«In guerra è l’istruzione che salva»

Reportage Don Andriy Bodnar è direttore della casa salesiana a Leopoli, dove vivono 60 ragazzi orfani del Donetsk «Il pacifismo? Sosteniamo i soldati che ci difendono. La pace non è conquista. Ma la cultura può vincere la violenza»

«Si vis pacem para bellum». Con Don Andriy Bodnar, direttore della casa salesiana di Lviv (la città ucraina che noi chiamiamo Leopoli), da cui è partito don Stepan Tymonchank, oggi collaboratore parrocchiale ad Albate e cappellano dell’ospedale Sant’Anna, la conversazione sul tema “armi all’Ucraina” è durata quasi un’ora, ma il suo confratello, don Anatolii, la riassume invece così, durante l’intervallo della partita di calcio in cui i ragazzi ospiti della casa salesiana stanno sfidando una squadra di coetanei di Lviv. Proprio loro sono il simbolo gli ucraini delle regioni orientali che fino al 2022 parlavano solo russo e che adesso vivono e studiano in una delle città più occidentali del Paese (geograficamente, linguisticamente e culturalmente) su cui l’invasione di larga scala della Russia pesa maggiormente. Don Anatolii sceglie la locuzione latina - erroneamente attribuita a Vegezio ma che ben ricalca un pensiero diffuso nell’antichità greco-latina, da Platone fino a Cicerone - per esprimere un concetto semplice per gli ucraini: il pacifismo qui non si può praticare senza armi.

«Hanno perso tutto e pensano sia finita Ma poi studiando ritrovano la speranza per il loro futuro»

La scuola, il panificio, il campo

Don Andriy prova a spiegare perché in modo più articolato. Suo fratello ha terminato il servizio militare da poco, da quando cioè è nato il suo terzo figlio e la legge marziale lo esenta quindi dallo stare al fronte, dove però ha passato molto tempo: «Mi ha raccontato che i soldati russi sono mercenari, combattono perché la paga da soldato rende di più di qualsiasi lavoro possano permettersi, soprattutto fuori dalle città». Gli ucraini, invece, spiega don Andriy, combattono per un’idea di Paese. Un’idea basata sulla libertà, soprattutto, e anche sull’educazione. «La forza della Russia oggi, invece, è l’ignoranza» prosegue il direttore della casa salesiana di Lviv, dove vivono sessanta orfani di guerra che mentre lui parla sono impegnati a tirare gol in porta, e dove ogni giorno studiano circa duecento giovani ucraini, nella scuola professionale gestita dai preti. E dove i veterani amputati giocano a calcio. «Siamo stati i primi ad avere questa idea - racconta orgoglioso - Ora in quasi tutte le regioni c’è una squadra di amputati, ma la Pokrova Lviv Amp è stata la prima». Gli ex soldati che al fronte hanno perso uno, due, tre e fino a quattro arti giocano con le stampelle: con le protesi non si può correre. Serve forza, nelle braccia per sostenersi, ma anche forza di volontà. La stessa di quei ragazzini rimasti orfani a causa della guerra che si allenano sul campo da calcio con don Anatolii e che salutano don Andryi con una stretta di mano e un “gloria al Signore”, mentre corrono a preparare le scatole di viveri che verranno mandate a Kharkiv di lì a breve. In quelle scatole c’è anche il pane che viene prodotto nel panificio gestito dagli stessi salesiani e, per Pasqua, anche le colombe.

«L’ignoranza arma degli imperi»

«Molti di questi ragazzi non sono battezzati - spiega don Andriy dopo averli salutati davanti alla statua di San Giovanni Bosco, fondatore e padre spirituale dei salesiani, affiancato da due ragazzini in pietra e con al collo la sciarpa della Pokrova Lviv Amp - Noi però non gli chiediamo di battezzarsi: la fede cattolica, se gli arriva, gli arriva attraverso l’aria che respirano qui». Che è un’aria profumata di famiglia e di libri e inchiostro delle biro, che macchia le mani.

«L’ignoranza - riprende don Andryi - è l’arma degli imperi e la Russia questo è: un impero. Lo sa anche la Chiesa russa, che sacralizza sempre di più la guerra e questa guerra in particolare. Usa la propaganda, i miti, mai la conoscenza dei fatti e la cultura, così si espandono e cercano di farlo soprattutto in Europa». L’istruzione e lo studio della lingua, della storia e della letteratura nazionali invece fortificano: «Rendono chiaro chi si è e cosa significhi essere ucraini». E infatti nello studio i ragazzi che nelle regioni orientali del Paese hanno perso tutto - i genitori, ma anche la possibilità di fare ritorno alle case in cui sono cresciuti, molte rase al suolo, altre ormai parte dei territori occupati dalla Russia- hanno scoperto il beneficio dello studio: «Mi raccontano che per molto tempo si convincono che tutto sia finito, ma poi lo studio dà loro un obiettivo da perseguire, qualcosa per vivere. Una speranza per una vita migliore, domani».

Intanto, però, la guerra imperversa. E se è vero che Lviv è perlopiù riparata dagli attacchi intensi che quest’inverno, oltre che nelle aree a ridosso del fronte, si sono concentrati sulla capitale, pochi giorni dopo quest’incontro alla casa salesiana, migliaia di droni volano su tutta l’Ucraina e anche a Lviv gli allarmi suonano per una giornata intera, mentre un monastero del centro storico viene colpito.

«Quello che stanno facendo gli ucraini con le armi è resistere - specifica don Andryi - Stiamo resistendo a un’invasione, a un nemico che vuole arrivare nelle nostre città e distruggere tutto ciò che siamo, cancellare tutto ciò che è Ucraina». E allora per il direttore della casa salesiana le opzioni sono solo due, oggi: resistere o essere annientati. «Ma per resistere - aggiunge - ci serve l’aiuto dei Paesi europei».

«I libri curano la nostra umanità»

E in quest’ottica il supporto dato ai soldati - quelli della squadra amputati così come quelli ancora al fronte - non è e non può essere inteso dai salesiani come contraddittorio rispetto alla loro fede. «Se siamo qui a parlare tranquillamente, mentre i ragazzi giocano è anche perché c’è qualcuno che ci difende. Però sappiamo che la violenza lascia ferite anche nell’anima - conclude don Andriy, con lo sguardo che vaga tra scarpette da calcio ed erba verde - E allora con l’istruzione curiamo quelle ferite e salviamo la dignità e l’umanità. La nostra e quella di questi ragazzi».

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