“Amuninni”, che lezione contro le mafie

Massimo Caponnetto, figlio del giudice Antonino, protagonista di un incontro con i ragazzi di Generazione Z

Alcune vite non appartengono soltanto a chi le vive, ma a un’intera comunità. Ci sono famiglie che, silenziosamente, portano il peso e l’onore di un grande senso del dovere.

È in questo spazio intimo e quasi invisibile che si colloca il racconto di Massimo Caponnetto, figlio del giudice Antonino, figura simbolo della lotta alla mafia. Un racconto che si ritrova nel libro “C’è stato forse un tempo: la storia dell’amore fra Nino e Bettina Caponnetto”, che raccoglie con cura e sincerità i ricordi di più generazioni della sua famiglia, ricostruendo una vicenda privata che attraversa cinquant’anni di storia italiana.

Un racconto che non è soltanto memoria storica, quello che fa Massimo ma che si concentra sulla vita familiare: quella di un padre, di una madre e di una casa attraversata dalla Storia. Tutto questo è racchiuso nel volume pubblicato da EdizioniPiagge.

La storia

L’inizio di questa storia si trova prima dell’esperienza di Palermo, prima del pool antimafia, prima delle scorte e della tensione. Comincia con un amore timido, quasi trattenuto, tra due giovani molto diversi. Nino e Bettina si incontrano a Pistoia negli anni Quaranta: lui da una famiglia semplice, segnata dagli spostamenti del padre militare; lei figlia di un ambiente più agiato, con aspettative sociali precise. Due mondi che all’epoca difficilmente avrebbero dovuto incontrarsi. E invece quell’amore fragile e ostinato resiste, costruendo le fondamenta di una famiglia destinata a essere travolta da scelte più grandi.

Emerge la figura mite ma determinata di Antonino Caponnetto, la presenza inamovibile della moglie Elisabetta Baldi, Bettina, al suo fianco, nonostante le distanze e le difficoltà che insieme affronteranno.

Il racconto di Massimo parte proprio da lì, da quella storia privata che precede tutto. La storia familiare, però, si intreccia inevitabilmente con quella pubblica, quando la carriera del giudice Caponnetto prende una direzione sempre più impegnativa. La sua biografia svela un incredibile coraggio che guida ogni scelta personale e lavorativa di Antonino, che non si arrende davanti ai “no”, che non cede alle lusinghe di un lavoro comodo e vicino casa, scegliendo invece strade difficili che finiscono per coinvolgere inevitabilmente anche la sua famiglia.

La decisione

La decisione di trasferirsi a Palermo dopo l’assassinio di Rocco Chinnici segna il punto di svolta. Non è solo una scelta professionale: è un passaggio che modifica la traiettoria dell’intera famiglia. Massimo ricorda di non essersi stupito. «Mio padre aveva sempre trasmesso valori chiari: la giustizia, l’attenzione agli altri, il rifiuto della prepotenza. Palermo, però, significava isolamento, tensione, pericolo». Era la stagione del pool antimafia, del lavoro accanto a Falcone e Borsellino, del Maxi processo che avrebbe cambiato la storia del Paese. Una scelta che, come racconta nel libro, portava con sé anche «il prezzo della solitudine e del dolore per la perdita degli amici più cari».

Per chi stava a casa, la quotidianità cambiava senza proclami. Le conversazioni, i silenzi, le preoccupazioni non dette diventavano parte del tessuto familiare.

«La figura di mio padre si divideva tra dimensione pubblica e privata, tra il magistrato simbolo della legalità e l’uomo che continuava a trasmettere valori con semplicità domestica». Massimo restituisce una misura profondamente umana: quella di uomini consapevoli del rischio, chiamati “morti che camminano”, e nonostante questo andavano avanti, combattendo perché ogni attimo fosse ben investito. Una consapevolezza che inevitabilmente attraversava anche la vita familiare, fatta di orgoglio ma anche di paura trattenuta.

Oggi, quella storia diventa teatro e memoria condivisa. Dal libro “C’è stato forse un tempo” nasce lo spettacolo “Amuninni”, parola siciliana che significa “andiamo”, e che prende le mosse proprio da questo intreccio tra affetti e impegno civile. Un invito a non arrendersi, a proseguire nonostante le difficoltà. Massimo ha trasformato il suo libro in un monologo teatrale e poi ancora in un’esperienza corale che coinvolge i ragazzi delle scuole.

Sguardo ampio

«Per trasmettere non solo fatti storici, ma emozioni, relazioni, scelte vissute» racconta. Non si tratta solo di raccontare la lotta alla mafia, ma di restituire «uno sguardo ampio ricco di tenerezza e di tensioni emotive, capace di far emergere la dimensione più intima di quella stagione». Anche un gruppo di ragazzi comaschi dell’associazione “Generazione Z”, fondata dalla professoressa Simona Barberio e nati tra il 1997 e il 2012 hanno partecipato a questa rappresentazione a Valmorea; mentre il 24 maggio alle 18, in occasione della presentazione del volume “Lotta alle mafie” a Villa Imbonati di San Fermo della Battaglia, Massimo Caponnetto proporrà il suo monologo Amuninni.

Nel racconto di Caponnetto prendono forma le vicende di una famiglia che ha vissuto per la giustizia, tra quotidianità e rapporti di amicizia e di lavoro nel pool antimafia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

«Abbiamo sempre bisogno di grandi esempi perché nasca un’aspirazione, un desiderio di far vivere la parte migliore di noi. Un’eredità fatta di valori, memoria e responsabilità. Un invito, oggi come allora, a dire insieme: amuninni. Andiamo» conclude.

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