I miei giorni in Mozambico tra chi si sente abbandonato

Alla fine del 2021, don Filippo Macchi ha preso lo zaino e si è trasferito a Mirrote, villaggio nella diocesi di Nacala. Lì è iniziata una nuova vita, dove l’incertezza politica si supera con la certezza delle tante relazioni umane

A Mirrote, cittadina nel Nord del Mozambico, la chiesa è un puntino color crema su una distesa di terra scura, da cui si alzano palme e grossi alberi verdi. Da più di quattro anni, don Filippo Macchi, sacerdote della diocesi di Como, ha imparato a chiamare quel puntino semplicemente “casa”.

Dal 2017 il Mozambico è colpito dal terrorismo

«Ho conosciuto il Mozambico nel 2019 con l’idea di iniziare la missione nel 2020. Purtroppo, per difficoltà burocratiche legate alla pandemia, sono rientrato di corsa in Italia. L’ok definitivo per scendere è arrivato a fine 2021». Don Filippo però, non lo nasconde: quando ha ricevuto la professione, mai si sarebbe aspettato di diventare missionario full-time. «Pensavo “bello, ma non fa per me”» spiega. Qualcosa però deve essere scattato: un richiamo a 7mila chilometri di distanza da Como, che ha trasformato don Filippo in un parroco “fidei donum”. Nella lingua latina questa espressione significa letteralmente “dono della fede”, perchè è come se una diocesi donasse temporaneamente un suo sacerdote ad un’altra diocesi, che ha bisogno di una mano.

In questa premessa di solidarietà, nell’agosto del 2019 il vescovo Oscar Cantoni annuncia l’avvio di una nuova missione nella diocesi di Nacala, in Mozambico. E don Filippo si fa trovare pronto, con lo zaino, per un primo viaggio in avanscoperta a Mirrote. Poi, nel 2020, una nuova partenza, a cui segue un rientro in Italia costretto dal Covid. Insomma, già partire sembra una missione impossibile, ma don Filippo non demorde e, verso la fine del 2021, può finalmente tenere tra le mani un biglietto di sola andata.

«La precarietà qui è pane quotidiano. Conta molto saper collaborare»

Vita nuova

Quando ci si stabilisce a Mirrote, villaggio di circa 15mila persone, ci si ritrova alle prese con le faccende più quotidiane: prendere la patente, imparare il portoghese (perchè il Mozambico fino al 1975 era una colonia) e crearsi una rete di relazioni su cui contare per riuscire nella missione. «La nostra è una chiesa ministeriale: laddove il prete non arriva, ci sono persone del posto che collaborano» racconta.

Anzi, durante gli anni della guerra civile (1981-1994 ndr), quando tutti i missionari sono stati costretti a lasciare il Paese, l’accompagnamento spirituale è stato portato avanti proprio dai laici. «Ognuna delle 120 cappelle della sparpagliate tra i villaggi ha un anziano che conduce la preghiera della domenica». Ma al di là del lavoro spirituale, le relazioni sono ancora più importanti da quando, sul Mozambico, pende il rischio del terrorismo di matrice islamica: «Mi sono affidato molto alle persone e ai missionari venuti prima di me - racconta don Filippo -. Mi hanno accompagnato con tanta pazienza, spiegandomi quali sono le dinamiche locali e fino a dove arrivano i miei margini di azione». A questo proposito, il missionario ricorda Maria De Coppi, suora comboniana uccisa in un agguato a Nampula dopo 59 anni di missione. «Io non ho paura, perchè sono nelle condizioni di scappare, se serve» racconta il sacerdote. «Però non nascondo che, vedere certe situazioni di sofferenza, fa soffrire anche me». Del resto, essere missionari è un mestiere che non si può riassumere in un abito talare e basta.

Don Filippo Macchi è originario di Gemonio, nel Varesotto. Nel 2007 è stato ordinato sacerdote della diocesi di Como. Dopo aver lavorato con i giovani di diversi oratori comaschi, nel 2019 ha ricevuto il mandato di missione in Mozambico. Risale ad agosto di quell’anno il suo primo viaggio a Nacala, diocesi costituita nel 1991 da papa Giovanni Paolo II. Qui don Filippo si è stabilito in modo fisso a fine 2021.

Relazioni

«Como non mi è mancata in questi anni, perchè non è mai venuta meno la vicinanza degli amici» continua don Filippo. Tra di loro ce n’è uno particolarmente noto: il cardinale Oscar Cantoni. Nel 2023 anche lui ha preso l’aereo e ha trascorso una settimana insieme a don Filippo. Di quell’esperienza è rimasto un breve diario di bordo, in cui si raccontano i bagni di folla, gli incontri con autorità, preti e suore del posto, ma anche il rientro posticipato del vescovo Oscar a causa di uno sciopero internazionale degli aerei.

Don Filippo, che ha lavorato a lungo con i giovani del Comasco, si ritrova ora circondato da altrettanti giovani, che però sperimentano una quotidianità molto diversa. «Normalmente restano, da qui l’Europa non è nemmeno dentro l’orizzonte della migrazione - racconta -. Qualcuno cerca però una possibilità per uscire dal villaggio verso la città. A sua volta chi è in città, specie nel Sud del Paese, sogna il Sudafrica, siccome siamo confinanti. Da qui è vista come una società molto sviluppata».

A questo proposito, il missionario racconta meglio di qualunque saggio di geopolitica il sentimento che si respira tra i campi di Mirrote: «La gente è in parte arrabbiata, in parte rassegnata nell’essere lasciata ai margini dello sviluppo economico. Nelle nostre aree c’è un grande sfruttamento di risorse, ma il frutto di questo sfruttamento non va a beneficio delle popolazioni locali». L’abbandono di cui parla don Filippo è «da parte del governo e delle persone che contano. L’anno scorso, dopo le elezioni, ci sono state grosse rivolte da parte dei giovani».

Eppure c’è un sottofondo di rassegnazione, «anche per via di tanti freni culturali, per cui subentra l’accettazione di come sono le cose, senza la possibilità di un miglioramento». A questo proposito, un pensiero molto comune a Mirrote è: «Mio nonno era contadino, mio padre è contadino, lo sarò anche io». Chi lascia la terra per tentare la fortuna «aumenta ancora di più il senso di precarietà, che qui è pane quotidiano».

Ci sono situazioni però, in cui paradossalmente la popolazione tira fuori il meglio di sè. «Qui un problema ripetuto sono i cicloni e le piogge forte, che fanno crollare case o scoperchiano i tetti. Certo, sul momento la gente si dispera, ma in poco tempo rimette in piedi una nuova abitazione da chiamare casa. Hanno una rete famigliare molto stretta e una fede che permette loro di rialzarsi dopo le batoste». In questo senso «il Vangelo trova una porta aperta: quando la gente lo riceve, lo accoglie volentieri. Le persone pregano, si affidano e vedono in noi una presenza amica».

Per percorrere Como-Mirrote ci vuole un giorno intero di 24 ore. Arrivati a destinazione, l’elettricità non è sempre una garanzia. Quando piove, piove parecchio. Eppure c’è chi, nonostante tutto, ha scelto di tornarci.

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