Attivista nelle crepe del regime iraniano. Tabrizi: «Sogno la ricostruzione»
La storia Nata e cresciuta in Iran, ora è un’attivista per la dissidenza. La prima resistenza a scuola, poi la scoperta di cosa vuol dire libertà
In un’epoca che rischia di oscurare le storie individuali, la testimonianza di Rayhane Tabrizi, arrivata anche a Como, emerge come un lucido resoconto di resistenza e libertà.
Rayhane, oggi attivista per la dissidenza iraniana in Italia, ha vissuto a Teheran fino all’età di 29 anni, crescendo in un clima che definisce «profondamente repressivo». Nel suo racconto, la condizione femminile in Iran è segnata da una discriminazione istituzionalizzata che incide sulla dignità stessa delle persone: «Essere donna in Iran significa valere la metà di un uomo a livello legale» spiega, ricordando come abbia dovuto convivere con le scelte oppressive del regime in ogni aspetto quotidiano.
La repressione quotidiana
Nonostante le pressioni, Rayhane ha trovato nelle mura di casa un’oasi di supporto, grazie a una famiglia che l’ha sempre spronata a coltivare un carattere forte e indipendente. Gli episodi di resistenza sono iniziati presto, già tra i banchi di scuola, dove la normalità veniva scambiata per sovversione: «Al liceo sono stata sospesa per un mese intero semplicemente per essermi comportata come una ragazza normale- racconta Rayhane -. Io e le mie amiche avevamo fondato una sorellanza, ma siamo state chiamate a rispondere delle nostre azioni e costrette a rilasciare dichiarazioni, per poi essere divise in diverse aule».
Lavorando come assistente di volo ho potuto capire cosa significa davvero vivere in un Paese libero
Questa sorveglianza, esercitata spesso da donne della polizia morale convinte dei codici del regime, rendeva impossibile vivere senza il timore costante di punizioni. Nella vita di Rayhane Tabrizi, la svolta è arrivata grazie alla carriera come assistente di volo, che le ha permesso di confrontare la realtà iraniana con il resto del mondo: «Da quando ho iniziato a volare - continua -, ho potuto vedere cosa significasse realmente vivere in un paese libero». L’approdo in Italia nel 2008 è stato fortuito: «Stavo per partire per l’Australia quando conobbi un italiano, mi innamorai e arrivai qui, quasi per caso».
Il movimento iraniano fuori dal Paese
Tuttavia, la radice del suo addio resta l’impossibilità di esprimere liberamente la propria persona nel paese d’origine. Rayhane ammira l’indole del suo popolo, e definisce le donne iraniane «guerriere, forti e tenaci»: tratti ereditati da una cultura millenaria che il regime non è riuscito a scalfire. A nome delle comunità iraniane in Italia, descrive un contrasto emotivo lacerante: «Siamo di diverse idee e colori. Ciò che ci accomuna è il sentimento: piangiamo per il terrore che proviamo per le nostre famiglie, ma nonostante tutto speriamo di vedere finalmente il regime cedere».
«Sogno di costruire scuole nelle zone più povere per le ragazze del mio Paese»
Il percorso verso il futuro appare però lungo e complesso: «Siamo figli di un regime dittatoriale e imparare la democrazia richiede tempo.». La preoccupazione più urgente, condivisa dagli altri attivisti, riguarda i prigionieri politici: «Sono privi di qualunque garanzia: anche sotto la minaccia di attacchi militari non avrebbero modo di fuggire». La storia di Rayhane Tabrizi riassume così il paradosso di una comunità: il sacrificio della partenza trasformato in impegno civile per un popolo che, pur vivendo all’ombra della dittatura, continua a rivendicare la propria interezza. Il suo sogno resta quello di poter partecipare un giorno alla ricostruzione, aiutando a «costruire scuole nelle zone più povere per le ragazze del mio paese», lasciando così un seme di libertà per il domani.
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