«Vogliamo ancora credere. Ma in quale Dio? Ognuno il suo»

“Il prodigio” (Mondadori) è l’esordio letterario di Fabrizio Sinisi, ospite sabato a Bellano per “Il bello dell’Orrido”. Nel cielo di Milano compare un volto, un’apparizione che cambia completamente la realtà di tutti i suoi abitanti

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Lo scrittore Fabrizio Sinisi presenterà il suo romanzo “Il prodigio” (Mondadori), sabato 30 maggio alle 18 al Cinema di Bellano. All’interno della rassegna “Il bello dell’Orrido”, dialogherà con Armando Besio, curatore della rassegna, su questo esordio narrativo di un autore considerato uno tra i più importanti drammaturghi italiani della nuova generazione. La narrazione prende le mosse da un’apparizione: una notte nel cielo di una grande città italiana — ovvero Milano — compare un Volto enorme. Quando i cittadini si svegliano e alzano gli occhi, rimangono sbigottiti.

Da dove nasce l’idea scatenante del suo romanzo, ovvero l’apparizione di un gigantesco Volto, una sorta di “smile”, sul cielo di una grande città con tutte le conseguenze del caso?

Da una parte c’era il desiderio, condiviso col regista teatrale Andrea De Rosa, di mettere in scena l’apparizione di Dio, ma ci siamo presto resi conto che Dio è irrappresentabile. Ho allora virato su un segno che ciascuno potesse interpretare a suo modo. E questo accade in questa città che non è mai nominata, ma è effettivamente Milano. L’arrivo in cielo di quel Volto, scatena reazioni incontrollate e soprattutto mette in discussione ogni certezza.

Al centro della narrazione c’è don Luca, un prete senza fede e follemente innamorato di Marta. Perché ha piazzato al centro del romanzo questo personaggio?

Don Luca è un prete della decadenza, lo specchio dei suoi tempi confusi e la Chiesa partecipa a questa confusione. Volevo mettere in scena lo smarrimento religioso di un mondo che ha perso punti di riferimento.

Don Luca è un prete smarrito in una società che vuole credere, che ha ancora una tensione spirituale, ma che ha perso tutto quello in cui credeva prima. Ho cercato di dare corpo ad un sacerdote dentro questa contraddizione. La gente vorrebbe credere in altri dei, ma non sa bene come fare. Inoltre, c’è la Chiesa ufficiale in profonda crisi.

In una scena del romanzo un vescovo viene gettato in una fontana, tra l’ilarità generale. È il simbolo di una Chiesa che ha perso la sua autorevolezza?

Si parla di una Chiesa crepuscolare, autunnale, che ha perso le sue priorità. La scena del vescovo gettato nella fontana ha un risvolto comico, ma ne ha anche uno simbolico. È la rappresentazione di gente che con quell’atto dimostra di non credere più. Le pecore del gregge hanno cambiato aspettative nei confronti del sacro ed inseguono un nuovo regime religioso confuso e delirante. La società sotto il Volto è quella estremizzata in cui ciascuno crea il suo dio. In questo senso Marta diviene un dio per don Luca.

Parliamo di Marta, “la fidanzata del prete”. Questa figura destabilizzante rappresenta il caos del mondo di fronte all’inconsueta apparizione del Volto?

Marta incarna la crisi della generazione dei ventenni, che è accusata di non ribellarsi, ma non è vero. Si tratta di una generazione che interiorizza il conflitto dentro la sua anima. Marta è un personaggio che, come i suoi coetanei, cerca qualcosa di nuovo, ma non lo trova e questo la fa “esplodere” dentro con tutte le conseguenze del caso.

Tra gli altri personaggi del romanzo emergono anche il generale Capogrosso e Folker, due prodotti della destabilizzazione in atto in città. Ce ne vuole parlare?

Questi due personaggi rappresentano due diverse reazioni di fronte al mistero. Folker è un miliardario che rappresenta la mistica al di là del cristianesimo. A partire dal suo potere economico cerca di fondare una nuova religione basata sulla ricchezza, una tentazione oggi molto presente nel nostro mondo. Pensiamo alla Silicon Valley ed alla narrazione che si fa di quel mondo di miliardari che hanno pretese addirittura messianiche. Sono effettivamente dei sacerdoti di una religione legata al denaro. Il generale Capogrosso incarna il potere della forza, quello più riconoscibile. Quando l’ordine sociale perde le sue certezze, vengono fuori i poteri delle armi e i cosiddetti uomini d’ordine.

Lei ha dichiarato di aver scritto il romanzo durante la pandemia. C’è un rapporto tra i mesi del lockdown e questa città rivoluzionata dal Volto nel cielo?

Ci sono più canali comunicanti. Lo stesso generale Capogrosso mi è stato suggerito dalla figura del generale Antonio Pappalardo, che durante la pandemia guidò i “gilet arancioni” dichiaratamente no vax. Questo è solo un particolare. In maniera più sotterranea, durante la pandemia ci siamo resi conto che gli ingranaggi sociali, che credevamo per certi versi intoccabili, si erano inceppati. È stata una scoperta che ci ha disorientato e che tutti noi ci portiamo ancora dentro. Nella psiche collettiva la pandemia non l’abbiamo superata e forse non la supereremo mai. È stato un trauma con cui stiamo facendo i conti. Siamo cambiati irreversibilmente. Il romanzo parte proprio da un cambiamento radicale: la collettività vive la dimensione di un mondo che non è più come prima. Sono finite le certezze, ma restano solo domande inevase.

Lei ha scritto molto e con successo per il teatro. Ora è arrivato a questo suo primo romanzo. Che rapporto ha con la parola?

Il teatro fa parte della mia storia personale. Ho cominciato a lavorare con la compagnia Lombardi-Tiezzi e il teatro mi ha conquistato, del resto è la più antica arte del mondo. È una passione primaria che ti permette di descrivere le cose con una parola che si fa corpo. Il teatro è un qualcosa che morrà con la scomparsa del genere umano. Detto questo, è evidente che il teatro ha vincoli pratici legati al processo produttivo ed anche alla questione economica. Oggi non puoi pensare un’opera teatrale con una miriade di personaggi, non sarebbe sostenibile. Questa storia mi era sfuggita di mano ed è allora sfociata in un romanzo, che altro non è se non un’altra dichiarazione della parola.

L’espressione “la parola che si fa corpo” mi ha ricordato Testori. Quali sono gli scrittori che riconosce come maestri?

Per quanto riguarda il teatro sicuramente Testori e Pasolini ed un certo teatro di parola del secondo Novecento che è passato in secondo piano. Penso per esempio ad un drammaturgo come Annibale Ruccello. Se parliamo di narrativa gli scrittori che hanno lasciato in me un segno sono il Curzio Malaparte di “La pelle” e ancora José Saramago, Milan Kundera, Salman Rushdie, Michel Tournier.

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