L’attrice smemorata e i ridicoli moralisti
Nastassja Kinski è stata una dea che ha popolato i sogni notturni degli adolescenti degli anni Ottanta, così come Jane Birkin quelli dei ragazzi degli anni Settanta ed Emmanuelle Béart di quelli degli anni Novanta.
Dotata di una bellezza disarmante, ma completamente priva della vocazione attoriale di quel genio, di quel demonio di suo padre, è diventata una star grazie al talentuoso e discontinuo regista Wim Wenders, che l’ha scelta come attrice protagonista in “Paris, Texas” e in “Così lontano così vicino”. Dopo è sparita. E sono tanti, ma davvero tanti anni che è completamente fuori dal rutilante mondo dello showbiz ed è stato quindi sorprendente vederla tornare improvvisamente sotto i riflettori per una vicenda a metà tra il patetico e il grottesco. Cosa è successo? La Kinski, alla veneranda età di sessantacinque anni e a più di cinquant’anni dall’epoca dei fatti, ha attaccato duramente il regista tedesco perché nel film “Falso movimento” del 1975, quando lei ne aveva tredici, le aveva fatto girare una scena nella quale appariva con solo gli slip addosso mentre un uomo seminudo la schiaffeggiava.
In quello che in tutta evidenza appare come uno stanchissimo e anche un po’ furbastro colpo di coda del movimento #MeToo, ultimamente piuttosto scalcinato, la Kinski ha accusato Wenders di non averla protetta, di averla usata, di averle causato un trauma covato nel tempo e gli ha chiesto in modo ultimativo di cancellare quella scena. Il regista all’inizio ha giustamente rifiutato, ma poi, vista l’aria che tira, gli spifferi da dittatura omeopatica distintiva del pensiero unico collettivo e il rischio di fare la fine che il politicamente corretto ha riservato a tanti attori e tanti registi prima di lui (chiedete un po’ a Woody Allen o a Kevin Spacey), ha cambiato idea, ha capito di aver sbagliato, ha chiesto scusa e ha promesso non solo di tagliare la scena, ma addirittura di ritirare il film dalla circolazione.
Così adesso sono tutti contenti. Wenders ha bevuto la sua tisana depurativa all’ononide e olio di ricino e quindi ha messo in salvo la carriera, la Kinski ha vissuto i suoi nuovi quindici minuti di celebrità e ora potrà tornare tranquillamente a farsi inghiottire dal cono d’ombra del viale del tramonto e i farisei benpensanti, le damazze del generone culturale, le femministe quattropuntozero che si battono fino alla morte contro il patriarcato e gli pseudo sindacalisti pulciosi che vigilano occhiuti sull’etica e sui costumi dell’universo mondo possono declamare alle folle che giustizia finalmente è fatta.
Ora, è vero che il conformismo è la prosecuzione del cretinismo con altri mezzi ed è anche vero che dei tormenti post datati della ex bellissima attrice attempata ci può interessare il giusto - cioè meno di zero - ma il tema che pone questa surreale vicenda è rilevante e interroga il rapporto malato che il cosiddetto pensiero dominante - che non è un pensiero, ma solo un’accozzaglia di banalità, di servilismo e di luoghi comuni - ha con la cultura, con la storia, con il tempo.
L’arte, e in questo caso parliamo di cinema, strabocca di ruoli, interpretazioni e scene volgari, scandalose, diseducative, ignobili, degradanti. Basti pensare all’esempio più facile e immediato, la Jodie Foster prostituta bambina in “Taxi driver” di un registucolo come Scorsese, o all’altrettanto bambina e altrettanto prostituta Brooke Shields nel bordello dei nazisti di “Pretty Baby” di un registonzolo come Louis Malle, per non parlare del sesso perverso, orgiastico e incestuoso de “La caduta degli dei” di una nullità come Luchino Visconti o del sesso con attori minorenni in “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di quello scappato di casa di Pasolini. O della celeberrima scena del burro di Maria Schneider in “Ultimo tango a Parigi” di quel poveretto di Bertolucci o degli stupri reiterati e maschilisti e machisti - perché alla fine un po’ alle vittime lo stupro piace - in “Cane di paglia” di quel carneade di Peckinpah o in “C’era una volta in America” di quell’inetto di Sergio Leone. Potremmo andare avanti per pagine, pagine e pagine, parlando solo di film. E se poi volessimo passare alla pittura e alla letteratura faremmo notte. Che si fa, cari i miei cervelloni, cari i miei educatori con il ditino alzato, diamo tutto alle fiamme?
È questo che rende debole la contestazione della Kinski, penosa e vigliacca la ritrattazione di Wenders e onestamente insopportabile la morale filistea e tartufesca delle miriadi di tromboni e trombonesse che pensano - ma pensare è un verbo troppo ambizioso per queste macchiette - che le opere d’arte debbano obbligatoriamente adeguarsi allo spirito dei tempi e che quelle del passato, del passato più profondo, figlie di altre epoche, di altre culture, di altre società, di altre temperie debbano essere censurate, tagliate, adattate, normalizzate, liofilizzate a uso e consumo della nostra sensibilità odierna, che mai e poi mai può accettare di sentir pronunciare la parola “negro” in un film - quante ne ha passate il povero Tarantino, un altro regista da due lire, per “Django Unchained” - e che pretende che il ruolo di una principessa della Francia del Settecento debba obbligatoriamente essere assegnato a un’attrice di colore, anche se fa ridere, altrimenti è razzismo. Una roba ridicola, una roba comica, una roba patetica, che solo una società allo sbando, ma allo sbando totale, allo sbando finale può impunemente declamare ai quattro venti come manifesto di modernità.
Chi non contestualizza il passato, chi non difende l’assoluta autonomia dell’opera d’arte, chi confonde l’opera con la vita, chi pensa che l’arte debba essere pedagogica ed educativa - un bigino per chierichetti - chi si indigna e va avanti a indignarsi e non fa altro tutto il giorno e tutta la notte che indignarsi, indignarsi e ancora indignarsi, non è un pensoso difensore dell’etica, della moralità e della dignità femminile. È un cretino. E di quelli proprio non ce n’è bisogno. Siamo già in troppi, da queste parti.
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@DiegoMinonzio
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