La moda si unisce in Europa Aggregazioni tra pmi e AI

Industria. Il presidente di Confindustria Moda, Luca Sburlati, dà l’allarme sui rischi di desertificazione industriale per la filiera. «Non possiamo permetterci di smarrire gli anelli più piccoli di questo ecosistema, sono decisivi per il Made in Italy»

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Il comparto del tessile, della moda e dell’abbigliamento si trova ad affrontare uno dei passaggi più difficili della sua storia recente. Tra tensioni geopolitiche internazionali e una forte contrazione dell’export sui mercati chiave, la tenuta del sistema passa dalla salvaguardia delle piccole imprese e dalla capacità di attrarre le nuove generazioni.

È questo il quadro delineato da Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, che ha commentato i dati economici della nuova ricerca “Lo stato della moda”, a cura dell’Ufficio studi di Confindustria Moda.

I dati congiunturali relativi all’inizio dell’anno evidenziano profonde difficoltà sui mercati internazionali, bilanciate soltanto dalle ottime performance di alcune grandi firme: «i primi mesi dell’anno non si sono rivelati brillanti. L’export della filiera sta subendo un forte calo sui tre mercati più importanti: si registra nel primo bimestre del 2026 una flessione del -10% in Giappone e poco di più negli Stati Uniti, mentre la Corea del sud segna un arretramento del 25 - 27%. Fortunatamente ci sono alcune realtà in netta controtendenza; i nostri grandi marchi stanno avendo delle performance straordinarie, distinguendosi positivamente anche rispetto a diversi concorrenti esteri. Il peso del comparto rimane quindi molto significativo: rappresentiamo una filiera complessa che si sviluppa da monte a valle, l’ultima filiera industriale rimasta interamente completa in Europa».

Il presidente ha poi allargato lo sguardo, richiamando la necessità di agire come un’unica squadra che riunisca tutte le anime del settore, dal tessile alla pelletteria, nella logica di un’azione congiunta che superi le storiche divisioni settoriali.

«Quando parliamo di moda non possiamo limitarci al tessile e all’abbigliamento; dobbiamo relazionarci e agire sempre di più come un’unica compagine, includendo il mondo delle calzature e della pelletteria. Non dimentichiamo che questo settore esprime un valore complessivo di circa 90 miliardi di euro, con una quota di export che sfiora il 70%. Veniamo da due anni complessi, durante i quali abbiamo registrato una contrazione vicina all’8,5%. Il solo comparto del tessile-abbigliamento vale circa 58 miliardi di euro, con una propensione all’esportazione tra il 63% e il 65%».

L’allarme più rilevante lanciato da Confindustria moda riguarda il rischio di desertificazione industriale nella parte della filiera che è composta da una fitta rete di piccole imprese.

«Siamo di fronte al serio rischio per il Paese di perdere tasselli fondamentali della nostra produzione – ha aggiunto il presidente Sburlati - in alcuni comparti la contrazione è evidente: nel solo 2025 abbiamo perso 3mila aziende. Non possiamo permetterci di smarrire gli anelli più piccoli di questo ecosistema, che costituiscono il terreno indispensabile per la crescita dei grandi marchi italiani e internazionali».

«Il nostro modello competitivo deve continuare a fondarsi sul principio del bello e del ben fatto. Nonostante uno scenario geopolitico estremamente complesso, caratterizzato dal rallentamento dei consumi di lusso in Cina e dal focus sui marchi locali della fascia alta di quel Paese, dalla crisi nel Golfo, dal mercato russo sostanzialmente chiuso da oltre quattro anni e dal peso dei dazi americani amplificato da un dollaro debole, i dati indicano comunque una tenuta complessiva del sistema».

La struttura economica del settore mostra una forte spaccatura in tre segmenti distinti, dove l’ultimo risulta essere quello maggiormente esposto alla crisi.

«Dobbiamo gestire un ecosistema fragile, diviso simmetricamente in tre parti: un terzo è rappresentato dai grandi brand, un terzo dalle aziende di filiera medio-grandi e l’ultimo terzo è composto da oltre 30mila o 40mila micro-imprese. Quest’ultima componente è estremamente vulnerabile. Se perdiamo queste competenze uniche, rischiamo di compromettere l’intero sistema, poiché svanirebbe l’unicità manifatturiera che il cliente finale è disposto a pagare e che si traduce nell’eccezionalità del bello e del ben fatto italiano. Sarà questo il nostro principale impegno per i prossimi anni».

Di fronte ai nuovi equilibri globali, la strategia confindustriale punta su una forte coesione nei tavoli di concertazione europei e sull’incremento della dimensione aziendale.

«I nuovi equilibri globali ci impongono di agire con la massima compattezza nei confronti dell’Unione europea, soprattutto in vista della prossima legislazione in materia. Confindustria moda sta aprendo tavoli di confronto dedicati e invito tutti i marchi a partecipare attivamente – ha sollecitato il presidente - è in quelle sedi che si decide il futuro del settore ed è lì che dobbiamo portare la nostra posizione come sistema Paese».

E aggiunge: «Occorre partecipare subito, definire le istanze politiche e presentarsi uniti al Governo per ottenere il supporto necessario. La compattezza non si costruisce solo a Roma, ma si inserisce in un ecosistema complesso italo-francese. I dati dimostrano che il nostro mercato produce in larga parte anche per le griffe transalpine. La sostenibilità, in questo contesto, può diventare un formidabile strumento di valorizzazione, dato che siamo già molto avanzati su questi temi a difesa del nostro patrimonio industriale».

Il focus strategico deve quindi concentrarsi sul supporto alle pmi attraverso veicoli societari più strutturati: «la priorità dev’essere il sostegno alle realtà minori, anche favorendo i processi di aggregazione; l’aumento della dimensione aziendale è senza dubbio uno degli assi strategici su cui dobbiamo investire».

Una delle novità più rilevanti annunciate da Luca Sburlati riguarda il riconoscimento della moda come filiera tecnologica strategica nazionale, grazie a un accordo con l’Istituto italiano per l’intelligenza artificiale: «da oggi la moda diventa a tutti gli effetti un asset centrale negli obiettivi nazionali. Questa tecnologia sta trasformando radicalmente sia la progettazione sia l’industrializzazione».

Questo salto tecnologico, secondo il presidente, rappresenta anche un formidabile elemento di attrazione per le nuove generazioni: «i dati degli ultimi mesi dimostrano che le imprese che investono in innovazione tecnologica tornano a essere attrattive per le nuove generazioni, rompendo il monopolio dei grandi marchi ai quali si solito aspirano i giovani».

E prosegue nella propria riflessione il presidente di Confindustria moda.

«Formazione e tecnologia cammineranno di pari passo nei prossimi anni. È una partita che possiamo vincere: l’adozione dell’intelligenza artificiale permetterà alle aziende più piccole e meno digitalizzate di compiere un salto generazionale immediato, garantendoci un’ulteriore unicità sul mercato».

Se i grandi marchi esercitano una forte capacità di attrazione naturale, è però la filiera produttiva a impiegare l’80% della forza lavoro del settore, pari a una platea che oscilla tra i 350mila e i 500mila addetti se si include la pelletteria.

«La tecnologia sarà un fattore di attrazione, ma dobbiamo essere capaci di strutturare percorsi di crescita economica e meritocratica, valorizzando i profili accademici d’eccellenza per trattenerli nel nostro Paese – ha concluso il presidente Sburlati - nei prossimi anni il rapporto dovrà mappare anche l’evoluzione demografica e la percezione giovanile nelle imprese, così da individuare soluzioni tempestive per un mercato che si muove a velocità elevatissima».

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