Ugo La Pietra: piccole, grandi idee
per la città nuova

Milano All’architetto e designer, l’Adi Design Museum dedica fino al 10 settembre una mostra illuminante. “Attrezzature urbane per la collettività”: cento opere

Ugo La Pietra, nella mostra “Attrezzature urbane per la collettività - Dai dissuasori ai gazebi” aperta all’Adi Design Museum in piazza Compasso d’Oro, 1, a Milano, ancora per una settimana (fino al 10 settembre), presenta circa cento tra soluzioni e opere.

Progetti sull’adeguare un caduco elemento urbano o un rudere o un semplice insieme di componenti urbani in una ricca e spesso floreale composizione urbana: un gazebo dismesso, un’edicola imbrattata da scritte dei writers; una loro rigenerazione mirante ad offrire al cittadino come all’architetto, all’urbanista, al sociologo o semplicemente all’Ufficio tecnico di quella città: Milano, Como, o altre città da lui investigate quelle soluzioni che permettono di migliorare le condizioni ambientali del cittadino e della collettività che vive quel “pezzo” di città.

A Como, nel 1969, La Pietra realizzò, per la manifestazione “Campo Urbano”, un camminamento nell’isola pedonale nei pressi del Duomo.

Lo slogan

Lo stesso Ugo si autodefinisce, più che un designer, un ricercatore, con uno slogan più volte declamato. «Abitare vuol dire essere dovunque a casa propria»; uno slogan semplice che però indica in modo inequivocabile la sua ambizione, ovvero quella di far sì che il cittadino si senta inserito nel suo habitat, ne faccia parte e non si senta respinto dallo stesso.

In questa mostra con una miriade di esempi che partono dall’esistente e con soluzioni progettuali semplici e, nel contempo, fantastiche, l’artista ripropone una ricerca visiva precisa e documentata di una città diversa, più vivibile anche in quelle circoscrizioni di periferie urbane decisamente degradate. Oseremmo dire che il processo progettuale di Ugo La Pietra è vitalissimo e di origine Zen; ovvero una progettazione ad “alta tensione” affidata ad un’espressione meditativa; espressione autentica e immediata di una suprema esperienza di vissuto. Le soluzioni ci ridestano dal nostro torpore di accettazione del degrado come fatto immanente, irrisolvibile, delle nostre periferie. Lo sguardo dell’architetto Ugo La Pietra suona in noi il risveglio dall’indifferenza, dall’angoscia della vastità del problema, dall’ansia di un’esistenza sempre più complessa.

Con questa ineffabile leggerezza l’artista indica a noi e agli amministratori di queste metropoli, soprattutto inerenti la città di Milano, dove La Pietra esercita la sua progettualità, queste “situazioni aperte” ed esemplari - con piccole soluzioni semplici e razionali - dove il suo leggero e ironico spirito si estrinseca.

Questi elementari progetti, così ben disegnati ed espressi, li riconsideriamo – a mente fredda - come autentiche creazioni sia progettuali, sia disegnative, sia pittoriche, non solo di gran pregio, ma anche suggestive indicazioni e soluzioni semplici e risolutive, a volte solo sul piano del piacere estetico, di riqualificazione urbana basica e quindi essenziale. Questi progetti possono essere considerati dagli urbanisti come soluzioni minime, laiche (a volte indicate con rapidi schizzi); proposte che però esplicano la capacità creativa di La Pietra, che si applica alle più diverse situazioni “reali” con una spiritualità artistica ben espressa da Gillo Dorfles in “Abitare la città”: «Sono ormai cinquant’anni che la ricerca di Ugo La Pietra si appunta sopra un settore in apparenza vago e dai limiti indistinti, ma in realtà riconducibile al comune denominatore della “Vita nella Città’” ossia allo studio degli elementi urbani – ma anche oggettuali, decorativi, artigianali, artistici- che ne fanno parte e sempre con la precisa intenzione di definire meglio il modo di vivere nella città … Lo slogan di cui spesso La Pietra si è valso “Abitare vuol dire essere dovunque a casa propria”».

L’habitat

Come possiamo ben notare in questa densa mostra, che l’Adi (Associazione per il disegno industriale) ci propone, le ambizioni e le intenzioni di Ugo La Pietra sono quelle di far sentire il cittadino inserito nel suo habitat, far sì che ne faccia parte integrante, intervenendo sull’intorno con quella semplice creatività che proprio questa mostra ci propone con innumerevoli soluzioni, con accorgimenti semplici, con quelle che vorremmo definire “indicazioni dirette dei cittadini”, che fanno armoniosamente avvicinare l’uomo al suo intorno, affezionandosi in particolare al suo andare: a lavorare, al mercato, a raggiungere i servizi, nel suo tempo libero alla ricerca di un bar, di una biblioteca o semplicemente di uno spazio verde dove leggere, sotto una minima ombreggiatura, un quotidiano.

Luciano Galimberti, presidente dell’Adi, nell’introdurci alla mostra, ci descrive una delle possibili interpretazioni: «Partendo da piccole cose, da piccoli oggetti, apparentemente insignificanti o comunque trascurati come quelli che affollano i nostri spazi urbani, La Pietra mette il dito nelle tante piaghe dell’idea di cittadinanza. Le città sono in una competizione ormai planetaria, per attrarre flussi di cittadini in maniera più o meno stabile, chi per lavoro, chi per studio, chi alla ricerca delle mille luci della città, chi inesorabilmente escluso o peggio espulso perché inadeguato o fragile…»

È proprio questa la peculiarità di La Pietra, e la differenza da altri artisti, nell’affrontare le multiformi problematicità della città rispetto ai suoi abitanti, a volte compressi dall’esuberante traffico, dall’invasione visiva delle espressioni pubblicitarie frequentemente superficiali, da un fragore che non permette un sereno pensare.

La Pietra vorrebbe una città civile anche nei suoi angoli più trascurati dove, camminando, la possiamo considerare una «relazione tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato» (Italo Calvino) ovvero, dove l’antico, o il solo vecchio, non sia sinonimo di degrado e abbandono, ma stimolo ai ricordi storici, allo stratificarsi di quella città e del suo antico e attuale vissuto. «La Pietra propone - e ha proposto in questi ultimi anni - una serie di accorgimenti diversi, aiutandosi con i grafici, i disegni, i brevi filmati… ‘Il sistema disequilibrante” del 1968/69; con mostre paradossali, come quella sulla “Sinestesia delle Arti” 1962/’65; “Campo urbano” a Como del 1969… sempre attento, tuttavia a offrire una visione molto precisa e molto documentata della città nella quale oggi viviamo» (Gillo Dorfles).

È utile questo ricordo sul percorso evolutivo di Ugo perché è proprio ne “La sinestesia delle arti” che si raccoglie in nuce tutto il pensiero e l’evoluzione progettuale e interpretativa del nostro artista. «La “sinestesia tra le arti” era alla base di molte operazioni teoriche che condussi in quegli anni: l’allargamento del “principio di assimilazione” e il superamento della statica problematica della “intégration des arts” veniva applicato in una serie di progetti elaborati all’interno di uno spazio urbano. Il processo sinestetico fu così un principio informatore determinante e di inserimento di sculture nella città (opere di Fontana, Brancusi, Marchese, Benevelli)» (Ugo La Pietra, 1963).

Ogni progetto esposto appare come una soluzione irrevocabile, lasciando un’impronta indelebile in quel rione; ogni soluzione è il trionfo della povertà e della semplicità come espressione pura e concreta di un’inalterabile disponibilità, insieme a quel profondo senso dell’umorismo che ha sempre caratterizzato il suo concetto dell’“uomo risvegliato”. Con questo sguardo sufficiente fa irruzione nella nostra sofferenza di cittadini oppressi dalla frenesia del vivere, in questa irriducibile vita metropolitana.

© RIPRODUZIONE RISERVATA