Infermieri, la grande fuga. E la sanità comasca affonda
Como Negli ospedali e nelle strutture sanitarie svizzere lavorano circa 5mila frontalieri. Bertolaso: «C’è margine per trattenere i medici, non gli altri professionisti»
Nella sanità svizzera lavorano 5mila frontalieri italiani, i più in arrivo da Como, Varese e Sondrio. Fatta la somma degli infermieri, degli operatori e degli specialisti dell’Asst Lariana, circa 3.300, con i dipendenti dell’ospedale di Erba e del Valduce, conteggiati anche i medici di famiglia, la sanità comasca arruola circa lo stesso numero di professionisti, 5mila.
Un paragone che dà la misura della dolorosa e continua fuoriuscita di sanitari oltre confine, dove gli stipendi sono superiori anche tre volte ai mensili offerti dal sistema sanitario italiano.
Venerdì, nel privato accreditato, i sindacati hanno indetto agitazione per chiedere scatti e riconoscimenti, invece nel pubblico tornano a domandare l’indennità di confine, un bonus promesso e mai pagato.
«Non possiamo ignorare la difficoltà di reclutare e trattenere personale sanitario nei territori di frontiera - scrive la Uil del Lario - dove la vicinanza alla Svizzera e le differenze retributive alimentano una continua emorragia di professionisti». Sulla carenza di sanitari si è espresso negli scorsi giorni anche l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso, secondo cui «chiudiamo reparti ospedalieri per mancanza di infermieri» «ho qualche margine per convincere i medici a stare o tornare in Italia, favorendo il rientro dei cervelli, ma sugli infermieri non c’è speranza perché dal confine in poche ore possono andare a lavorare in Svizzera guadagnando il triplo». Senza sufficienti sanitari per il nostro sistema statale è complicato accorciare le liste d’attesa.
Detto che secondo i dati diffusi ieri da Gimbe, relativi al 2026, il rispetto dei termini per fare esami e visite con una normale ricetta non urgente nel nostro territorio sono migliorati rispetto al 2025, non di poco, circa l’8% in più delle richieste è stata erogata in tempo. E però con pochi medici e infermieri in forze nei reparti e negli ambulatori la capacità di curare resta limitata, nel 2025 la quota media di lombardi e comaschi che hanno rinunciato alle cure è stata pari al 10,1%. Per varie ragioni, distanza, dimenticanza, prenotazioni doppie, ma anche difficoltà d’accesso. «È un dato preoccupante, che riguarda le liste d’attesa – dice Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine dei medici di Como – la difficoltà di trovare appuntamenti liberi è connessa alla mancanza di personale, con pochi medici e infermieri la sanità pubblica può mettere in campo un numero limitato di prestazioni».
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