Tasse, patrimoniale, giovani: la visione di Cottarelli
L’economista, ospite a Como del Rotary Baradello, ha affrontato i temi di politica economica e finanza pubblica: «Troppo tempo per compilare moduli. Semplificare è il modo più efficace per far funzionare l’industria e i servizi»
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Dalla patrimoniale al crollo demografico, Carlo Cottarelli ha affrontato alcuni dei principali nodi di politica economica e finanza pubblica. È stato ospite il 3 giugno del Rotary Club Como Baradello, in un incontro-intervista condotto da Diego Minonzio, direttore de La Provincia di Como, ed Emilio Bordoli, economista e socio del club. Di seguito alcuni passaggi della serata che ha registrato il tutto esaurito nell’Aula Magna del Collegio Gallio.
Il primo capitolo del suo ultimo libro “Economia facile” è dedicato alle tasse.
Sono sempre al centro del dibattito, noi tutti vorremmo che non ci fossero. Ci sentiamo ripetere che sono state tagliate, ma spesso non si tratta di tagli strutturali reali. Un caso tipico è quello delle misure fiscali temporanee. Un esempio è il taglio dei contributi sociali sul lavoro dipendente, introdotto dal governo Draghi e poi prorogato dai governi successivi. Nei dati ufficiali però, questo viene spesso rappresentato come un nuovo taglio, anche se in realtà si tratta della prosecuzione di una misura già esistente. Un altro aspetto chiave è capire chi paga davvero le tasse. Si può dire di tassare le compagnie assicurative o le banche, ma se poi queste aumentano i prezzi dei propri servizi per compensare il maggior carico fiscale, una parte di quella tassa finisce inevitabilmente sui clienti. Il dato decisivo resta uno: il totale delle entrate fiscali dello Stato. L’anno scorso il rapporto tra pressione fiscale complessiva e Pil in Italia è stato di circa il 42–43%, vicino ai massimi storici.
Patrimoniale o tassazione progressiva dei redditi più alti.
La patrimoniale è un tema di cui si parla, ma non sempre con chiarezza su cosa significhi. Una tassa patrimoniale non colpisce il reddito che guadagni oggi, ma il patrimonio accumulato nel tempo grazie ai risparmi del passato. Da questo punto di vista, le imposte patrimoniali sollevano più di un dubbio. Il patrimonio che possiedi deriva infatti, nella maggior parte dei casi, da redditi già tassati. Ritengo più coerente chiedere un contributo maggiore a chi percepisce redditi molto elevati, anche se il rischio è di perdere contribuenti, che possono spostarsi dove la fiscalità è più favorevole.
Le ambiziose promesse dei programmi elettorali.
Aumento della spesa sanitaria, riduzione delle tasse, nuovi investimenti e così via. Se si prendono tutte insieme, le promesse contenute nei programmi elettorali implicano un aumento potenziale della spesa pubblica dell’ordine di centinaia di miliardi di euro. In Senato ho presentato un unico disegno di legge a mia firma che chiedeva di inserire nei programmi anche come si intende finanziare le proposte. Nessuno sceglierebbe un amministratore di condominio che promette di rifare l’ascensore senza spiegare come lo paga. Il documento è stato assegnato alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, è ancora fermo lì.
In Italia perché non si riesce mai a fare niente?
Non so spiegarlo solo in termini economici, servirebbe anche un sociologo o uno psicologo. Una possibile interpretazione è che siamo entrati in una sorta di circolo vizioso. Negli ultimi 25 anni siamo cresciuti poco, intorno allo zero virgola, anche se forse quest’anno all’1% ci arriviamo. Dopo un quarto di secolo di crescita debole, la società tende a reagire in due modi. Da un lato aumenta la sfiducia, l’astensionismo. Dall’altro lato, aumenta l’impazienza, si vogliono risultati immediati. In questo contesto diventano più credibili le promesse semplici e rapide, anche quando non sono realistiche, mentre si ascoltano meno le posizioni più caute e basate sul lungo periodo.
Nei prossimi anni, il numero di persone che usciranno dal lavoro per pensionamento sarà superiore ai nuovi ingressi.
La popolazione attiva tenderà a ridursi progressivamente. Il risultato sarà una carenza strutturale di lavoratori in molti settori. Cosa si può fare? Una delle risposte possibili riguarda una pianificazione strutturata dei flussi migratori su un orizzonte di dieci anni. Bisognerebbe chiedersi in modo esplicito: quante persone servono, in quali settori lavorativi sono più necessarie, quali competenze devono avere e come favorire la loro integrazione. Ad oggi però, un piano organico di questo tipo non esiste.
A Como stiamo assistendo a un trasferimento di reddito, risorse e occupazione dall’industria verso il turismo. Questi processi devono essere in qualche modo guidati oppure deve prevalere la “mano invisibile” di Adam Smith?
Se esistesse una “mano visibile” davvero efficiente, potremmo affidarci senza problemi alla sua guida. Lo Stato dovrebbe prima garantire il buon funzionamento di giustizia, pubblica amministrazione e sanità, e solo dopo poter pensare di fare anche l’imprenditore. Esperienze come alcune politiche industriali recenti mostrano risultati altalenanti: a volte funzionano come Industria 4.0, altre volte no, come Transizione 5.0. Questo suggerisce che la complessità degli strumenti può diventare un problema. La miglior politica industriale per l’Italia, è quella della semplificazione. Le imprese spendono troppo tempo a compilare moduli e a gestire controlli spesso ripetitivi. Una pubblica amministrazione che funziona bene rende più efficienti anche giustizia, sanità e istruzione. Solo dopo si può pensare ad ampliare l’intervento dello Stato. Semplificare è il modo più efficace per far funzionare meglio l’industria e i servizi di un Paese.
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