Il design formato green. A caccia di giovani talenti
Anche il settore del legno-arredo si attrezza per affrontare il passaggio generazionale e la transizione ecologica. Meneghel (FederlegnoArredo): «Servono nuove figure professionali con sensibilità sociale e ambientale»
Il passaggio generazionale, la transizione ecologica e la necessità di un nuovo racconto del lavoro sono le priorità per la costruzione del futuro anche nel settore legno - arredo. In un’epoca segnata da profonde trasformazioni tecnologiche e demografiche, la capacità di attrarre nuovi talenti diventa una variabile competitiva fondamentale. I Green Design Days sono una delle possibili strategie per mettere in connessione aziende e giovani talenti. Come costruire la nuova alchimia lo spiega Andrea Meneghel, direttore marketing, innovazione e sostenibilità di FederlegnoArredo, a margine dell’ultima edizione del Salone del Mobile.Milano, dove la federazione ha messo in campo una serie di iniziative volte a unire il mondo della produzione con quello della formazione.
Com’è nato il progetto Green Design Days?
Il nuovo marchio Fla Green di FederlegnoArredo è un progetto di posizionamento culturale e strategico nato per accompagnare le aziende in una transizione che sappiamo essere complessa e non priva di ostacoli. I Green Design Days sono l’anima operativa di questa visione: si tratta di un festival diffuso che si snoda durante tutto l’anno e su tutto il territorio nazionale. Attraverso talk, visite aziendali e approfondimenti tecnici, cerchiamo di scoprire le modalità della produzione e le pratiche che tengono conto degli impatti ambientali e, soprattutto, di quelli sociali. L’idea è quella di affrontare insieme le problematiche più rilevanti della filiera, cercando di tracciare una traiettoria comune. È un percorso che coinvolge le undici associazioni della Federazione, divise nelle due grandi aree del legno e dell’arredamento, con l’obiettivo di rendere la sostenibilità un elemento concreto e misurabile del nostro marketing territoriale e industriale.
Quali sono gli obiettivi principali di questo festival diffuso e itinerante?
I Green Design Days sono l’iniziativa di Assoarredo che si configura come un festival diffuso lungo tutto l’anno e sull’intero territorio nazionale. Non è un evento statico, ma un percorso fatto di talk, visite aziendali e approfondimenti tecnici. L’obiettivo è scoprire dal vivo le modalità della produzione e le pratiche che tengono conto degli impatti ambientali e sociali. Vogliamo che si veda come nasce un prodotto e quali sfide affrontano le imprese. Questa formula di condivisione permette alle aziende di aprirsi e affrontare insieme le traiettorie della sostenibilità. È un modo per creare un posizionamento culturale per il settore, trasformando la transizione ecologica in una pratica visibile, capace di coinvolgere le nuove generazioni e mostrare la bellezza di una filiera che innova senza perdere la propria radice umana, tra maestranze antiche e nuove tecnologie.
All’ultimo Salone abbiamo visto un format particolare. Next Gen at Work: come si inserisce in questo percorso?
È stata una tappa fondamentale, una sorta di evoluzione dopo la puntata pilota realizzata presso la nostra Artwood Academy di Lentate. Venerdì 24 aprile, durante la settimana del Salone, abbiamo dato vita a “Next Gen, storie di lavoro raccontate da chi lo fa”. Si tratta di un progetto sviluppato insieme al contributo dell’Osservatorio Salone del Mobile.Milano e della Scuola del design del Politecnico di Milano. L’obiettivo è parlare ai ragazzi, orientandoli tra i mestieri e le professioni del design. Per chiudere il cerchio, abbiamo attivato una media partnership con Will Media, che ci ha dato un supporto importante nella produzione di un podcast registrato live all’arena del Salone Satellite. A quel momento hanno partecipato la nostra presidente Maria Porro e i creatori di podcast, proprio per usare un linguaggio che fosse vicino ai giovani e capace di trasmettere il valore di ciò che facciamo.
Erano iscritti circa cinquecento ragazzi, qual è stato l’impatto reale e che tipo di interesse avete riscontrato in un pubblico così giovane?
La reazione degli studenti è per noi una sorpresa piacevole ogni volta che portiamo queste storie fuori dai contesti istituzionali. C’è una grandissima curiosità nel capire cosa significhi davvero lavorare in azienda oggi. Abbiamo proposto tre slot tematici e, a seconda dell’audience, dell’età e della provenienza degli studenti, le reazioni sono differenti, ma sempre caratterizzate da una voglia profonda di scoprire i percorsi professionali. I ragazzi vogliono capire cosa fanno le persone quotidianamente. Ciò che affascina non è solo il lato glamour del design, ma la passione di chi racconta il proprio lavoro, anche quando si tratta di ruoli meno “affascinanti” sulla carta, come il post-vendita o la logistica tecnica. Se un professionista trasmette la passione di chi vive l’azienda ogni giorno con il linguaggio giusto, genera una curiosità e una serie di domande sorprendenti. Per noi è un progetto strategico: la formazione e il ricambio generazionale sono le uniche leve per continuare a far competere questa filiera su scala globale.
In genere le imprese sono riluttanti ad aprire le loro porte e a condividere i “segreti del mestiere”: come le avete convinte?
È una dinamica che conosciamo bene. Tuttavia, il nostro approccio ha cambiato le regole del coinvolgimento. Non abbiamo chiesto ai titolari o ai direttori marketing di salire sul palco per raccontare l’identità aziendale o per presentare le novità esposte al Salone. Quella sarebbe stata una presentazione utile, ma forse poco efficace per degli studenti tecnici che cercano una visione sulle professioni. Abbiamo chiesto invece alle aziende di far raccontare a un collaboratore o a un dipendente, magari giovane, qual è l’esperienza che vive tutti i giorni. Abbiamo chiesto di trasferire la passione e la quotidianità, non i segreti del prodotto. In questo modo non c’è stata competizione tra brand, ma una volontà comune di raccontare perché questo è un mondo meraviglioso. Abbiamo anche organizzato una mostra al padiglione 24 chiamata proprio “La filiera delle meraviglie”, per sottolineare questo concetto.
Come hanno reagito le aziende a questa proposta di condivisione e diffusione del proprio saper fare?
Quando l’azienda capisce che l’obiettivo è il capitale umano e non la difesa di un brevetto, si apre con una facilità incredibile. Il coinvolgimento è stato fluido: non c’era competizione sul prodotto, ma voglia di raccontare il capitale umano. Spostando il focus sulla quotidianità di chi lavora, le imprese hanno aperto le porte con entusiasmo, orgogliose di mostrare ai giovani la filiera che le coinvolge e la passione che anima ogni giorno il nostro settore.
Questo incrocio tra maestranze antiche e nuove tecnologie è il cuore del made in Italy: i Green Design Days possono essere il ponte tra questi due mondi?
Assolutamente sì. La produzione è cambiata profondamente e questo salto verso il futuro richiede una sintesi tra il saper fare tradizionale e le nuove competenze digitali e ambientali. I Green Design Days servono proprio a questo: a mostrare che la sostenibilità non è un concetto astratto, ma un modo di produrre che richiede nuove figure professionali e una nuova sensibilità sociale. Vedere generazioni diverse che si confrontano con questa profondità ci dice che la strada è quella giusta. La sfida non è solo produrre oggetti belli, ma creare un ecosistema dove il lavoro torni a essere un elemento di attrazione culturale per i ragazzi che ancora non sanno di voler intraprendere un percorso nella nostra industry. Il focus del progetto non è più solo sul prodotto finito, ma sulla narrazione del processo e del capitale umano, elementi essenziali per garantire la competitività e la sostenibilità sociale della filiera del legno-arredo in un contesto di forte calo demografico e trasformazione tecnologica.
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