Il Lago di Como? «Rischia di diventare un laboratorio delle fragilità»

Una ricerca del dipartimento di diritto, economia e cultura dell’Università dell’Insubria, presentata questa mattina nel corso dell’assemblea della Cgil di Como, scava nelle contraddizioni di un territorio che rischia di morire del proprio successo

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Como

C’è una linea sottile che separa una cartolina da un deserto sociale. Questa mattina, alla biblioteca comunale di Como, quella linea è stata tracciata con estrema lucidità durante l’assemblea generale della Cgil di Como. Mentre il bel tempo richiama i primi flussi di quella marea umana che ogni anno sommerge il Lario, all’interno si è analizzata una ricerca del dipartimento di diritto, economia e cultura dell’Università dell’Insubria che scava nelle contraddizioni di un territorio che rischia di morire del proprio successo.

L’attacco di Sandro Estelli, segretario della Cgil di Como, è stato un pugno allo stomaco della narrazione patinata che solitamente avvolge il brand del lago: «Il turismo non è una questione di algoritmi o di ranking su TripAdvisor, ma un fenomeno che sta incidendo sulla carne viva di chi Como la abita e la lavora. Siamo di fronte a una città che si sta svuotando dei suoi cittadini, dove i residenti sono spinti verso le valli perché il mercato immobiliare, drogato dagli affitti brevi, ha reso l’abitare un lusso insostenibile. È il paradosso di chi il turismo lo fa: camerieri, cuochi, addetti alle pulizie, eppure non può più permettersi di vivere a pochi passi dal proprio posto di lavoro a causa di stipendi che non tengono il passo con l’inflazione del lusso».

A dare una spiegazione scientifica a questo malessere è stata la professoressa Flavia Cortellezzi, definendo il Lago di Como come un vero e proprio «laboratorio della fragilità». I dati presentati non lasciano spazio a interpretazioni: si registra una crescita del 5% rispetto al pre-pandemia, ma con una permanenza media che si ferma ad appena due giorni e mezzo. È il trionfo del turismo “mordi e fuggi”, un consumo veloce che Michela Segato (assegnista di ricerca), ha analizzato sotto la lente dell’overtourism: «La congestione non è un destino ineluttabile, ma il frutto di una mancata governance di fronte a fenomeni come il Social Media Induced Tourism. Milioni di persone arrivano per replicare uno scatto visto su Instagram, affollando stazioni a binario unico o borghi saturati, senza però generare una ricaduta culturale o economica di qualità. In dieci anni gli alloggi turistici sono passati da cento a oltre milleseicento, trasformando i centri storici in dormitori».

Ma la pressione non è solo sociale, è anche ambientale. Stefano Fanetti (assegnista di ricerca), ha ricordato che il cambiamento climatico è una realtà che già oggi blocca la viabilità e svuota i bacini alpini: «L’illusione di un turismo invernale basato sull’innevamento artificiale a bassa quota, come nel caso del Monte San Primo, è un accanimento terapeutico energeticamente insostenibile. La sfida non è resistere al clima che cambia, ma governare la transizione verso un escursionismo lento e resiliente».

Per scuotere il visitatore da questa fruizione superficiale, la professoressa Deborah Toschi (dipartimento di diritto, economia e cultura, Insubria) ha presentato una soluzione innovativa: una web-app in realtà aumentata per riscoprire il Dna profondo di Como. «La tecnologia può diventare un ponte tra l’ospite e la comunità. Attraverso lo smartphone, il turista può inquadrare edifici oggi degradati, come l’ex Ticosa, e vederli rinascere digitalmente, raccontando la storia della seta e del lavoro operaio. L’app propone itinerari guidati da Bruno, un baco da seta in 3D, che devia i flussi verso zone meno note come la Basilica di Sant’Abbondio o il borgo di Brienno. Non è solo intrattenimento, è educazione: vogliamo trasformare il selfie in un atto di conoscenza».

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