividono le immagini. Come nel confronto fra il “Noli me tangere” (1439-41) e un “Senza titolo” vergato 1958, o ancora fra il “Cristo deriso” (1439-41) e il “No. 21” (1947). Durante la sua visita del 1950 a Firenze, Rothko passò ore in contemplazione di queste opere: una cinquantina, una per ciascuna delle celle dei frati. Il secondo spazio è il vestibolo della Biblioteca Laurenziana, progettata da Michelangelo nel XVI secolo, un luogo che ha molto influenzato Rothko. Davanti alla scalinata ci sono due piccoli studi su carta.
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