Dietro quel cuore bruciato c’è una vita
La testimonianza Patrizia Mercolino ospite a Cantù con la storia del suo Domenico, morto dopo il trapianto di cuore
Lettura 3 min.«Non chiamatelo il bambino del cuore bruciato»: la battaglia di Patrizia Mercolino per ricordare il sorriso di Domenico. «Non voglio che mio figlio venga ricordato per come è morto, ma per come ha vissuto». Ed è per questo che Patrizia Mercolino, mamma di Domenico Caliendo, ha scritto per Piemme il libro “Un cuore bruciato” presentato in dialogo con Alida Paternostro domenica 4 luglio a Cantù nell’ambito del Trofeo Ti Aido.
Da quando Domenico è morto, lo scorso 21 febbraio all’età di due anni e tre mesi, il suo nome è diventato noto in tutta Italia. La vicenda del trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli è finita al centro di un’inchiesta giudiziaria. Mamma Patrizia ha fatto tre promesse a suo figlio Domenico. Due le racconta pubblicamente: non dimenticarlo mai e ottenere giustizia. La terza, invece, resta custodita nel loro dialogo più intimo. Per mantenere le prime due ha scelto di trasformare il dolore in impegno. Ha dato vita alla fondazione che offre sostegno psicologico e legale ad altre famiglie, si è affidata a un avvocato per seguire l’inchiesta sulla morte del figlio e ha scritto il libro firmato insieme al legale Francesco Petruzzi.
Ma soprattutto Patrizia continua a raccontare chi era Domenico. Lo ha fatto anche a Cantù, in occasione del Trofeo Aido, durante un intenso dialogo con Alida Paternostro in un incontro carico di emozione, nel quale la cronaca ha lasciato spazio al racconto di una madre che non vuole vedere il figlio ridotto a un titolo di giornale. A Cantù Patrizia ha scelto di parlare soprattutto della vita. «Tutti ormai parlano del bambino del cuore bruciato. Ma mio figlio era molto di più. Era un bambino felice». Nel libro e nelle sue testimonianze pubbliche, Patrizia ripercorre una storia che comincia molto prima degli ospedali. Una gravidanza arrivata a quarantadue anni, vissuta con una forza e un’energia che ancora oggi ricorda con stupore.
Domenico era il più piccolo di tre figli. La famiglia viveva una quotidianità fatta di cose semplici poi, quando il bambino aveva appena quattro mesi, la diagnosi. «Piangeva in modo diverso - ha raccontato - Era una sensazione. Una madre certe cose le sente. Ho capito che qualcosa non andava». Gli esami rivelano una grave patologia cardiaca. Da quel momento inizia il percorso che avrebbe portato Domenico in lista d’attesa per un trapianto. I medici raccomandano prudenza. Niente corse, niente sforzi eccessivi. Una vita da vivere con attenzione. «Siamo diventati inseparabili» ha spiegato Patrizia. Durante l’incontro, Alida Paternostro ha ricordato uno dei passaggi più toccanti emersi nelle presentazioni del libro: quando a Patrizia veniva chiesto quale fosse il giocattolo preferito del figlio. La risposta arrivava immediata: «Ero io». Una frase semplice che racconta meglio di qualsiasi altra il rapporto tra madre e figlio. «Abbiamo vissuto in simbiosi per due anni» ha spiegato. «Lui cercava sempre me e io cercavo sempre lui». Eppure, nonostante la malattia, Patrizia continua a descrivere Domenico come un bambino sereno. «Quando la gente pensa a lui immagina solo la sofferenza. Io invece penso alle sue risate, alla felicità che portava in casa. Era un bambino che viveva nell’amore».
Dopo due anni di attesa, arriva la telefonata che la famiglia aspettava da tempo. Un cuore è disponibile. Sembrava l’inizio di una nuova vita, invece comincia il periodo più difficile. Patrizia ha ricordato i sessanta giorni trascorsi in terapia intensiva dopo il fallimento del primo trapianto. Sessanta giorni scanditi dalla speranza. «Ogni mattina arrivavo in ospedale e facevo sempre la stessa domanda: è arrivato un altro cuore? Continuavo a credere che ci fosse ancora una possibilità». Oggi quelle settimane sono al centro delle indagini che dovranno accertare responsabilità e omissioni. Ma la madre di Domenico continua a chiedersi perché molte informazioni siano arrivate alla famiglia soltanto attraverso i giornalisti: «Non riesco a comprendere perché non ci sia stata chiarezza». Accanto alla richiesta di verità e giustizia, però, Patrizia porta avanti un altro messaggio: la difesa della cultura della donazione degli organi. Anche a Cantù, davanti ai volontari dell’Aido e alle famiglie presenti, ha ribadito la sua convinzione. «Io continuo a credere nella donazione. Se oggi racconto la nostra storia è anche perché altri bambini possano avere una possibilità di vivere. Serve più attenzione, servono procedure chiare, ma non dobbiamo smettere di credere nel valore della donazione». Parole che hanno trovato una particolare sintonia con lo spirito della manifestazione. Non a caso Patrizia tornerà a Cantù il prossimo 25 luglio per partecipare al BeaLive, l’evento dedicato al ricordo di Beatrice Zaccardo, la giovane scomparsa in un tragico incidente stradale che poco prima della sua morte aveva manifestato la volontà di donare i propri organi. Una storia diversa, ma unita dallo stesso messaggio di solidarietà e speranza che accompagna il tema della donazione. Nel frattempo Patrizia continua il suo percorso, divisa tra gli impegni della fondazione e la necessità di restare accanto agli altri due figli. «Insieme vogliamo ricordare Domenico per quello che è stato - ha detto Patrizia - perché prima di essere una notizia era un bambino. Il mio bambino. Ed era felice».
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