Una grigia città sul mare trasformata in paesaggio: a Husum con Storm
In Frisia Settentrionale dove il novelliere tedesco nacque e ambientò le sue opere. Gli spazi della memoria si fanno materia letteraria e avvicinano così l’arte alla vita
Che differenza c’è tra un “luogo” e un “paesaggio”? Una risposta, forse la più plausibile, potrebbe essere questa: un luogo si trasforma in un paesaggio quando diventa una possibile dimora dove sia sensato vivere e morire, perché in quella dimora tutto è scritto in un linguaggio che si conosce e nel quale ci si riconosce.
Ma il mondo attuale è pieno di scenari di cartapesta, sfondi astratti e “non luoghi” dove ha poco senso vivere, perché non ha alcun senso morire. Ne deriva che molto spesso sono talune zone periferiche a costituire un ideale centro del mondo.
Reinvenzione della realtà
Una di queste zone è situata nell’estremo nord della Germania, non lontano dalla Lubecca di Thomas Mann. È la cittadina di Husum, la “grigia città sul mare” (come recita il titolo di una sua lirica), reinventata letterariamente dal suo figlio più celebre, Theodor Storm, nato nel 1817 e morto nel 1888 nella vicina Hanerau, giurista per professione ma narratore e poeta per intima vocazione. Husum, che conta circa 25.000 abitanti, è situata sulla costa occidentale dello Schleswig-Holstein, affacciata sul Mare del Nord, ed è il capoluogo del Circondario della Frisia Settentrionale.
La cittadina è presente ovunque nell’opera di Storm. Non c’è angolo, infatti, che non rimandi a qualche suo racconto o poesia: non soltanto il “Binnenhafen”, il porto canale interno che divide in due parti l’abitato, ma anche la casa natale al numero 3 della centralissima Hohle Gasse, o ancora l’edificio dove Storm ha trascorso gli ultimi anni di vita, nella via parallela al porto canale, che oggi ospita il museo dedicato alla sua memoria. Per respirare le atmosfere di Storm meritano infine una visita il vicino castello e l’annesso parco (meraviglioso soprattutto in primavera, nel periodo della fioritura dei crochi), dove ci sono vari monumenti a ricordo dello stesso Storm e di molti suoi personaggi (tra gli altri, “Pole Puppenspieler”, “Paolo il burattinaio”, protagonista dell’omonima novella).
Dall’esordio con “Marthe e la pendola” nel 1847 fino a “L’uomo dal cavallo bianco”, pubblicato nell’anno della morte, passando per altri capolavori quali “Immensee” (la novella per eccellenza della letteratura tedesca dell’Ottocento), “Viola tricolor”, “La confessione” e “Il curatore Carsten”, solo per citare alcuni titoli, la novellistica di Storm si presenta come un insieme nel quale si fondono epica e dramma. Lo stesso Storm, del resto, aveva giustamente definito la novella come «la sorella del dramma e la forma più rigorosa di poesia in prosa».
In questo senso, Storm è piuttosto lontano dal naturalismo e quindi molto moderno, perché adotta spesso un procedimento narrativo che consiste nel rielaborare e reinventare le vicende attinte dall’esperienza professionale, situandole in una dimensione più ampia che le rende uniche ed esemplari. Lo si nota non soltanto nelle novelle, ma anche nella già ricordata lirica dedicata alla città natale, dove in pochi versi coesistono e dialogano la concretezza e il grigiore della quotidianità, il respiro del mare, il vago richiamo della lontananza e la certezza (almeno apparente) di tutto quanto è noto e familiare: «La grigia spiaggia e il grigio mare / e lì nei pressi la città; / La nebbia si posa greve sui tetti / e nel silenzio che circonda la città / si ode il monotono sussurro del mare / e sulla spiaggia le erbe piegate dal vento. / Eppure, il mio cuore è qui con te / grigia città sul mare; / L’incanto della giovinezza si posa ancora / su di te, sorridente; / Su di te, grigia città sul mare».
Scrittore tipicamente ottocentesco nella quasi maniacale articolazione dei periodi, ma non privo di tratti già novecenteschi in alcune fratture ritmiche e nella capacità di restituire la frammentazione della psicologia dei personaggi, Theodor Storm ha trovato nella novella la propria dimensione congeniale, perché le sue pagine non avrebbero probabilmente retto la misura lunga e articolata del romanzo, perfetta invece per il suo quasi concittadino Theodor Fontane, che proprio sulle spiagge del Mare del Nord – tanto amate da Storm – ha ambientato un capolavoro come “Effi Briest”, che con ogni probabilità è invece il romanzo tedesco per eccellenza del secondo Ottocento.
Durata nel mutamento
Il novelliere Storm non si è calato negli abissi esplorati dal romanziere Fontane, limitandosi piuttosto a evocarli, come in “Immensee”, storia di un amore infelice e sommerso dalla piena dei ricordi, in “Viola tricolor”, nostalgica rievocazione di un tempo perduto e forse mai ritrovato, e infine ne “L’uomo dal cavallo bianco”, il suo testamento umano e letterario non solo per motivi cronologici (Storm è morto poche settimane dopo la pubblicazione su rivista), ma anche perché riassume tutti i temi della sua opera: la fuga del tempo ma anche la durata nel mutamento, l’ineluttabilità del destino, la scissione tra le istanze che fondano la vita ma insieme la irrigidiscono e quelle che la liberano ma insieme la dissolvono. Come dice il giovane protagonista al termine del racconto “La confessione”, con parole che anche Effi Briest avrebbe potuto pronunciare, magari osservando il Mare del Nord da qualche duna sabbiosa: «A volte, ma solo per brevi momenti, ho quasi l’impressione che davanti ai miei occhi si sollevi una cupa cortina. Allora vedo la vita allargarsi ai miei piedi, come un paesaggio magnifico, ma sento che non vi posso scendere».
Ci vorranno alcuni decenni per arrivare al “Tonio Kröger” di Thomas Mann, con la dolorosa e immedicabile distanza tra arte e vita, ma il solco è già tutto tracciato nelle opere di Storm. E lo si può idealmente seguire ancora oggi, nelle vie e nelle piazze della piccola Husum, “grigia città sul mare” ma anche centro del mondo e paesaggio dell’anima. È stato proprio Mann a riconoscerlo, con parole inequivocabili: «Da allora, nella nostra letteratura, ci sono state rivoluzioni di ogni genere, ma Storm è stato e rimane un maestro. Anzi, il maestro».
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