Il tartufo che governa la repubblica pallonara
Levategli il fiasco. Visto che il calcio è da sempre l’unica, vera e immutabile metafora della repubblica delle banane nella quale viviamo, un paese poco serio governato da gente poco seria, a sua volta votata da gente poco seria, la recente pagliacciata andata in scena per la nomina dell’allenatore della Nazionale non poteva confermarlo in maniera più spassosa ed eclatante
Lettura 3 min.Levategli il fiasco. Visto che il calcio è da sempre l’unica, vera e immutabile metafora della repubblica delle banane nella quale viviamo, un paese poco serio governato da gente poco seria, a sua volta votata da gente poco seria, la recente pagliacciata andata in scena per la nomina dell’allenatore della Nazionale non poteva confermarlo in maniera più spassosa ed eclatante.
La fredda cronaca. La Federcalcio, un consesso di scienziati, di cervelloni, di Nobel e di Pulitzer che tutto il mondo ci invidia, dopo l’ennesima e grottesca esclusione dai Mondiali ha pensato bene di scegliere come allenatore Andrea Pirlo, uno che, come noto soprattutto ai tifosi della Juventus, ha alle spalle un carrierone da mister onusto di gloria, trionfi e trofei. Ma questo poco importa. La cosa più divertente è che nessuno si è accorto che il Pirlo di cui sopra è da tempo testimonial di una società russa di scommesse sportive, o meglio, se ne sono accorti quando ormai la frittata era fatta. E quindi retromarcia fantozziana dei vertici della Federcalcio che, in men che non si dica, hanno scaricato il malcapitato con l’accusa infamante di essere un putiniano di ferro e quindi una cellula segreta del Kgb e quindi un infiltrato del dittatore russo, anzi, sovietico, all’interno del Belpaese e quindi dell’Unione Europa proprio mentre Putin attenta all’integrità e alla libertà inviolabile dell’Europa tutta e bla bla bla.
Ora, innanzitutto associare il povero Pirlo – tra l’altro, non dimentichiamolo, già calciatore di livello straordinario – a tematiche geopolitiche o a tesi cospirazioniste farebbe ridere anche un bambino di terza media, ma non evidentemente gli statisti del Circolo Canottieri Aniene, mentre gli si potrebbe invece contestare il fatto che prestarsi come testimonial di una società di scommesse, quale che sia, sembra del tutto inopportuno per un uomo di sport, visti i devastanti costi sociali causati dalla ludopatia soprattutto nelle classi sociali meno abbienti e nei casi di singole persone sole e fragili. Insomma, l’esatto contrario dell’etica sportiva.
Ma il punto non è affatto questo. Il punto, il punto vero e ancora più divertente che ha coperto di ridicolo i cervelloni della Federcalcio è che al suo posto è stato nominato Roberto Mancini. Che negli anni scorsi ha allenato la Nazionale dell’Arabia Saudita, come noto Stato illuminato, laico e illuminista nel quale si squartano i giornalisti, si praticano condanne a morte à gogo per non parlare del rispetto dei diritti civili delle donne e delle minoranze religiose e sessuali, e che in passato è stato allenatore pure dello Zenit San Pietroburgo, che come primo tifoso ha proprio il solito Putin, già sodale di Pirlo, e come proprietario il colosso energetico dello Stato russo Gazprom.
Quindi la oggettivamente allascata condanna etico-morale del Tribunale della Santa Inquisizione del moralismo collettivo nazionale pallonaro vale per Pirlo, forse perché non gode e non ha mai goduto di buona stampa, ma non vale manco per niente per Mancini, che è tutta la vita che viene coccolato come un bebè dal deontologicamente marmoreo fronte unificato dei giornalisti sportivi tutti d’un pezzo che quando lo intervistano, generalmente sdraiati o più comodamente in ginocchio, la domanda più feroce che riescono, tremebondi, a porgergli è la seguente: «Allora, Mancio, come va?».
Dimenticandosi che il nuovo Pozzo, anzi, il nuovo Rocco, anzi, il nuovo Sacchi – Mancini è uno dei più clamorosi bluff della storia degli allenatori italiani - era quello seduto sulla panchina dell’Italia quando nel 2022 ci siamo fatti buttare fuori a pedate nel sedere dai playoff di qualificazione ai Mondiali dall’irresistibile Macedonia del Nord, per poi scappare come un ladro a Riad per venticinque milioni di ottime ragioni. E che ha vinto tre scudetti con l’Inter, uno in tribunale, uno con la Juve in serie B e uno all’ultimo minuto, così come con il Manchester City in Premier, pur avendo a disposizione una squadra tre volte più forte di tutte le altre. Però queste sono solo opinioni, naturalmente.
Ma il tema non è quanto siano più o meno scarsi Pirlo e Mancini. Il tema è l’indignazione selettiva, il moralismo selettivo, l’antiputinismo selettivo di queste penose classi dirigenti sportive e, per trascinamento, politiche, istituzionali e associative, che hanno come unico codice di riferimento “Il Tartufo” di Molière. Una carica di ipocrisia talmente spudorata e talmente plateale da diventare ridicola, pedagogicamente ridicola, perché secondo questo stile di vita e questo stile di gestione del potere le cose non sono mai quello che sono e non vengono mai valutate per quello che sono nella realtà, e quindi secondo un’analisi laica e ponderata per capire se Pirlo o Mancini o qualunque altro siano in grado di allenare questo disastro di Nazionale di calcio oppure no, senza che le loro idee politiche o culturali influenzino in alcun modo il giudizio. Quello che conta, invece, sono i canoni di riferimento della convenienza, degli amici degli amici, dell’amichettismo, dei cerchi magici, del familismo amorale, delle segnalazioni, dei pizzini, dei salotti, delle terrazze, di quello che lo manda Picone e tutto il resto che rappresenta il peggio del peggio dell’Italietta così spietatamente descritta negli anni Sessanta da quel genio di Flaiano. E che è sempre quella ed è destinata a non cambiare mai.
Se Putin non va bene, non deve andare bene per tutti. Se le scommesse sportive non vanno bene, non devono andare bene per tutti. E non devono andare bene tutte, non solo quelle russe, americane o cinesi ma, soprattutto, quelle italiane, nelle quali invece il nostro Stato sguazza e dalle quali incassa vagonate di milioni. Sarebbe bello se il ministro dello Sport operasse una seria riflessione su tutto questo pacchetto e mettesse ordine al caos che governa il calcio in Italia. Il primo ostacolo da superare è però ricordarsi come diavolo si chiama il ministro dello Sport.
@Diego Minonzio
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