Chi sarà mai il colpevole di ogni male del mondo?

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Di solito funziona così. Quando su un tale argomento, quale che sia, sono tutti d’accordo si può avere la matematica certezza che la verità si trovi dalla parte opposta.

E quando si dice tutti, si intende proprio tutti. E cioè intellettuali, intellettualesse, salotti, terrazze, cantanti impegnati, scrittori impegnati, scrittori molto impegnati, scrittori particolarmente impegnati, collettivi studenteschi, studenti fuoricorso, reduci del Sessantotto, indignati in servizio permanente effettivo, talk show “de sinistra”, inchiestisti pulciosi e forforosi, suffragette con il ditino alzato, insomma, quando tutto il Circo Barnum del pseudo dibattito culturale e tutto il carrozzone dei pseudo mass media sono tutti d’accordo sul tale argomento, significa in maniera incontrovertibile che quell’argomento è una solenne fregnaccia. E che la dittatura del conformismo, del tartufismo, del pensiero unico del benpensante collettivo e del giornalista collettivo ha apposto un’altra tacca sulla sua collezione di censure della libertà individuale.

Un caso emblematico e spassoso è quello capitato nei giorni scorsi a Ed Sheeran, una delle più celebri - e politicamente inoffensive - popstar dello showbiz mondiale, finito nel lager dell’indignazione planetaria dopo l’espulsione dal suo tour, attenzione, non per sua scelta, ma per scelta del promoter, di un attempato rapper che all’inizio di un concerto nel New Jersey ha urlato dal palco l’immancabile “Free Palestine!”. Gli organizzatori del tour, ribadendo a torto o a ragione la linea non politica dei loro eventi, hanno licenziato il rapper. Apriti cielo. Tutti gli altri musicisti hanno abbandonato Ed Sheeran, i concerti successivi sono stati disertati da ampissime fette di spettatori, i social della popstar hanno subìto un crollo di centinaia di migliaia di follower e sul cantante, che ha cercato fantozzianamente di recuperare la situazione imbastendo un comunicato gorgogliante di blandizie dove sostiene di soffrire per tutti i conflitti nel mondo e bla bla bla, si è riversata una tale marea di odio che potrebbe mettere a rischio la sua carriera.

Ma fin qui, sostanzialmente, chissenefrega. Stiamo parlando di Ed Sheeran, mica di Morrissey o di Thom Yorke. La cosa pazzesca che stupisce ogni volta è come “Free Palestine!” sia diventato uno slogan tuttologico e conformista tipo “Comandante Che Guevara!” dei tempi d’oro o il “#MeToo!” di qualche anno fa, tutte parole d’ordine delle quali generalmente non si conosce nemmeno il significato, perché di solito vengono ululate da ragazzotti e ragazzotte di ignoranza clamorosa, e che hanno assunto lo stesso valore di “Viva la mamma!” dei remigini dell’asilo Mariuccia o di “Abbasso la fame nel mondo!” delle candidate al titolo di Miss Italia. Una roba ridicola. Una roba patetica. Una roba grottesca. Confermata pochi giorni fa dai venticinque minuti di standing ovation, record di sempre per il Festival di Venezia, alla faccia di Welles, Hitchcock, Kurosawa, Kubrick, Scorsese e un’altra dozzina di registucoli del genere, tributati al film-documentario “Naza” di due registi israeliani che denuncia il genocidio dei palestinesi a Gaza. Un’altra micidiale esibizione di conformismo nei confronti di un sedicente film-verità e che quindi non entra nel campo della reinvenzione artistica, all’interno della quale ogni autore fa quello che vuole ed è libero di stravolgere la storia come meglio crede, ma che invece ribadisce di portare in scena una ricostruzione dettagliata di quello che è accaduto veramente.

Peccato che le fonti siano anonime, che non siano verificabili, che siano già state ampiamente smentite, che il taglio interpretativo sia identico a una puntata di “Report”, che anche i più feroci oppositori di Netanyahu abbiano contestato il documentario in quanto fazioso, manicheo e figlio di un’isteria demagogica antisemita, che proprio grazie a questa cialtronata Netanyahu stia risalendo nei sondaggi e tutto il resto di un’operazione culturale vergognosa che punta a qualificare Israele come la nuova Germania nazista con tanto di timbro di ceralacca di tutta l’intellighenzia culturale sinistroide che a Venezia si spella le mani e che di tutte le altre tragedie che accadono nel mondo se ne frega altamente. Le uniche stragi che interessano alle cosiddette élite culturali occidentali sono quelle dove sono coinvolti gli Stati Uniti, Israele e l’Occidente. Tutte le altre vanno bene. Ed è sempre meraviglioso osservare come gente che vive in Occidente, magna in Occidente, gode dei diritti dell’Occidente, usufruisce delle libertà dell’Occidente e spesso viene mantenuta senza fare una mazza tutto il giorno dal welfare dell’Occidente passi contestualmente le giornate a sbraitare, scrivere e trombonare su quanto fa schifo l’Occidente.

E guai a dire qualcosa che non sia in linea con questa linea moralistica-dietrologica-complottistica-masturbatoria. E’ bastato che qualche mese fa due santoni, anzi, due ex santoni della sinistra come Francesco De Gregori ed Erri De Luca sostenessero che un artista non deve per forza portare la politica sul palco - e urlare “Free Palestine!”, naturalmente - e che il sionismo non è una bestemmia, ma un legittimo pensiero politico per essere appesi per i piedi al lampione del tribunale supremo del club degli intelligenti.

A proposito, aspettiamo con fiducia che così come ai due registi israeliani è stato giustamente concesso da quei nazisti di Israele di girare un film-documentario sul genocidio a Gaza ora i sinceri democratici di Hamas concedano a due registi palestinesi di girare un film-documentario sul genocidio del 7 ottobre. Ma sappiamo già che nessun palestinese lo farà mai. E che se per caso qualche palestinese volesse farlo verrebbe preso, impiccato e squartato nel giro di un nanosecondo dai sinceri democratici di Hamas di cui sopra e che, soprattutto, riceverebbe al Festival di Venezia venticinque minuti di fischi e ululati. E’ così bello avere trovato il Cattivo colpevole di tutto il male del mondo. Non toglieteci l’unica certezza che ci è rimasta, per favore. E lasciateci dormire sonni tranquilli.

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@Diego Minonzio

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