L’esame di maturità, specchio della crisi

Editoriale Sarebbe opportuno fermarsi a riflettere sul senso di una prova che sembra aver perso la propria funzione originaria

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Prima che il Ministero dell’Istruzione confermi, come ogni anno, che oltre il novantanove per cento dei candidati ha superato l’esame di Stato, sarebbe opportuno fermarsi a riflettere sul senso di una prova che sembra aver perso la propria funzione originaria. Occorre, pertanto, chiedersi se la maturità sia ancora un vero strumento di valutazione oppure un semplice adempimento burocratico, incapace di certificare quella “maturità” culturale e personale che dovrebbe rappresentare.

Come i governi precedenti, anche l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, dopo quattro anni di legislatura, si è limitato a qualche ritocco organizzativo: meno materie, meno commissari, qualche risparmio di spesa. Una riforma di sostanza, però, non si è vista. Il messaggio che arriva è chiaro: la scuola continua a essere considerata prevalentemente un costo da contenere, non un investimento strategico per il futuro del paese. Eppure, se il sistema scolastico italiano continua a reggere, il merito è, soprattutto, degli insegnanti che, in pochi anni, hanno visto aumentare il carico di lavoro a fronte di “adeguamenti” contrattuali risibili che rappresentano la prova dell’impoverimento del ceto medio. Ma il problema non è soltanto economico, è soprattutto burocratico. Negli ultimi decenni gli insegnanti sono stati progressivamente oberati da una quantità immane di adempimenti amministrativi che poco hanno a che vedere con la didattica. Riunioni estenuanti, schede, protocolli, verbali, registro elettronico, format sempre nuovi: un gigantesco apparato che serve soprattutto a costruire l’apparenza giuridica della regolarità amministrativa, più che a migliorare realmente la qualità dell’apprendimento.

Preparazione deficitaria

Si tratta, spesso, di un teatrino in cui prevale la preoccupazione di confezionare con cura un prodotto dal packaging impeccabile per poi constatare che il contenuto è scadente visto che, in larga prevalenza, gli studenti italiani hanno una preparazione deficitaria. Nelle interminabili riunioni collegiali, i docenti discutono di offerta formativa, Pdp, Pei, Glo, monitoraggi, rendicontazioni e procedure che, nella maggior parte dei casi, nessuno leggerà mai, ma che rassicurano dirigenti e collaboratori sotto il profilo formale.

Quasi mai, invece, si affrontano le vere emergenze della scuola italiana: come combattere la noia crescente degli studenti; come innovare una didattica anacronistica; come confrontarsi con la rivoluzione rappresentata dalle piattaforme televisive, dai social e dall’intelligenza artificiale; come recuperare la motivazione allo studio in una società profondamente cambiata che non premia la conoscenza e il sapere. Di tutto questo si parla troppo poco e spetta al singolo docente colmare le carenze ataviche di un sistema che seguita a negare ai ragazzi la giusta attenzione. Per la scuola italiana, ciò che sembra contare davvero è evitare contenziosi con le famiglie e dimostrare “per tabulas” che ogni procedura è stata rispettata. Inutile nasconderlo, una scuola che misura il proprio successo sulla perfezione delle pratiche amministrative, anziché sulla crescita culturale e umana dei suoi studenti, è una scuola fallimentare che ha disatteso la propria funzione sociale. In questo contesto è difficile immaginare che un giovane laureato possa guardare con entusiasmo alla professione docente. Oltre a uno stipendio che resta tra i più bassi d’Europa, troverà un ambiente soffocato dalla burocrazia, nel quale il tempo dedicato all’insegnamento è continuamente eroso da incombenze amministrative che non avrebbe mai immaginato durante gli studi universitari.

Riforma

La scuola italiana ha bisogno di una riforma autentica, radicale e non di interventi di mera cosmesi con cui, a costo zero, lo Stato pretende docenti preparati e aggiornati che sappiano essere anche psicologi, educatori, mediatori culturali, esperti digitali e, perfino, consulenti familiari. Occorre sburocratizzare il lavoro degli insegnanti, restituire centralità agli studenti, investire seriamente nell’innovazione didattica e riconoscere economicamente una professione che continua a reggersi sul senso di responsabilità di migliaia di docenti. In caso contrario, vale una celebre battuta di Leo Longanesi: “Tutto quello che non so, l’ho imparato a scuola”.

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