Il testamento di Pellegatta: la generosità
Il ricordo Prima vigile di quartiere a Rebbio, poi volontario: «Aveva capito cosa volesse dire fare società»
Lettura 3 min.È scomparso lo scorso 7 agosto Carlo Alberto Pellegatta, per tutti “il Tenente”. Troppo presto per la moglie, per i figli, per i nove nipoti che chiamava affettuosamente “la sua tribù”. Troppo presto per gli amici e gli ex colleghi vigili. Troppo presto per una comunità, quella di Rebbio, in cui aveva lasciato il segno ovunque: come vigile di quartiere, prima, e poi come cittadino attivo e punto di riferimento della vita locale.
Per dieci anni aveva vissuto con la famiglia al parco Negretti, nell’ex CAG Oasi, una delle zone più difficili di Como. Era il suo modo di essere vigile di quartiere, una figura che, ricorda don Giusto della Valle, parroco di Rebbio, «ormai non esiste più, ma dal punto di vista educativo era fondamentale». «Erano anni duri, quelli in via De Vittorio, ma lui sapeva averci a che fare con la gente». Un ricordo che trova eco anche nelle parole di Alessandro Nardone, amico di famiglia da sempre legato a Pellegatta dal rapporto di amicizia che questi aveva con il padre, anch’egli vigile: «Apparteneva a quella generazione di vigili che indossava la divisa con vero spirito di servizio. Erano tra i primi rappresentanti del Comune, dell’istituzione cittadina, e la sentivano come una grandissima responsabilità. Tutti li conoscevano per nome: facevano parte del tessuto della comunità, erano punti di riferimento».
Nemmeno la pensione lo aveva separato dalla sua divisa. Pellegatta aveva fondato la sede di Como dei Vigili in Pensione. «Ci teneva moltissimo», racconta Nardone, «quasi in modo maniacale». «Mi piace ricordarlo come un grande aggregatore: grazie a lui sono rimasti vivi tanti rapporti tra le persone che hanno fatto parte del corpo dei vigili urbani». Tutte caratteristiche che emergono anche dai racconti degli abitanti della sua Rebbio. Don Giusto ne parla come «un uomo con un alto senso dello Stato e della società civile» e lo definisce senza esitazione «un pilastro della parrocchia: consiglio pastorale, filodrammatica, cine-teatro, corpo musicale. In tutte le realtà che fanno la vita di un quartiere, lui c’era». Al Corpo Musicale di Rebbio era stato presidente dal 2015 al 2020, poi consigliere e socio. «Era uno che aveva capito cosa volesse dire fare società», racconta Emilio Aquilini, attuale presidente. «Persona solare e buona, una simpatia da vendere. Non era uno che si imponeva: mediava, consigliava, proponeva. Per noi è stato un faro».
Al Cine-Teatro Nuovo di Rebbio, nato negli anni Settanta come sala parrocchiale e diventato oggi uno dei teatri più seguiti della città, Pellegatta è stato volontario per oltre quarant’anni: vendeva i biglietti, apriva e chiudeva la sala, faceva i turni e, fino a pochi anni fa, recitava anche nella filodrammatica in dialetto. «Era una persona su cui si poteva contare sempre. Forse uno dei collaboratori più fidati che avessi», racconta Sergio Bani, che lo conosceva fin dagli anni in cui accompagnavano insieme i figli a scuola. «Era una persona speciale, sempre disponibile», aggiunge Giulia Girardi, attuale responsabile del teatro, che con Carlo Pellegatta ha condiviso gli ultimi mesi di turni dopo la riapertura di aprile a seguito dei lavori di adeguamento antincendio. «Con tutti i problemi che abbiamo avuto, è stato lui a darci la carica per andare avanti». Proprio all’ultima riunione della commissione, il 30 luglio, Pellegatta aveva rilanciato l’idea di una cena tra volontari per settembre. Girardi lo ricorda così, in quei giorni: presente, attivo, pieno di iniziativa. La stessa generosità emerge nel ricordo di Roberto Durini, presidente del Gruppo Turistico Rebbiese, per il quale Pellegatta curava ogni anno l’organizzazione della fiaccolata alla grotta di Lourdes di Rebbio, occupandosi di permessi, sicurezza e viabilità. «Mi diceva sempre: “ci penso io”. Era di una disponibilità tremenda: in più di quarant’anni non gli ho mai sentito dire una volta di no».
Del suo “Carlaccio” - così lo chiamava affettuosamente - Durini conserva un’immagine nitida: «Se chiudo gli occhi lo vedo davanti alla croce con il suo giubbotto giallo catarifrangente, impegnato a fermare il traffico. Quando passavo mi faceva l’occhiolino». E confessa: «In camera ardente gli ho detto: ora dove lo trovo un altro come te?». Oltre le cariche, le associazioni, i turni e le fiaccolate, era soprattutto un «grande nonno, un grande papà, un grande marito», come dice don Giusto. «Aveva una dedizione per i nipoti davvero bella, era un nonno invidiabile». Il funerale non poteva che svolgersi a Rebbio. «È stato molto bello, triste ma carico di speranza, come dovrebbero essere i funerali», conclude il parroco.
Resta, nelle parole di chi lo ha conosciuto, l’immagine di un uomo che sapeva esserci: in parrocchia, in teatro, con gli ex colleghi, con la famiglia. Sempre un passo avanti a tutti, sempre pronto a tenere unito un gruppo. Era così che Carlo Pellegatta faceva le cose. Non ci sarà alla cena di settembre con i volontari del teatro, ma tra le tante realtà di Rebbio che ha frequentato negli anni, e nel cuore delle persone che gli hanno voluto bene, sarà indelebile il ricordo del suo impegno, della sua discrezione e della sua proverbiale generosità. Che va ben oltre quella sedia vuota.
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