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Mercoledì 18 Febbraio 2026
Sam Raimi è tornato. E il suo cinema riscrive un incubo
L’analisi Una lavoratrice su un’isola deserta con il capo Svalutata sul posto di lavoro, ma qui prende lei il potere. Un survival ancestrale che torna alle origini dei rapporti
He’s Back!, recitava la copertina del Daily Bugle riferendosi a Spider Man, dopo che l’eroe, in seguito a un conflitto interiore, aveva appeso il costume al chiodo. Il film era Spider Man 2, secondo film della trilogia di inizio anni Duemila firmata Sam Raimi. Send Help rispolvera un po’ quelle sensazioni: un eroe del cinema è tornato. Vivo e vegeto, e con un film che non si perde in arzigogolature e che non smentisce il talento del suo autore.
Send help è la storia di Linda, un’impiegata stacanovista, dedita anima e corpo al proprio lavoro, che si occupa di “strategia e pianificazione” in una grande azienda. È una donna sola, che vive con un pappagallo le cui uniche passioni sono la new ave statunitense (Blondie in primis) e i programmi di sopravvivenza. Goffa, sbadata e impacciata Linda è quella che si definirebbe la classica “loser”. La ragazza esiliata dai gruppi cool del liceo (Colpo di genio di Raimi scegliere la bellezza di Rachel McAdams, che in Mean Girls era invece la capobranco delle Barbie, cheerleader bellissime e cattive, le ragazze più popolari del liceo).
In azienda, al capo defunto è subentrato il figlio Bradley: giovane, arrogante, maschio alpha che verso le donne nutre una forma dominante di oggettificazione e la cui domanda topica ai colloqui è «cosa saresti disposta a fare per me?» . A Linda era stata promessa una promozione che Bradley nega all’impiegata. Il giovane capo prova per Linda un autentico disprezzo: non è avvenente e il suo senso dell’umorismo è agghiacciante e ridicolo. Linda è “cringe”, come si direbbe oggi. Decide così di spostarla altrove, ma durante il viaggio di lavoro l’aereo precipita e i due si ritrovano unici superstiti in un’isola deserta.
La sopravvivenza
È un pensiero che, almeno una volta, abbiamo fatto tutti: l’ultima persona con la quale vorresti essere in un posto sperduto e senza risorse è il tuo capo, che odi. Più che la sopravvivenza fisica emerge la sopravvivenza psicologica. L’uso dello spazio è ristretto (Raimi ne è maestro) e l’uso della camera è nervosa. Il contesto è idilliaco, un paradiso terrestre che, nello stile di Raimi diventa pericolo. Nei suoi film, infatti, solitamente è il luogo in apparenza sicuro a trasformarsi in minaccia. La casa (“The Evil Dead”) da rifugio diventa una trappola; il bosco, con quella macchina da presa che correva come in preda una delirante soggettiva, diventa minaccia; le persone amate mostri. Il pericolo, insomma, nasce proprio nel luogo apparentemente più sicuro o dalla persona più rassicurante. Non è un demone avulso, ma un’entità che si incarna nei personaggi che si trasformano. Di chi ci si può fidare? L’ambiguità tra buono e cattivo è sottilissima e non si può mai esser certi di cosa potrà succedere perché ogni personaggio è imprevedibile.
Linda, in questi termini, con la sua amorevole ferocia, incarna perfettamente la figura materna. C’è sempre un’inversione di ruolo, come se si tornasse allo stato primordiale dei bisogni. Linda non è più dipendente, ma madre di Bradley. L’ambiguità psicologica è sottile e tagliente.
La madre
Linda aiuta Bradley, ma facendolo sentire sempre in debito. Quando lei scompare, lui entra nel panico: ben sa che da solo non può sopravvivere. Non è tipico dei bambini entrare in panico quando la madre scompare? Che sia al supermercato o solo per un momento nel perimetro di casa la sua sola assenza desta angoscia. Non paura, non tristezza, ma panico e vertigine. Quando la madre scompare il bambino piange.
Linda, però, non è una madre protettiva. È una madre vendicativa, velatamente crudele che vuole barricare Bradley in quel claustrofobico ascensore psicologico che è diventata l’isola. Linda vuole prendersi cura di Bradley perché così ne ha il pieno controllo e, in questi termini, attua un gioco di dominio verso l’altra persona. Certo, si potrebbe affermare che se lo lasciasse andare Bradley morirebbe… ma in contesti più pragmatici e quotidiani, non è forse lo stesso errore che compiono le madri quando temono che il figlio emigri in altre città, lavori o studi in posti a loro poco affini o socialmente abietti? Questa assidua protezione e paura verso l’ignoto non è in fondo una forma di egoismo? Alcune madri peccano di iperprotezione, dunque negano in toto il cambiamento; altre, invece, incarnano l’emblema della madre fagocitante: la madre ingloba il figlio in un bisogno di senso autarchico e solipsistico. Che sia su un’isola deserta o entro le pareti di casa poco cambia.
La concezione del mondo di un bambino non è così lontana dalle capacità di sopravvivenza di un colletto bianco della finanza su un’isola deserta. La fagocitazione affettiva parte dai bisogni primari fino a inglobarne l’intera psiche. Linda non è iperprotettiva, ma quasi demiurgica. A lei spetta il cambiamento e la trasformazione di Bradley. Che si ferisca non è un problema, ma deve guarire secondo il suo criterio.
«Il meglio per te so io qual è». È la bellissima metafora di Lacan della Bocca del coccodrillo, in cui spiega il desiderio materno verso il figlio quando non è limitato dalla funzione paterna. Il desiderio della madre è come la bocca aperta di un coccodrillo e il bambino rimane sospeso tra le fauci, senza sapere se si chiuderanno o meno. Il desiderio materno è imprevedibile e lascia il figlio in balia di un perenne timore riguardo la sua sorte. Senza la legge del padre, capace di porre fine a quel legame, il bambino potrebbe restare intrappolato nell’eterna propensione a soddisfare i desideri materni.
La vendetta
Ma se abbiamo due personaggi va da sé che si avranno due punti di vista. Se analizziamo il film da quello di Linda la protagonista non è più una madre tirannica e neroniana, ma una donna che si riappropria di una posizione sociale.
Ora è lei a definire il proprio corpo e svalutare quello altrui. Sarà lei a cacciare, svilendo la virilità di Bradley che, come un povero bambino, potrà solo implorare il cibo. Linda non vuole abbandonare l’isola perché è riuscita ad appropriarsi del ruolo che merita. Ruolo che le è sempre stato negato nonostante gli sforzi, l’impegno e la dedizione al lavoro svolto. Non è un’eroina, ma una donna la cui leadership - come si direbbe nell’ aberrante gergo aziendale - riesce finalmente ad affermarsi in tutta la sua potenzialità.
Con il colpo di scena finale, forse un po’ ripreso da Triangle of Sadness, si scoprono le carte di Linda: una lavoratrice che, dopo troppi sacrifici, si è decisa a prendersi ciò che merita. In un modo o nell’altro. One Way or Another, come la canzone di Blondie che chiude il film. Canzone preferita di Linda per la quale tutti la prendevano in giro nel set-up della narrazione. Ma se all’inizio Linda subiva lo sguardo altezzoso e imbarazzato dei colleghi, ora è lei che guarda la macchina da presa e sfida lo spettatore. Sicura di sé, sprezzante, autosufficiente.
Forse come una madre che ha dovuto sacrificare un figlio, forse come una donna che un figlio non l’ha voluto mai. Sam Raimi è tornato. Il cinema ha ancora un suo supereroe.
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