«Occupiamoci di disabilità partendo da chi la vive»

A Como Pia Pullici è stata attiva in più ambiti ma è conosciuta soprattutto per il suo impegno nel terzo settore. «Credo che ci sia ancora una parte di stigma. Queste persone hanno diritto a una esistenza piena»

Pia Pullici è nata in un sabato di settembre del 1941. All’epoca la disabilità non era un tema, ma non perchè non esistesse: semplicemente chi ne aveva una, per vergogna propria o su decisione della sua famiglia, viveva di nascosto. In Italia si sarebbe parlato di barriere architettoniche per la prima volta in una legge del 1989. E solo nel 2024 le espressioni “handicappato” e”diversamente abile” sono stati per legge sostituiti da “persona con disabilità”.

«A volte ci si scorda che queste persone hanno diritto a vivere»

Eppure, all’indomani della Grande Guerra, un signore della Brianza aveva già capito tutto, cioè che, pur avendo perso una gamba, avrebbe potuto comunque sposarsi e avere una famiglia. Quel signore di cognome faceva Pullici: era il padre di Pia.

La storia

«Sono cresciuta in un contesto in cui l’handicap, quindi lo svantaggio derivato dalla disabilità, non c’era - racconta Pia-. Di fatto mio padre ha continuato a fare tutto quello che voleva rispondendo così a chi gli diceva “poverino”». Non è un caso se, dopo il diploma di ragioneria, Pia abbia scelto di fare la fisioterapista, trascorrendo anche un anno negli Stati Uniti in un ospedale che accoglieva soldati feriti durante la guerra in Vietnam.

«Ho vissuto da vicino le discriminazioni verso le disabilità»

«Gli Stati Uniti hanno un approccio diverso alla disabilità, ma all’epoca si cercava comunque di nasconderla». Basti pensare a Rosemary Kennedy, sorella del presidente Kennedy, nata con disabilità intellettive e poi sottoposta a lobotomia, oppure lo stesso presidente Roosevelt, che era stato colpito da una paralisi agli arti inferiori, ma cercava di mostrarsi il meno possibile in sedia a rotelle.

Tornata in Italia, forte della sua esperienza, si è man mano dedicata al terzo settore, co-fondando tante associazioni che operano nell’ambito delle disabilità. Una di queste è Thais, che porta il nome di Thais McNeilly, una giovanissima studentessa del Giovio scomparsa prematuramente a causa di un incidente in moto. Era una delle prime volontarie impegnate nel progetto di ippoterapia. Due anni dopo la sua morte, le è stata intitolata un’associazione che proponeva proprio la rieducazione a cavallo e in acqua. «Avevo conosciuto due istruttrici di equitazione che erano andate al Niguarda a preparare i terapisti, perchè lì c’è un centro di riabilitazione equestre per i pazienti. È nata così». Parte dell’esperienza in Thais ha trovato spazio nell’azzurro delle piscine di via del Dos, a Como, dove fino al 2022 c’erano due vasche con attrezzatura per l’ingresso e l’uscita in acqua anche per chi ha mobilità molto ridotta. Come per i cavalli, la parola chiave rimane adattarsi: «Devi sempre trovare soluzioni, però esistono, e anche con la Peg e la tracheotomia si può nuotare».

Lavorare insieme

Di tutte le esperienze, è forse lo sport il fil rouge nella vita di Pia Pullici. Vissuto prima come passione personale, è poi diventato un’occasione perpetua per riabilitare e includere. Tra l’altro lei, che da giovane fece l’assistente dei giudici di gara a Roma 1960 e incontrò Abebe Bikila in sedia a rotelle a Stoke Mandeville, lancia una riflessione a poche settimane dalla fine di Milano-Cortina 2026: «Dal 1960 sono pro-olimpiadi, nel senso che credo in una sola Olimpiade, che raggruppi le sfide di tutti gli atleti, con e senza disabilità, negli stessi giorni. Diciamoci la verità: chi va a vederle le Paralimpiadi dopo? Ottengono molto meno risalto. Siccome sono comunque dei Giochi con meno gare, vale la pena mettere insieme Olimpiadi e Paralimpiadi in un unico momento sportivo».

Mentre parla, Pia Pullici è un fiume in piena, però c’è un punto su cui si sofferma più volte: «I medici si concentrano molto sull’aspetto sanitario e farmacologico della disabilità, e non tutti capiscono che queste persone devono vivere. Hanno diritto a farlo. E vi assicuro che prendersi cura dell’aspetto psicologico di una persona con disabilità la fa cambiare da così a così» racconta, mentre mostra le foto dei suoi fantini. «Se lo vedete a cavallo, direste che ha una disabilità?».

Dal 1941 ad oggi tanto è cambiato nell’approccio della società su questo tema, ma per Pia, che è ancora attiva, rimane ancora lavoro da fare: «Credo che ci sia ancora una parte di stigma, e me lo raccontano i miei ragazzi, che si sentono ancora messi da parte. C’è chi va nei ristoranti o nelle attività lavorative che impiegano persone con disabilità, e comunque si fida fino ad un certo punto. Non va bene. Hanno diritto ad avere più fiducia».

Nelle parole di Pia Pullici non c’è rabbia, anzi piuttosto un grosso coinvolgimento emotivo che deriva dalla sua lunga esperienza tra le persone con disabilità. «La cooperativa Sim-Patia è stata fondata perchè era impensabile che dei giovani finissero a trascorrere la loro vita in una casa di riposo, senza mai uscire, magari stando sempre sulla comoda - ricorda Pia -. Ho fatto di quelle battaglie...e ho vissuto anche sulla mia pelle la vergogna che c’era nei confronti delle disabilità. Ricordo una volta al mare, in uno stabilimento balneare di Sanremo, quando accompagnavo una ragazza e mi fu chiesto di andarmene per una questione d’immagine».

Nel 2025 è stato assemblato un piccolo libro illustrato che Pia porta sempre con se agli eventi. È dedicato ai 40 anni dell’associazione Thais. In una delle prime pagine, è impossibile non notare una serie di simboli che non sono nè lettere nè numeri. «Si chiama Bliss ed è un sistema di comunicazione aumentativa e alternativa che non segue la fonetica ma utilizza dei simboli rappresentativi». La maggior parte delle persone «non lo conosce e quindi non lo mette a disposizione. Eppure, come facciamo a sapere cosa pensa e vuole la gente se non diamo loro gli strumenti per comunicare?».

Insomma, il margine per lavorare c’è, ma tutti devono crederci, a partire dalla narrazione che si fa della disabilità, sempre troppo semplificata, che oscilla tra la figura eroica “nonostante tutto” e l’individuo “fragile”, quasi infantilizzato, da proteggere. Eppure, non così in fondo, togliendo tutti i “nonostante”, si tratta sempre di persone. Nulla di più, nulla di meno.

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