Trionfa “Obsession”: un horror sulle porte
che chiudiamo per amore
Film Ha incassi molto alti ed è popolarissimo sui social. Il regista arriva da YouTube e spaventa con la solitudine, il possesso e il bisogno di essere amati a qualsiasi costo
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Diventato trend su Instagram grazie a video da 15 secondi e partendo da un budget di 750 mila dollari, “Obsession” ne ha incassati già 200 milioni.
I video che funzionano sui social mostrano Nikki, la ragazza “ossessionata” della storia, alzare la voce di fronte a Bear, il protagonista in un ristorante pieno di persone in una sorta di climax che oscilla tra il cringe, la minaccia e il risolutivo: «Stai tranquilla stiamo passando una bellissima serata». La scena funziona perché nel ristorante c’è un pubblico. E Bear ha forse più paura degli occhi del pubblico rispetto a quelli della sua indemoniata compagna. Il regista Curry Barker, ha iniziato su YouTube, ma è il grande pubblico di Instagram quello che è riuscito a colpire con “Obsession”. Un pubblico tanto connesso quanto isolato.
E infatti “Obsession” è un film tremendamente contemporaneo. Non perché parla d’amore, ma perché parla della nostra paura della solitudine. Viviamo nell’epoca dei contatti, eppure raramente ci siamo sentiti così soli. Siamo raggiungibili in ogni momento, ma sempre meno certi di essere davvero conosciuti da qualcuno. Non è un caso che nel film i rapporti umani realmente significativi siano pochissimi e che nessuno di essi sembri autentico fino in fondo. Sarah è innamorata del protagonista senza che lui se ne accorga. Ian, il suo migliore amico, frequenta Nikki alle sue spalle. Tutti sono vicini a qualcuno, ma nessuno riesce davvero a raggiungerlo. Ed è proprio quando nessun legame sembra vero che emerge il bisogno più pericoloso: quello di essere amati a qualsiasi costo.
Accettereste un’ossessione così?
Per questo la domanda centrale del film non è se l’amore mostrato sia vero oppure no. La domanda è un’altra. Se fossi così disperatamente solo, lo accetteresti? Anzi. Lo pretenderesti? Perché è questo che rende “Obsession” così disturbante.
Non il fatto che il protagonista sia ossessionato. Il fatto che, almeno per una parte del film, riusciamo a comprenderlo. Anche noi abbiamo desiderato disperatamente che qualcuno ci amasse. Che qualcuno ci scegliesse. Che qualcuno ci facesse sentire importanti. Ecco perché il protagonista ci assomiglia più di quanto vorremmo ammettere. Non perché siamo stati tutti come lui, ma perché siamo stati tutti disperati come lui.
Si può essere belli, eleganti, ricchi, pieni di amici e sentirsi comunque invisibili. Ed è qui che il film diventa scomodo. Perché quando qualcuno ci vede proprio nel momento in cui ci sentiamo invisibili, quando arriva nel punto esatto della nostra fragilità, siamo davvero sicuri di amarlo per ciò che è? O continuiamo a considerarlo la persona migliore che potesse capitarci soltanto perché era lì quando avevamo bisogno di essere salvati? Forse è da qui che nasce l’ossessione. Dal confondere la gratitudine con l’amore. Dal trasformare una presenza in una necessità.
Ed è per questo che facciamo fatica a odiare il protagonista. La balbuzie, i farmaci, la sua goffaggine, la sua marginalità ci spingono continuamente a giustificarlo. Lo guardiamo e vediamo il ragazzo escluso. Quello che nessuno sceglie. Ma anche questa è un’illusione. Perché il film ci mostra quanto sia facile trasformare una persona reale in un’idea.
Nikki diventa esattamente questo. Non la classica cheerleader dei sogni adolescenziali. Anzi. È la ragazza che sembra speciale proprio perché non appartiene a quel mondo. Quella che nota il suono di un basso. Quella che appare autentica. Quella che sembra capire cose che gli altri non vedono. È il sogno di chi si è sempre sentito fuori posto. Non la ragazza perfetta, ma la ragazza che sembra aver scelto te. Ma ogni idealizzazione nasconde un rischio. Quando una persona smette di essere ciò che è e diventa ciò di cui abbiamo bisogno l’amore inizia lentamente a trasformarsi in possesso. Ed è qui che il film trova la sua immagine più potente: la porta scocciata.
Passioni che imprigionano
Nikki, infatti, dopo aver scocciato completamente la porta di casa dirà a Bear che, se vuole, può comunque uscire. A prima vista sembra un gesto estremo. Quasi ridicolo nella sua assurdità. Ma proprio per questo funziona. Perché scocciare una porta significa impedirti di uscire, di vedere i tuoi amici, il tuo amante, tua madre, tuo padre, tuo cugino. Persino prendere un aereo. Significa trasformare una persona in una proprietà. Ma tu sei tuo. E questo non devi mai dimenticarlo. E chiunque, in qualsiasi modo, provi a possederti sta scocciando una porta nella tua vita.
La forza di questa immagine è che non parla soltanto del protagonista. Parla di noi. Perché nella realtà le porte raramente vengono chiuse con il nastro adesivo. Vengono chiuse in modi più silenziosi. Con il controllo. Con il ricatto emotivo. Con il senso di colpa. Con la paura di perdere qualcuno. Con quella sottile pressione che ti fa sentire egoista ogni volta che scegli qualcosa che non riguarda la coppia. E allora la domanda cambia ancora.
La persona che abbiamo accanto ci lascia davvero liberi? Oppure urla quando usciamo con i nostri amici? Si offende quando scegliamo altro? Ci fa sentire in colpa quando apparteniamo anche a qualcun altro? Perché scocciare una porta non significa soltanto impedirti di uscire. Forse significa convincerti che non dovresti volerlo fare.Ecco perché “Obsession” non parla d’amore. Parla del confine tra amore e bisogno. Tra desiderio e possesso. Tra connessione e intimità. Viviamo in un mondo in cui siamo sempre connessi e sempre meno certi di ciò che ci circonda. Abbiamo moltiplicato le connessioni, ma non necessariamente le relazioni. L’unico modo per toccarsi davvero, in un mondo che va così veloce, sembra quello di scontrarsi. Forse perché la connessione ci ha avvicinati, ma potrebbe anche averci distratti dall’amore.
L’Italia non è pronta per film nuovi
C’è anche un’altra ragione per cui “Obsession” funziona.
Un film del genere, oggi, in Italia sembra fantascienza. Non perché manchino i talenti, ma la fiducia. Il regista, Curry Barker, arriva da YouTube. Eppure nessuno sembra aver sentito il bisogno di ricordarglielo ogni cinque minuti. Nessuno gli ha chiesto di fare “un film da youtuber”. Nessuno gli ha imposto di trasformare la sua idea in qualcosa di più riconoscibile, più rassicurante, più facile da vendere. Gli hanno lasciato fare il suo film. Che sembra una banalità, ma non lo è. Perché troppo spesso, almeno in Italia, chi arriva da un linguaggio nuovo viene immediatamente ricondotto a uno vecchio. Se uno youtuber entra in una casa di produzione, il rischio è che non gli venga chiesto che storia vuole raccontare. Gli viene chiesto di fare ciò che il sistema, capeggiato da un anziano produttore, si aspetta da uno youtuber: una commedia. Una commedia con le facce che funzionano. Una commedia ma un po’ bel film “nuovo, un film giovane eh, visto che sei giovane tu… però ecco, con Favino eh, che piace a tutti!”. Una commedia che assomiglia alle altre.
Come se il talento fosse interessante solo finché resta dentro una categoria. E invece la domanda dovrebbe essere un’altra: questo autore ha qualcosa da dire? Se la risposta è sì, allora il compito di un produttore non dovrebbe essere quello di correggerlo continuamente, ma di metterlo nelle condizioni migliori per esprimersi. A volte la differenza tra un’industria viva e una stanca sta tutta qui: nella capacità di riconoscere un linguaggio nuovo senza costringerlo a parlare una lingua vecchia. Se Barker fosse nato in Italia, qualcuno gli avrebbe detto che l’idea di “Obsession” era interessante, ma che serviva qualcosa di più riconoscibile. Qualcosa di più vendibile. Magari un mostro! Magari un vampiro! «Se è un horror… il vampiro ci deve essere!» E il problema non è il vampiro.
Il problema è l’istinto di aggiungerlo. Quell’istinto per cui chi è arrivato prima sente sempre il bisogno di intervenire, correggere, spiegare, normalizzare. Forse è anche per questo che facciamo così fatica a vedere nascere qualcosa di davvero nuovo in Italia. Perché il nuovo, prima ancora di essere giudicato, viene spesso addomesticato.
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