«Le nostre notti in mezzo a una strada»

La storia Oggi Carlo e Pietro vivono all’Ozanam: ma le loro storie raccontano quanto a volte la vita possa rivelarsi precaria

L’incontro con Pietro e Carlo è in uno degli appartamenti della Piccola Casa Federico Ozanam, al piano di terra di un condominio che si affaccia sul cortile della struttura. Appena entrati si è avvolti da un intenso profumo di basilico. Alessandra, un’operatrice della Casa, sta preparando il sugo al pesto per il pranzo. Ad aiutarla alcuni ospiti della Casa.

Pietro Simonetto sbuca da una sala vicina spingendosi sulla carrozzina. Ha cinquant’anni ed è in sedia a rotelle da dicembre dello scorso anno. È arrivato ad Ozanam otto mesi fa. All’inizio è stato difficile, non conosceva nessuno e i mesi in strada lo avevano provato moltissimo. Poi, a poco a poco, per lui le cose sono cambiate e la vita ha ricominciato ad avere un senso.

L’improvviso licenziamento: trovarsi senza un tetto sulla testa

Fino all’estate del 2021, Pietro ha lavorato in un agriturismo, si occupava degli animali, viveva solo in mezzo alla natura e non gli pesava affatto, anzi, il lavoro lo gratificava. Poi improvvisamente viene licenziato e siccome l’alloggio è di proprietà del suo datore di lavoro, si ritrova senza una casa. «Il giorno prima per il giorno dopo mi dicono che devo lasciare la casa – racconta con la voce che trema per l’amarezza – riesco solo a piazzare da una vicina le mie poche cose». Ottobre, novembre e dicembre, fin quasi a Natale, Pietro dorme per strada. Cammina con la stampella ma con l’aggravarsi della sua malattia (soffre di una forma grave di artrosi) a dicembre si ritrova in sedia a rotelle all’addiaccio. «Dormivo sotto una veranda di piazza del Popolo, poi a dicembre tramite l’associazione Porte aperte, sono andato in Sant’Agostino dove stavo dalle 8 di mattina alle 8 alla sera». Il resto della giornata Pietro lo passa per strada, tra i giardinetti e la mensa delle suore Vincenziane, in via Tatti, l’unico tragitto che può fare in carrozzina. «Ho conosciuto tante persone solidali che mi hanno aiutato tantissimo – dice Pietro ritrovando il sorriso –. Quando stavo al chiosco di piazza del Popolo, una famiglia mi portava la boule dell’acqua calda per scaldarmi, coperte e sacco a pelo non bastavano…».

«Mi sto risollevando piano piano, è un’esperienza di vita dura quella che mi è capitata»

«Il momento più brutto è stata la prima sera che mi sono ritrovato per strada, non mi era mai capitato prima»; Pietro fa una lunga pausa, fatica a raccogliere le parole e indugiare su quel ricordo provoca ancora troppo dolore. «Mi sto risollevando piano piano, è un’esperienza di vita dura quella che mi è capitata e che ho accettato, mi ha fatto scoprire la solidarietà, ma mi ha anche insegnato a non fidarmi troppo delle persone, prima ero uno che si fidava senza farsi troppe domande, ora sono diventato molto più accorto. Il lavoro, per esempio, davvero ci avevo creduto che sarebbe durato, lavoravo da lunedì a domenica, e perdere tutto così, dall’oggi al domani, è stata una botta tremenda». Alle spalle Pietro ha una vita complicata. Ha perso sua mamma a 13 anni e suo padre a 18, i fratelli formano una propria famiglia e non possono occuparsi di lui: «Sono cresciuto da solo, 15 anni fa abitavo qui in città, ma poi a un certo punto non sono più riuscito a gestirmi, la casa era in affitto con riscatto, non è mai stata veramente mia e non potevo neppure rivenderla». Pietro lascia Como e si trasferisce in Sardegna per lavorare, ma anche lì non trova stabilità e persone di fiducia. Ritorna nel Comasco e per sette anni vive e lavora in montagna. Guadagna solo duecento euro al mese, ma è sereno perché trova un po’ di stabilità. Fino a quella brutta domenica in cui tutto finisce. «Mi sono detto o vivo nel bosco o mi avvicino a Como... E così sono finito sulla strada. Qui in Ozanam ho trovato degli angeli, da solo non avrei potuto andare avanti, cerco di pensare solo a stare bene qui e per il futuro si vedrà… Mi piacerebbe avere ancora una casa tutta mia». Trova ancora la voglia di scherzare: «Poi, vedete? questa pancetta qui prima non ce l’avevo».

Il momento più brutto? La prima notte da senza tetto

Pietro saluta e lascia il posto a Carlo Colombo. Carlo incrocia le mani sul tavolo e vince la timidezza per raccontarsi. Il volto è provato ma i suoi occhi azzurri, ogni tanto, si accendono. Ha 54 anni e alle spalle quasi dieci di strada. Anche per lui il momento più brutto è stata la prima notte da senza tetto. Carlo, come Pietro, aveva un lavoro. Qualche difficoltà personale, ma bene o male se la cavava. Finita l’emergenza Covid, però si è ritrovato per strada. «Abitavo in via Varesina, facevo l’installatore di stufe, ho sempre fatto lavori diversi, per tanto tempo anche il muratore». Carlo è uno dei tanti senza fissa dimora aiutati da don Roberto Malgesini. «Per cinque anni sono stato accolto da lui» dice con affetto. «Qui in Ozanam le cose sono molto cambiate, sei al caldo, con un tetto sulla testa e non hai preoccupazioni per il cibo, ora mi fermo qui anche di giorno, mentre prima stavo in giro e poi rientravo alle quattro del pomeriggio. Desidero solo passare gli ultimi anni della mia vita tranquillo, la strada non è vita, non capisco quelli che la scelgono, non è bello andare in giro sporchi, se ti capita qualcosa e finisci in ospedale? I miei mi hanno insegnato certe regole... E comunque se avessi ancora la mia casetta sarei felice». In bocca al lupo di cuore, Pietro e Carlo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA