La sinistra è profondamente divisa, e non è una novità. Oggi, tuttavia, la distanza tra le sue principali componenti appare particolarmente evidente. Pd e Cinque Stelle continuano a cercare un’alleanza che, per storia, cultura politica e identità, appare tutt’altro che naturale. Da una parte, c’è un partito che vanta una prestigiosa tradizione, un forte radicamento sociale e territoriale e una marcata identità europeista. Dall’altra, c’è un movimento nato dall’antipolitica, che conserva una forte vocazione populista e continua a leggere il conflitto politico come contrapposizione tra élite e popolo.
È proprio qui che si annida una delle contraddizioni più difficili da ricomporre. Il Pd, avendo maturato negli anni una solida cultura di governo, viene spesso percepito dal mondo pentastellato come parte dell’establishment, talvolta persino come una forza elitaria. Il Movimento, al contrario, continua a coltivare una narrazione nella quale alla politica tradizionale vengono contrapposti i cittadini comuni, gli esclusi, gli “onesti”. La categoria etica dell’onestà, centrale nella stagione originaria dei Cinque Stelle, continua così ad avere un peso rilevante, nonostante politica e morale abbiano statuti distinti e non sovrapponibili. Grazie a questa astuta narrazione, Giuseppe Conte ha trovato uno spazio politico difficilmente replicabile. La sensazione è che il leader dei 5 Stelle si diverta a interpretare il ruolo dell’Angelo Vendicatore venuto sulla terra per guidare una improbabile “rivolta degli onesti” contro un sistema vecchio, corrotto e incapace di ascoltare il popolo. La grande abilità di Conte consiste nella duttilità con cui riesce disinvoltamente a cambiare pelle adattandosi ai diversi contesti politici. Nei due governi da lui presieduti ha attraversato stagioni politiche profondamente differenti, assumendo posizioni spesso incoerenti e difficilmente conciliabili. Eppure, forte di questo peculiare eclettismo, oggi rivendica con orgoglio una linea precisa sulla guerra in Ucraina: quella della “svolta negoziale”. Si tratta di una formula vacua che gli consente di intercettare una parte dell’opinione pubblica stanca del conflitto e, contestualmente, di marcare la propria distanza dalla linea dell’Ue e, soprattutto, del Pd, visto più come competitor che alleato.
Dall’altra parte, Elly Schlein guida un Pd che assomiglia sempre più a un arcipelago di isole diverse. Finora ha dimostrato una notevole capacità di tenere insieme anime, culture e sensibilità differenti. Ma proprio questa capacità di mediazione potrebbe essere messa alla prova dal confronto sulle primarie e dalla diffusa richiesta di riaprire il confronto interno sul tema del riarmo e del sostegno all’Ucraina. Le primarie appartengono alla tradizione del Partito democratico, ma la storia ha mostrato più volte quanto siano uno strumento controverso: vengono invocate come massima espressione di partecipazione quando sembrano garantire un risultato politicamente rassicurante, mentre diventano rischiose quando l’esito appare meno prevedibile. In verità, se il Pd crede davvero nelle primarie, dovrebbe avere il coraggio di applicarle anche sui territori per designare i capilista che la nuova legge elettorale sottrae alla competizione diretta. Molti dirigenti del Pd continuano ad accusare Giorgia Meloni di avere introdotto preferenze “farlocche”: bene, sia allora il Partito Democratico a renderle autentiche attraverso le primarie a livello locale.
Occorre, tuttavia, riconoscere le ragioni di chi ritiene che, in questa fase, le primarie nazionali rischiano di accentuare le profonde divisioni interne al Pd e, contestualmente, di rendere ancora più evidenti le differenze tra l’elettorato democratico e quello pentastellato. Per questo motivo, la strada più saggia sarebbe, probabilmente, cercare un terzo nome, capace di mediare e parlare a culture politiche diverse senza cancellarne le differenze. E qui torna alla mente una celebre battuta di Scopigno, l’allenatore del Cagliari di Gigi Riva. Alla domanda su chi avrebbe preferito, tra Mazzola e Rivera, ai Mondiali del 1970, il “filosofo” rispose serafico: “Bulgarelli!”.
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