Un paese che muore e non solo di caldo

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Fa caldo. Fa molto caldo. Fa davvero molto caldo. Fa talmente caldo che non si sa più come vestirsi, signora mia. E mentre il caldo, come da sua natura, caldeggia, il politico e l’amministratore dormono. Tanto prima o poi passerà, non è così?

Si è scritto, ma non abbastanza, di uno dei problemi più gravi e più sottovalutati dell’ondata africana che da giorni - e andrà avanti ancora per un po’ - sta colpendo i nostri territori. E cioè la protezione dei soggetti deboli, delle persone fragili, dei malati cronici. E se questo è un problema di fatto insolubile nelle abitazioni private rappresenta invece un disservizio inaccettabile in tutte quelle strutture che esistono proprio per ospitare questo tipo di pazienti. L’argomento è poco simpatico e quindi generalmente si evita di parlarne sotto l’ombrellone o aspettando l’aperitivo, ma per tutti quelli - tanti - che sono o sono stati coinvolti in prima persona rappresenta un dramma.

Perché ci sono tante Rsa senza aria condizionata? E perché sono nelle stesse condizioni altrettante comunità sociosanitarie, strutture protette, centri psichiatrici, reparti ospedalieri, per non parlare delle carceri, ma anche delle scuole? Perché? Perché pur sapendo, come abbiamo scritto con grande chiarezza su questo giornale, che secondo le statistiche la mortalità nelle case di riposo durante i giorni infuocati dell’anticiclone africano aumenta quasi del 15% diverse sedi non sono state adeguate? Perché solo le Rsa di recente costruzione o quelle che hanno previsto grandi ampliamenti o importanti lavori di ristrutturazione hanno l’obbligo di legge di dotarsi di un impianto di condizionamento e tutte le altre invece no? Mancano forse i soldi? Davvero? Mancano i soldi per tutelare la salute di chi paga già rette altissime per garantire un’assistenza ai propri cari? Ma è davvero sostenibile questa tesi, a fronte della montagna di denaro che è arrivata dopo l’emergenza Covid? È forse una domanda demagogica? È una richiesta populista? È una provocazione qualunquista?

Chi scrive questo pezzo non ha alcuna competenza per sostenere se siamo di fronte a un’emergenza climatica irreversibile o se sia solo una fase storica inserita dentro uno degli infiniti cicli naturali del mondo. Quello che è certo e non accettabile è che il nostro welfare presenti e mantenga una falla così gigantesca che colpisce chi non ha armi per difendersi. È anche da queste cose che si valuta lo spessore - il nanismo - della nostra classe dirigente. Solo uno sciocco o un bugiardo non sa che il welfare, già ora in gravissima crisi, è una bomba atomica pronta a esplodere nei prossimi vent’anni, quando i baby boomers, gli attuali sessantenni, saranno ottantenni. Visto che si tratta delle classi d’età più numerose in assoluto, come noto gli anni del boom economico sono stati segnati da un record di nascite, ci sarà un’esplosione di malattie croniche, lungodegenze, riabilitazioni e accompagnamenti.

E questo è certo. È sicuro. È matematico. È algoritmico. È statistico. Che governi la Meloni o la Schlein o Draghi o Vannacci. E sempre tra vent’anni non ci sarà il personale medico e paramedico, che già manca oggi, non ci saranno le strutture, che già mancano oggi, non ci saranno i soldi per finanziare tutto questo baraccone, che già mancano oggi, visto che a sua volta mancano i giovani che versino contributi e sul tema degli immigrati imperversa la demagogia stracciona e non il freddo realismo. E quindi tutto è già perfettamente impostato per la bancarotta del welfare italiano. E quindi, come sempre nella storia della repubblica delle banane, i ricchi e i benestanti avranno i mezzi per tutelarsi in proprio, tutti gli altri, come si dice in gergo, cerchino di stare bene il più a lungo possibile. Complimenti, davvero un bel programmino.

E mentre questo accade, e sta già accadendo perché il tema delle strutture senza aria condizionata con anziani lasciati a cuocere a quaranta gradi è solo una spia dello sfacelo gestionale che sta maturando, i nostri scienziati, i nostri cervelloni, i nostri statisti, tra i quali spiccano alcuni premi Pulitzer che non hanno mai aperto un libro in vita loro, non hanno mai lavorato, non hanno mai gestito nemmeno un bar e che si sono trovati - chissà perché? - a fare il ministro degli Interni o il ministro degli Esteri, fischiettano, pensano, ponzano, si grattano la pera, si fanno fotografare mentre mangiano un maritozzo, dibattono con altri cervelloni sulla nuova fondamentale e strutturale e geniale legge elettorale, inaugurano epocali grandi opere delle quali nessuno degli attuali viventi vedrà mai la fine e che si tramanderanno di generazione in generazione come leggende metropolitane, come saghe nordiche, come presenze misteriche, come fantasmi borgesiani (la Pedemontana… la Tremezzina… la Lecco-Bergamo…), si fanno intervistare sui massimi sistemi dal giornalista amico, o dal giornalista servo, mentre intanto il tempo vola.

E non succede niente. E continua a non succedere niente. Gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme imbiancano. E poi, magari, finiscono in una casa di riposo, che già è un trauma economico e soprattutto emotivo per tutti i loro cari - chi ci è passato lo sa alla perfezione - e che poi diventa, in alcuni casi, un supplizio e uno sfregio perché, sempre in alcuni casi, non vengono garantite le condizioni minime di dignità e di rispetto nei confronti di una persona inerme. Perché è questo che fa venire il sangue alla testa, diciamoci la verità: il disinteresse nei confronti di chi non può difendersi, specialità nella quale da sempre eccellono quei brutti ceffi che sono (spesso) gli esseri umani e quei demagoghi da quattro soldi che sono (molto spesso) i politici. Tanto quei rottami manco vanno a votare, non sono una lobby interessante alla quale conviene lisciare il pelo.

Ma tranquilli, fra qualche giorno arriveranno i temporali e del caldo africano ce ne dimenticheremo in fretta, pronti a ritrovarci qui alla prossima crisi a dire le solite, ridicole e soprattutto inutili banalità.

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@Diego Minonzio

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