Riserve energetiche finite. Ora si dipenderà dagli altri
Nonostante i grandi sforzi compiuti in questi anni, la Svizzera per otto mesi dovrà approvvigionarsi all’estero. Servono petrolio, gas e uranio in un quadro geo-politico tutt’altro che rassicurante. Dalla politica pochi segnali
Formalmente da lunedì scorso, ufficialmente da domani la Svizzera anche quest’anno ha esaurito le riserve energetiche, nonostante gli sforzi compiuti in questi anni per migliorare gli approvvigionamenti e razionalizzare, per quanto possibile, i consumi. Per otto mesi, dunque, la vicina Confederazione dipenderà esclusivamente dall’estero anzitutto per petrolio, gas e uranio, dentro un quadro geo-politico peraltro tutt’altro che rassicurante.
Si è già riaperto il dibattito sul nucleare
La “Fondazione Energia” puntuale come ogni mese di aprile anche per l’anno in corso ha sancito la fine dell’indipendenza energetica, confermando che la Svizzera ad oggi non può far altro che dipendente per quasi due terzi del totale dalle importazioni delle diverse fonti energetiche. Eppure la Confederazione non rappresenta il fanalino di coda del “Vecchio Continente”, cui è legata a doppio anche dal rinnovo dei “bilaterali III” sull’asse tra Berna e Bruxelles, in cui l’energia è uno degli asset strategici.
Il tasso di indipendenza della Confederazione è pari al 32% contro un modesto 18% della vicina Francia, la cui indipendenza energetica è invece terminata il 9 marzo. Il tema è di stretta attualità. Di fronte alle tensioni che agitano il Medio Oriente, la Fondazione Energia ha invitato il Governo di Berna ad agire e lo ha fatto chiedendo insieme ad altre sei autorevoli Associazioni di uscire al più presto dall’angolo, smarcandosi rispetto all’attuale dipendenza soprattutto da petrolio e gas.
La politica sin qui non ha dato grandi segnali di una realtà volontà di trovare soluzioni alternative, anche se le opzioni non mancano. A questo punto non resta che aggrapparsi alla “Strategia Energetica 2050”, che in sé però contiene anche alcune contraddizioni che in vista delle elezioni federali dell’ottobre 2027 sarà bene chiarire. Una di queste contraddizioni è rappresentata dall’abbandono del nucleare, che dentro questa ambiziosa strategia dovrebbe trovare concretizzazione entro il 2040. Eppure una larga parte della politica sembra pensarla diversamente.
Prova ne sia che il 21 aprile scorso la Commissione dell’Energia del Consiglio nazionale, la Camera “bassa” del Parlamento svizzero, ha dato nuovamente il via libera alla costruzione di centrali nucleari, con 13 voti a favore e 2 contrari. «L’energia nucleare deve tornare ad essere un’opzione per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine», ha rimarcato la Commissione, che nel contempo ha dato il proprio beneplacito al controprogetto indiretto del Governo all’iniziativa “Stop al blackout”. Ciò significa che in caso di via libera al controprogetto, ci sarebbero le condizioni per costruire nuove centrali nucleari. È chiaro che la costruzione di queste dibattute centrali non potrà avvenire a stretto giro. Peraltro la maggioranza degli elettori svizzeri nel 2017 si è espressa contro questa ipotesi.
E la volontà popolare - si sa - va rispettata. Di sicuro l’argomento animerà la campagna elettorale in vista del voto del prossimo anno. I dati aggiornati dicono che l’energia idroelettrica rappresenta la principale fonte di produzione elettrica interna, coprendo oltre il 60% della produzione nazionale. Nel contempo avanzano anche le energie rinnovabili, a cominciare dal fotovoltaico. Il nucleare però resta centrale nelle dinamiche energetiche della Confederazione. Dunque qui si gioca una delle partite più importanti degli ultimi anni su un tema strategico come quello dell’approvvigionamento energetico. L’ultima parola anche in questo caso spetterà agli elettori.
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