“Tracce”, incanto e forza dell’arte diffusa
Mostre Seconda tappa del progetto “Ombre e presenze” a Cernobbio con le sculture poetiche di Davide Dall’Osso. Quindici installazioni con maschere, ballerine e cavalli invadono e illuminano (anche di notte) la cittadina sul Lario
Scommessa vinta. L’arte diffusa invade Cernobbio e la conquista, trasformando la cittadina lariana in un palcoscenico colorato. Di giorno e di notte. In principio, nel 2025, furono i rinoceronti di Stefano Bombardieri. Ora le maschere, le ballerine e i cavalli di Davide Dall’Osso. E nel ’27 ancora non si sa. E, se si sa, si mantiene il segreto.
“Ombre e Presenze” è il progetto triennale ideato dal Comune di Cernobbio e da Galleria Galp, «concepito come un percorso di ricerca artistica dedicato ai temi della presenza e dell’assenza, della materia e della sua dissoluzione nello spazio». Il progetto si articola in tre mostre di arte diffusa
(tra le strade di Cernobbio, a Villa Bernasconi e alla Galleria Galp), ognuna della durata di sei mesi, che vedono protagonisti tre artisti contemporanei, chiamati a interrogare il pubblico sul significato dell’essere “qui e ora”, nel rapporto tra corpo, ambiente e percezione.
Il tessuto urbano per palcoscenico
«Il progetto - ha spiegato l’assessore alla cultura Maria Angela Ferradini alla presentazione - intende trasformare il tessuto urbano e naturale della città in un palcoscenico diffuso per l’arte contemporanea, in cui le opere dialogano in modo organico con l’ambiente che le circonda».
Le sculture di Dall’Osso si inseriscono nel paesaggio come presenze silenziose e potenti: «Il riflesso delle forme nelle acque del lago, il contrasto tra la monumentalità delle opere e la delicatezza della natura, la relazione con l’architettura contribuiscono a esaltare, attraverso il linguaggio della contemporaneità, l’anima liberty e l’identità di Cernobbio». In doppia versione, naturale di giorno e illuminata dalle luci artificiali di notte.
Dopo la prima edizione dello scorso anno (“Bombardieri. Il viaggio del rinoceronte e il paradosso del tempo”), il secondo capitolo del progetto è ora affidato alla leggerezza delle opere di Dall’Osso, artista pesarese che ha messo il proprio talento al servizio della sostenibilità ambientale, trasformando materiali di scarto industriale in sculture di forte intensità poetica.
«Con le sue opere - spiega la curatrice Francesca Bogliolo - invita a una profonda riflessione sull’essenza umana e la qualità delle relazioni. Le sculture rappresentanti maschere e ballerine, grazie alla struttura interna della loro composizione, favoriscono nel pubblico un naturale sentimento di identificazione, rendendo l’arte immediatamente accessibile. La maschera, in particolare, richiede di essere abitata, vissuta e interpretata da chi guarda, alla luce di un sentimento del tutto personale. La ballerina, in cerca di un’identità, sembra aggirarsi leggera come un viaggiatore inquieto alla ricerca dei propri simili».
«Le opere di Dall’Osso - aggiunge - si presentano come un potente tramite tra passato e futuro, tra realtà e sogno, tra individuo e collettività. In questo senso, il cavallo (da quelli sull’ex cinema allo splendido “Il vento del lago” in Riva, ndr) assume la sua naturale funzione iconografica di messaggero, evocando un ponte simbolico che unisce dimensioni solo apparentemente distanti. La mostra stessa promuove il benessere collettivo attraverso la fruizione libera di un’arte che comunica introspezione e leggerezza, trasformando l’esperienza estetica in un momento di condivisione partecipata. Infine, emerge la necessità di salvare un sogno che da individuale diventa collettivo: Dall’Osso sembra invitarci a preservare il nostro sogno per salvare quello di tutti. Modigliani diceva “il tuo dovere morale è di salvare il tuo sogno”, così l’artista ci esorta a fruire della realtà per rispondere alle nostre esigenze più profonde».
Il messaggio
Il titolo della mostra, “Tracce”, prende ispirazione dalla poesia “Per un teatro clandestino” (1993) di Antonio Neiwiller, di grande attualità in questi tempi di guerra, letta dall’artista alla presentazione della mostra insieme a stralci di un recente editoriale di Ezio Mauro. Il progetto espositivo si sviluppa infatti come un percorso dove ognuna delle 15 installazioni è una traccia lasciata dallo scultore: ogni scultura (60 in totale) diventa essa stessa una traccia da leggere, interpretare e vivere. Nella sua poesia Neiwiller parla di «un’arte clandestina per mantenersi aperti, essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti».
È proprio questo manifesto poetico a guidare l’intera esperienza espositiva di Dall’Osso: «L’arte si fa strumento per sopravvivere, comunicare e creare nuovi inizi. Esaminare le tracce diventa così un atto necessario per trovare punti di partenza e possibilità di rinascita». Anche in tempi difficili come l’attuale.
La mostra
La mostra d’arte diffusa “Tracce” di Davide Dall’Osso, con 15 installazioni, è visibile al pubblico fino al 4 ottobre tra via Regina, il lungolago (Riva), Villa Bernasconi e la Galleria Galp di Cernobbio. Curata da Francesca Bogliolo, rientra nel progetto triennale “Ombre e presenze” ideato da Comune e Galp, inaugurato nel ’25 da Stefano Bombardieri.
L’intervista allo scultore
Davide Dall’Osso parla di una «storia che si è rotta», di un «mondo insicuro e regredito», di convivenza «con le macerie e con l’ orrore», citando la poesia “Per un teatro clandestino” di Neiwiller, che accompagna con le sue rime ognuna delle 15 installazioni. È questo manifesto poetico a guidare “Tracce”. Una denuncia forte, seguita da un appello a mettersi in ascolto, per «trovare un senso».
Esiste una via d’uscita? Prevale in lei l’ottimismo o il pessimismo? La sensazione, guardando le sue opere, è che siano portatrici di speranza.
Siamo tutti preoccupati. Non solo per quest’ultima guerra, ma da prima. Con il Covid qualcosa si è rotto. Viviamo tempi precari, dove ogni certezza si sgretola. Ci aggrappiamo alle tracce del passato - nella cultura, nell’arte, nel sociale - per orientare il presente e non essere inghiottiti dal futuro.
Lei ha affermato che le 15 installazioni rappresentano queste tracce.
Esatto. Raccontano di resilienza, rinascita, coraggio civile, emancipazione, sete di conoscenza, giustizia, cambiamento, empatia, amore: il pubblico è invitato a leggerle, interpretarle e confrontarsi con le proprie emozioni. Anche il colore assume una valenza più profonda: diventa inclusione dell’altro e accoglienza della diversità, aprendo lo sguardo verso esperienze e sensibilità differenti.
Cosa possiamo fare, in concreto? Cosa può fare l’arte?
Lasciare tracce nelle altre persone, con il rapporto umano, donando tempo agli altri. Anche l’arte deve essere portatrice di speranza, di bene, di positività.
Lei nasce come attore. In effetti si legge una teatralità nel percorso espositivo tra maschere, ballerine e cavalli. Ma anche una possibile narrazione: che storia raccontano? Da dove parte? Come si conclude?
Scrivo sempre una drammaturgia e le opere , come ha sottolineato la curatrice Francesca Bogliolo, “altro non sono che attori che occupano la scena”. Il punto di partenza sono i volti materici vicino a Villa Bernasconi, che rappresentano persone con volti segnati dalla vita e dal tempo. Siamo noi che ci mettiamo in comunione con gli altri.
E poi ecco le ballerine, senza volto.
Con loro incontriamo un ideale. Ci dicono che c’è altro verso il quale possiamo andare, una possibilità. In Riva troviamo poi i volti trasparenti e quelli blu, e di nuovo ballerine e il cavallo de “Il vento del lago”. In loro ci sono il legame con la natura, l’empatia, la condivisione, il senso di comunità. Questo è il percorso di “Tracce”. Ma è soltanto la mia visione, sia chiaro.
L’utilizzo di materiali di recupero è scelta “green” di sensibilità ambientale o anche artistica e di ricerca?
Il mio percorso mi ha portato a impiegare lo scarto industriale del policarbonato e del plexiglas, come “materia prima” o mixando metalli come rame, fil di ferro e rete metallica. Il materiale di scarto ha un suo percorso, mai ideale: a volte è troppo fine, altre si gonfia, si opacizza. Non sai mai cosa ti aspetta, a volte ti sorprende: il 50% dell’opera lo fa il materiale. Lo scarto ha in sè bellezza, ha dentro l’anima dell’opera, come il marmo.
Le installazioni sono “open air”. Non teme i vandali?
Sono opere positive, oniriche, che regalano visione. Io ho fiducia. Di solito la bellezza è contagiosa.
Di giorno e di notte cambia completamente l’effetto visivo della mostra. Racconta anche storie diverse?
Il polimero plastico trasmette tanta luce. Più forte di giorno, inserito nel contesto urbano, ma di notte il retro illuminato fa apparire le opere più leggere, sospese, restituendo un racconto più onirico.
Quale versione preferisce?
La notte mi piace di più. Le opere offrono un rimando fantastico, come nel caso delle teste dei cavalli sull’ex cinema, che diventano un tutt’uno. Credo sia questa l’installazione più riuscita
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