La beffa del pedaggio: la strada non c’è, ma bisogna pagarla
Sulla Pedemontana a Lentate sul Seveso c’è un cartello che da quindici anni indica una direzione: Bergamo. Ma la tratta D è stata stralciata e il progetto è finito in un cassetto. Forse per far quadrare il bilancio di un’opera incompiuta si è deciso di inglobare nel tracciato la Milano-Meda. Ma perché i cittadini che hanno già contribuito alla costruzione dell’opera dovrebbero pagarla una seconda volta, a ogni casello virtuale?
Lettura 2 min.Sulla Pedemontana a Lentate sul Seveso c’è un cartello - a tratti pudicamente coperto - che da quindici anni indica una direzione. Una parola sola, bianca su fondo verde: Bergamo. Chi passa non ci fa più caso, come non si fa caso a una stella. Ma a Bergamo, da lì, non si arriverà. La tratta D è stata stralciata e il progetto che doveva cucire Varese a Orio al Serio è finito in un cassetto. Il cartello è rimasto, a promettere un viaggio che nessuno farà. Una piccola bugia di lamiera, piantata nella terra brianzola.
La Pedemontana è un’opera che si trascina dagli anni Ottanta. Cara da costruire e cara da percorrere, ha avuto flussi ben inferiori alle attese. Lo dicono anche gli imprenditori che ne furono i primi sostenitori, delusi dai risultati. Un’autostrada poco frequentata ha un problema semplice: i conti. E i conti li deve pagare qualcuno.
Ecco la beffa. Forse per far quadrare il bilancio di un’opera incompiuta si è deciso di inglobare nel tracciato la Milano-Meda, la vecchia superstrada che serve da sempre chi lavora. Dalla fine dei cantieri, prevista a novembre 2028, quella statale diventerà un’autostrada a pedaggio free flow. Per chi la percorre ogni giorno fanno circa cento euro al mese. Non è una strada che si sceglie, è quella che c’è sempre stata. Cambia il nome, cambia il cartello e arriva il conto.
Lo pagheranno più di tutti il Canturino, il Marianese, la parte ovest della Brianza comasca e quella monzese. Sono territori di fabbriche e laboratori, dove si va al lavoro in macchina perché il treno non c’è o non passa dove serve. L’alternativa è spostarsi sulla Milano-Lecco, già intasata. O risalire verso Como per la viabilità ordinaria, già lentissima. Chi non paga intasa. E chi intasa paga lo stesso, in tempo e in nervi.
Che la scelta risalga a venticinque anni fa, a un accordo firmato da Comuni di ogni colore, la spiega ma non la giustifica. Oggi i sindaci, a destra come a sinistra, sono contrari. In Regione sono state depositate oltre ventimila firme. Persino la Lega, con un ordine del giorno in arrivo, scopre che il pedaggio è difficile da digerire. Meglio tardi che mai, certo. Ma dopo le audizioni di primavera è calato un silenzio che pesa.
La Regione calcola cento milioni l’anno per garantire la gratuità e venti per scontare chi fa almeno due andata e ritorno a settimana. Avverte anche che un nuovo contributo pubblico potrebbe essere considerato un aiuto indebito a un investimento di fatto privato. Può darsi.
Ma allora la domanda va rovesciata: perché i cittadini che hanno già contribuito alla costruzione dell’opera dovrebbero pagarla una seconda volta, a ogni casello virtuale? Il primo obiettivo - lo diciamo a voce alta - dovrebbe essere mantenerla gratuita per tutti. In subordine, se la Pedemontana prevede già sconti fino al 50% su altre tratte, una formula per i pendolari si può trovare. Dovrebbe guardare a quanto si usa la strada, come chiede il sindaco di Mariano, più che a dove si risiede.
Il cartello di Lentate ha almeno l’onestà ingenua di una promessa. Ai cittadini si deve la stessa chiarezza prima del 2028, non dopo: o si mantiene, o si toglie. Bergamo non arriverà. Che almeno quei cento euro restino nelle tasche di chi li guadagna.
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