La memoria di un quartiere. Che bella storia Camerlata

Isabella Tosca ha raccolto storie, immagini, racconti di una zona della città un tempo viva, vissuta, partecipata. «Questo luogo ha un lato antropologico, un cambiamento dei volti e dei nomi che ruota attorno alla fontana»

Il calzolaio, i piccoli alimentari per il pane, le uova e il latte, quelle tante botteghe artigiane di cui brulicava il quartiere. E poi il vecchio ospedale, con il traffico di pazienti e medici, la salita dietro al Gb Grassi per andare nei boschi o poco sotto le fabbriche che impegnavano dalla mattina alla sera centinaia di uomini.

In pochi anni questa Camerlata è sparita, questa vitalità ancora novecentesca ha lasciato spazio a mura decadenti, edifici abbandonati, vite vissute di corsa, passanti distratti. Il tutto non senza diverse storie complicate. Tanti luoghi però sono stati di nuovo ricostruiti ed occupati da grandi spazi commerciali, da nuovi supermercati, mentre i volti si sono modificati e i tratti comaschi, come pure quelli meridionali, sono divenuti più spesso nord africani, asiatici, tra Ramadan e mini market food.

Immagini

Gli ultimi decenni sono stati ripercorsi ad Asylum lo scorso week end da sabato a lunedì attraverso di fotografie, immagini, nomi e memorie.

«Quando ero bambina sono cresciuta dietro a una saracinesca, nel negozio di mio papà, Giuseppe, il calzolaio del quartiere – racconta Isabella Tosca, curatrice della mostra – dall’altra parte della strada c’era un altro negozio, ci lavorava una parrucchiera, la cui figlia è diventata presto la mia migliore amica. Ci guardavamo da vetrina a vetrina, conoscevamo tutto quello che succedeva tra la via e la piazza, abbiamo abbracciato l’umanità di Camerlata quasi per intero, ancora adesso siamo amiche. Poi però, piano piano, tante storie sono cambiate, molte sono venute a mancare, sono sparite, se ne sono andate insieme ai tanti anziani con troppi anni sulle spalle. Non c’è più l’ospedale, che era uno dei centri più vivi e frequentati, movimentati. Non ci sono più grandi aziende come la Fisac, oppure la Landini, le industrie fino agli anni ottanta hanno retto e poi superata la crisi hanno chiuso e hanno ceduto il passo alle catene della grande distribuzione. Gli alimentari, quattro, non esistono più, ci sono i kebab, i fruttivendoli stranieri che vendono anche altri generi sugli scaffali. In certi mesi dell’anno adesso la sera le strade si riempiono di persone che corrono con i vassoi per salutare la fine della giornata durante il Ramandan. Camerlata ha un lato antropologico, un cambiamento dei volti e dei nomi che ruota attorno alla fontana».

C’è una bella immagine di Camerlata sotto la neve, con le auto dalle forme che appartengono a un altro secolo.

L’asilo davanti al Pronto soccorso chiuso da più di quindici anni una volta ospitava generazioni di bambini, ci sono ancora foto dei tempi prima della guerra di classi e classi di comaschi vestiti da balilla. Oppure il barista, il padre del barista, il figlio del barista e la moglie del barista che hanno passato tre generazioni dietro a un banco a osservare la piazza, descritta con l’arrivo del grande traffico come un rondò. Trasferita la fontana nel 1960 da Milano, dal parco Sempione, mentre due architetti promettenti, Cattaneo e Radice, immaginavano un nuovo monumentale spartitraffico a cerchi.

Prima delle mostra, sabato, per un signore di 85 anni, l’allora bidello delle medie ha consegnato a Tosca come testimonianza delle edizioni del Giornalino camerlatese del 1944. Un residente di 75 anni un quaderno realizzato dal padre, con dipinti a mano gli scorci del quartiere, si dinstingue il Baradello sulle cartoline colorate a nuovo che descrivono la Camerlata d’un tempo, un pezzo di città nella città, ormai per sempre cambiata.

Passato e futuro

Isabella Tosca su Camerlata ha già scritto un libro pieno di ricordi, CaMerlata per Elpo Edizioni.

«Mi sono immaginata un senzatetto, che in realtà in parte è esistito – racconta l’autrice, musico terapista di professione – e che nel quartiere conoscevamo tutti e di cui tutti ci prendevamo cura. L’ho immaginato morto, fermo in una indistinta altra dimensione, con la possibilità di osservare al contempo il passato e il futuro. Tutto ciò che è stata Camerlata e ciò che potrà diventare. Con un racconto che si svolge tutto attorno a quella piazza, ho raccolto storie, testimonianze, ho ascoltato tanti anziani che come mio padre in quei posti ci hanno speso la vita intera. È, appunto, uno spaccato della nostra umanità, una parabola delle nostre vite racchiuse dentro a un quartiere».

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