È tornato il ridicolo tribunale del bene

Politica Dalla tradizione del Pci alla sinistra contemporanea, alcuni episodi recenti tra antisemitismo, ideologia e libertà di espressione

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Chi scrive questo pezzo ha sempre nutrito, anche per averlo frequentato per ragioni familiari, una grande stima nei confronti del partito comunista italiano. Non tanto in base alle idee, dalle quali si è sempre tenuto assolutamente alla larga, ma per l’acuta visione del progetto politico e la serietà della sua classe dirigente.

Il Pci, contrariamente al massimalismo parolaio e demagogico dei socialisti, è sempre stato un partito molto pragmatico, tanto è vero che è di Togliatti la firma sull’amnistia per i fascisti un minuto dopo la caduta del regime perché, da grande leader qual era, sapeva perfettamente che l’alternativa era la guerra civile. Ma il Pci era anche un partito dotato di una strategia gramsciana di lunga durata che puntava all’occupazione sistematica dei gangli della società attraverso il ruolo centrale della cultura - un progetto politico o è culturale o non è - e alcune ferree parole chiave in politica estera. E fra queste, la più coerentemente perseguita è stata quella, a proposito del Medioriente, del “due popoli due Stati”. Uno per gli ebrei, uno per i palestinesi. Punto. Un grande partito, comunque la si pensasse.

Poi, a sinistra, a un certo punto hanno iniziato a bersi il cervello. E sono andati avanti a berselo ad ampie sorsate per anni e per decenni fino ad arrivare a oggi e cioè al paradosso paradossale che la sinistra - sempre che si voglia chiamare così questo pateracchio gruppettaro, spocchioso, pitocco e conformista - si sia impossessata in tutto e per tutto della bandiera dell’antisemitismo strisciante e di quello manifesto, che era sempre stato per ragioni storiche proprietà della destra, quella che stava nelle fogne. Che tempi, signora mia, non si sa più cosa pensare.

Un episodio eclatante che conferma la deriva demenziale che ha imboccato una larga parte della sedicente sinistra si è registrato nei giorni scorsi a Reggio Emilia - già nota alle cronache per il suo spassoso sindaco fantozziano che qualche mese fa aveva osato ricordare in pubblico i martiri del 7 ottobre e che per punizione era stato obbligato a mettersi in ginocchio sui ceci dal Premio Pulitzer, anzi, dal Premio Nobel, anzi, dal Cavaliere di Gran Croce Francesca Albanese - dove la sedicente indignata culturonzola Pro Pal, un attimo prima di venire seppellita dalle risate, ne ha combinata un’altra delle sue.

La fredda cronaca. Arriva in città un gruppo di docenti ebrei americani per partecipare a un convegno dedicato alle scuole dell’infanzia e qualche cervellone, qualche intelligentone, qualche scienziato della indignata culturonzola Pro Pal di cui sopra gli chiede di firmare un documento di condanna del genocidio di Gaza come condizione imprescindibile per l’accesso all’incontro. Attenzione. Non in quanto israeliani, perché quelli erano americani. Ma in quanto ebrei. Perché, sempre per l’indignata culturonzola Pro Pal di cui sopra, l’ebreo in quanto ebreo, l’ebreo in quanto tale, diciamocela tutta, lo sporco ebreo, è geneticamente e strutturalmente un potenziale genocida. Gli ebrei hanno il genocidio nel sangue. Un po’ come il basket per i negri, i facili costumi per le svedesi, la pizza, il baffo nero e il mandolino per gli italiani. Ovviamente, i docenti americani hanno mandato tutti a quel paese e se ne sono tornati a casa, ma se non fossimo in Italia, dove ogni cosa, anche la più grave, anche la più tragica, trascolora rapidamente nel grottesco e da lì nel ridicolo, qui saremmo di fronte all’istituzione dell’ennesimo Tribunale del Bene, che stabilisce la purezza della razza e delle idee, che decide chi può parlare e chi no e che impone cosa e come deve pensare la gente. Una roba che fa senso. Una roba che fa schifo. Una roba che fa vomitare. Degna del nostro indimenticabile Farinacci o dell’ancora più indimenticabile Goebbels, tutti personaggi storici che naturalmente i rappresentanti pulciosi e forforosi dell’indignata culturonzola Pro Pal di cui sopra manco conoscono l’esistenza, trattandosi di ragazzotti di ignoranza clamorosa.

Chi chieda a un ebreo, in quanto ebreo, di dissociarsi da Netanyahu e dalle sue malefatte è un perfetto imbecille di sinistra. Chi chieda a un musulmano, in quanto musulmano, di dissociarsi dalle Torri Gemelle o dal Bataclan è un perfetto imbecille di destra. Destra e sinistra ormai sono simboli vacui, si sa, l’imbecille invece è una delle poche solide certezze che ci rimangono.

Ed è la stessa identica imbecillità degli organizzatori della fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi” che sempre qualche mese fa avevano chiesto agli editori che volevano partecipare alla rassegna di firmare una dichiarazione di adesione ai valori costituzionali antifascisti, un terrificante “patentino antifascista” (qui ci vorrebbe la voce di Paolo Villaggio) grazie al quale la kermesse si è coperta di ridicolo in tutta Europa. Perché qualunque editore serio, autonomo e non ricattabile alla richiesta di sottoporsi a un esame di purezza ideologica, alla pretesa di far vidimare la propria etica o di sottoporla al giudizio di grotteschi tribunali autoconvocati prende gli strateghi di “Più libri più liberi” e li scaraventa giù dalle scale.

La pagliacciata di Reggio Emilia è un sintomo del clima che si respira in questo paese, con l’inevitabile intolleranza monodirezionale, l’inevitabile presidio democratico e antifascista, l’inevitabile raccolta firme dei genitori affinché si caccino le delegazioni che non condannino pubblicamente il genocidio e, figurarsi, l’inevitabile sfilata di studenti che ululano sul sionismo senza sapere cosa significhi, che ululano sulla Palestina libera dalla terra al mare senza sapere cosa significhi, che ululano sullo Stato guerrafondaio senza sapere cosa significhi.

L’unica cosa certa è che se dovesse tornare lo stalinista Togliatti radunerebbe il sindaco di Reggio Emilia, Francesca Albanese, i liderini Pro Pal e i geni di “Più libri più liberi” e poi li spedirebbe in miniera a pedate nel sedere. A lavorare. Ditelo ai quaquaraquà del patentino.

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