La parola alle aziende: «C’è voglia di imparare»
Imprese La mancanza di personale qualificato si fa sentire in diversi settori Vavassori: «La loro motivazione è un esempio anche per gli altri operai»
Lettura 2 min.Uno dei ragazzi che lavorano alla Dav arriva da via Giambellino, a Milano. Si alza alle cinque e un quarto, prende il tram per dieci fermate, fa un tratto a piedi, poi la metropolitana fino a Rho Fiera e infine il pullman. Alle sette e mezza è in azienda. «Quasi due ore per venire a lavorare da me», racconta Barbara Vavassori. «E poi trovo ragazzi del paese qui di fianco che fanno fatica a venire perché vorrebbero andare al lavoro in bicicletta».
La Dav, carpenteria metallica che produce tutto nei suoi stabilimenti di Rho, è guidata dalla seconda generazione della famiglia: Barbara, responsabile del personale, con i fratelli Stefano e Claudia. È lei a seguire la selezione e i rapporti con gli enti di formazione, Aslam compreso, con cui l’azienda collabora da molti anni.
«Abbiamo bisogno di operai, piegatori, saldatori, carpentieri che conoscano il disegno ma abbiano anche una buona manualità», spiega. Il corso di saldo carpenteria è stato tra i primi avviati dall’ente.
Negli ultimi anni la collaborazione si è intensificata. «Soprattutto dopo il Covid la mancanza di personale qualificato si è fatta sentire di più. Prima i saldatori, anche italiani, si trovavano. Adesso è più faticoso». Già prima di Bridge Aslam organizzava corsi professionali per ragazzi stranieri, e la Dav li accoglieva in tirocinio. Non tutti gli inserimenti sono andati a buon fine. «Qualcuno aveva delle fragilità che gli impedivano di arrivare al lavoro tutti i giorni, di essere costante nel tempo».
Negli ultimi tre anni, però, l’azienda ne ha assunti tre con un contratto di apprendistato, poi stabilizzati come operai. Con Bridge sono arrivati altri due ragazzi, in stage da aprile. A luglio hanno sostenuto gli esami, hanno proseguito con qualche mese di stage e ora hanno un contratto di inserimento.
Il bilancio, per Vavassori, è positivo. «Sono ragazzi che hanno voglia di imparare un mestiere, anche per dimostrare alle loro famiglie e forse a se stessi di valere».
Il livello di scolarizzazione, spiega, è «molto basso», e all’inizio vanno seguiti su molti aspetti: l’organizzazione del lavoro, la logistica interna, le procedure per registrare le ore e compilare i rapportini, la sicurezza. «Però nel complesso hanno proprio voglia di crescere». Uno di loro le ha detto che, lavorando lì, è «diventato più forte».
Un altro, assunto in apprendistato, le ha chiesto di poter studiare ancora, e da settembre frequenta un ITS, un istituto tecnico superiore, di meccatronica. «Lavora da noi e poi va a scuola altre tre ore, per imparare bene il disegno e crescere».
Per l’azienda conta anche il lavoro delle cooperative sociali che, nella rete di Aslam, seguono i ragazzi più fragili: offrono una casa, insegnano l’italiano e li aiutano nelle prime necessità.
«Chi mi arriva da un’agenzia magari vive in un appartamento con altre otto persone e non ha punti di riferimento. Questi ragazzi hanno un educatore, qualcuno che li aiuta a capire come muoversi». Per l’imprenditrice è uno scambio in cui guadagnano tutti, aziende e ragazzi.
Molti escono dalla scuola di saldatura e vogliono saldare subito. «Se non li fai saldare subito, alcuni se ne vanno. Io dico loro che è nella pazienza che si impara il mestiere». Ricorda un ragazzo pakistano stabilizzato due anni fa. «Gli dicevo di avere pazienza e che qui siamo come una famiglia. Lui mi rispondeva che la sua famiglia era la sua famiglia, nessun altro». Col tempo ha cambiato idea. «Mi ha detto: ti volevo ringraziare, ho capito cosa volevi dire, mi sono fidato e adesso per me siete diventati una famiglia»
Anche gli altri imprenditori che collaborano con Aslam, dice, la pensano allo stesso modo. Il lavoro richiede tempo, e in azienda serve un capofficina disposto a sedersi accanto ai nuovi arrivati e spiegare.
«Non tutti gli inserimenti vanno a buon fine. Ma la motivazione di questi ragazzi è un esempio anche per gli altri operai. È una componente che contagia positivamente, e quella fatica in più dell’inizio ripaga sicuramente».
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