Il delitto in famiglia nel castello di bugie: «Mi son buttata via»

Cirimido Mariarosa, uccisa dalla sorella e data alle fiamme 17 anni fa. Stefania: «Come un agnello sacrificale. Suona assurdo, ma lei mi manca»

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Le stanze, in un castello di bugie, somigliano tanto al labirinto del palazzo di Cnosso. E chi ci passeggia corre il rischio di incrociare, in quei corridoi, il proprio mostro interiore.

A Stefania è andata esattamente così. Mentre edificava muri fatti di bugie, s’è trovata faccia a faccia con il suo personalissimo minotauro. Che ancora oggi, a 17 anni di distanza, la trascina verso un torrente di dolore mentre ricorda «il sorriso» di sua sorella Mariarosa. Quel sorriso che, all’apice di una lucida semifollia, lei ha spento con il fuoco.

Le menzogne

La famiglia Albertani è una famiglia «all’apparenza normale». Il virgolettato è di Stefania. Pronuncia queste parole dal carcere di Bollate, davanti alle telecamere della trasmissione Quarto Grado, in un’intervista andata in onda lo scorso inverno. Il papà, Luigi, è un ex imprenditore edile. La sua impresa, la 2A Costruzioni, è fallita da un paio di anni. La moglie Alma è pensionata e madre di tre figli: Mariarosa, 39 anni, che lavora come operaia al calzaturificio Brunate di Cirimido, Silvano e Stefania, la più piccola della famiglia, 26 anni, entrambi geometri. Silvano e Stefania sono anche gli ex amministratori della 2A Costruzioni.

Mariarosa ama i gatti, ne ha ben cinque, e vive le sue giornate con il sorriso sulle labbra. Silvano è più serio, concentrato sul lavoro, da piccolo giocava con la sorellina Stefania, con la quale però i rapporti ultimamente si sono fatti tesi. La piccola di famiglia ha avuto un’adolescenza complicata, nel corso della quale vive il dolore della bulimia, si sente invisibile, alza muri verso la sorella maggiore che vede come la preferita, soprattutto dal papà.

Mariarosa ha un piccolo-grande sogno. Vuole comprarsi la casa dove vive, a Guanzate. uno chalet dentro il “Villaggio del Bosco” in zona Cinq Fò. Chiede aiuto al papà che non si tira indietro. I soldi, sui conti, ci sono. O almeno così lui pensa.

In realtà su quei conti resta poco o nulla. A dilapidare una piccola fortuna è la figlia minore. «Nel giro di due anni siamo crollati per colpa mia» ammette oggi, nell’intervista a Quarto Grado. Spende soldi per i vestiti, per le borse, per le scarpe, per le grandi marche. « Spendevo perché volevo essere vista. Era lo status che mi interessava, non l’oggetto in sé». Ma la famiglia deve restare all’oscuro. E, soprattutto, non pensare che la crisi sia causa dei suoi fallimenti. Così Stefania comincia a costruire il suo castello di bugie. Mattone dopo mattone. Stanza dopo stanza.

Si trasforma nell’inesistente avvocato Frigerio, per far saltare le trattative di acquisto dello chalet rifugio sognato dalla sorella, così che non ci fosse bisogno di attingere agli inesistenti risparmi di famiglia. Inizia a dire bugie a chiunque: si inventa una laurea, la morte del fidanzato, quella del padre, inventa una gravidanza, di aver perso il figlio. «Non distinguevo più le bugie dalla verità».

L’omicidio

Nel maggio 2009 enormi crepe si aprono nel castello di bugie. Stefania incolpa la sorella: è lei a minare le fondamenta di quel suo labirinto di falsità e mostri interiori. Lunedì 11 maggio Mariarosa saluta i genitori per l’ultima volta.

Sale in macchina con Stefania. Destinazione, nelle parole della sorella, lo studio dell’inesistente avvocato Frigerio. Nella realtà la vecchia casa di famiglia a Cirimido, pignorata a causa del fallimento.

«Mariarosa deve sparire - racconta Stefania, sempre davanti alle telecamere - Deve prendersi le colpe» dei debiti. «In quel momento per me aveva un senso» quel piano folle. «Scrivo lettere a firma di Mariarosa, spiego che i soldi della società erano spariti, che era stata lei a prenderli perché era riuscita a manipolarmi» e che per i sensi di colpa «se n’era andata semplicemente». Scomparsa. E invece Mary è segregata nella casa di Cirimido, in via Toti, a due passi del centro del paese. Vittima della sorella minore che la droga, le impedisce di uscire. Ma tre giorni dopo alcuni vicini la vedono per strada, barcolla, sta male. Chiamano l’ambulanza. Mariarosa viene portata in ospedale. Ma Stefania interviene prima che il castello crolli. Convince la sorella a firmare le dimissioni, a seguirla nuovamente a Cirimido.

«La riporto a casa e lei mi dice: ho capito che l’avvocato non esiste». Ma, incredibilmente, «lei non si è arrabbiata, mi ha detto che avrebbe parlato lei con papà. Ma il mio castello di bugie si sgretolava. In quel momento volevo solo che stesse zitta». Stefania la racconta così: «Volevo solo che stesse zitta, che non dicesse niente». La getta a terra. Mary non si muove più. La sorella va a prendere una tanica di benzina nell’ex magazzino della ditta di famiglia. E accende: «Spero che lei fosse morta, quando le ho dato fuoco». Poi prende un telo da Mariarosa, dunque, sparisce. Ma nessuno, tra famigliari e amici, ne denuncia formalmente la scomparsa. Paradossalmente è proprio Stefania, poco meno di un mese dopo, a presentarsi dai Carabinieri per chiedere informazioni su una possibile querela da presentare contro la sorella, scomparsa nel nulla, per truffa.

L’arresto

Il corpo viene trovato soltanto a metà luglio. Un martedì. I Carabinieri ispezionano la casa di Cirimido. E in cortile, sotto al telone, trovano i resti di Mary. «Ero lì, quando hanno alzato il telo. Ho cominciato a urlare». Ma poi: «Rimango nella mia apatia e nella mia versione». Autoconvincendosi che «non potevo essere stata io».

Comincia un lavoro di accerchiamento a carico di Stefania. Procura e Arma sono certi che sia lei l’omicida. La svolta, però, arriva soltanto in autunno. Una mattina le microspie piazzate a casa Albertani registrano mamma Alma dire: «Ma cosa fai?». Poi rumori di colluttazione. Urla. Richieste di aiuto. I Carabinieri partono in sirena, quando arrivano trovano la mamma di Stefania a terra, incosciente, lievemente ustionata. Si scopre che la figlia ha stretto una cinghia attorno al collo della donna. Quindi, quando è caduta a terra priva di sensi, ha dato fuoco alla gonna. La giovane geometra viene arrestata per tentato omicidio. Pochi giorni dopo, nuova accusa: ha pure tentato di uccidere il padre. Facendo saltare l’auto dei genitori con uno straccio in fiamme nel bocchettone della benzina.

Anche questo ennesimo episodio di follia omicida viene registrato, dalla microspia piazzata sull’auto. «Cosa stanno bruciando che si sente odore di fumo?» chiede Luigi. «Si sente tanto... la macchina!» commenta la moglie. «Qui è tutto spento» replica lui. Ma Alma urla: «Luigi!! La brusa la benzina. Chi ha messo dentro lo straccio?».

Il castello, alla fine, è tragicamente e definitivamente crollato.

Le poesie dal carcere

Per l’omicidio di Mary l’ordinanza di custodia cautelare arriva a fine marzo dell’anno successivo. Stefania viene bollata come una ragazza con una «fisiologica e pervasiva mendacità» capace di «inganni e a volte vere e proprie truffe». E ancora che ha «architettato e realizzato un piano che vedeva la sorella scomparire per sempre». In quella «fittissima ragnatela di menzogne» la ragazza si è persa nel labirinto. Vittima del suo minotauro interiore.

«Mariarosa è stata l’agnello sacrificale - dice oggi, parlando a Quarto Grado - Mi porto dietro un fallimento dietro l’altro... mi porto dietro il mio fallimento: non sono stata capace come figlia e non sono stata capace come sorella».

E dopo tutto questo tempo, quali sono i sentimenti verso Mary? «Ricordo il suo sorriso... e mi manca - risponde Stefania, mentre le lacrime le rigano le guance - Sembra assurdo da dire a una persona a cui hai tolto la vita, eppure mi manca. Mi è mancata il giorno della mia laurea, mi è mancata quando papà stava male, mi è mancata quando se ne è andata la mamma. Ora riesco a vedere il bello di quando lei c’era, ma lo vedo soltanto ora, quando ormai è troppo tardi».

Il 20 maggio 2011, con rito abbreviato, arriva la condanna a 20 anni di reclusione. Viene riconosciuto il vizio parziale di mente e la pericolosità sociale, con l’applicazione iniziale di una misura in ospedale psichiatrico giudiziario. Durante gli anni di carcere Stefania scrive poesie. Dove dice che «il tempo scorre lento. Tra le sbarre piango e mi pento».

Ma una delle poesie è dedicata alla sorella a cui lei ha spento il sorriso: «Nel cuore piove grandine / Sul petto una voragine / Cerco di chiuderla con un tatuaggio / Ora sono polvere in balia del vento / La sabbia mi ha scavata dentro / Ora so che sono stata schiava e padrone / Ho vissuto solo un’allucinazione / Oggi sono un peso per me stessa / Mi sono buttata via per niente / Valgo solo la metà di niente».

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