Anita eroina d’Italia, un inizio difficile

Brizzi racconta in un libro la “signora Garibaldi”. Ve ne proponiamo un passo dedicato all’arrivo nel nostro Paese: dovette convincere tutti, anche il marito, di poter stare in prima linea

La storia del Risorgimento nei manuali è tutta “al maschile”, anche se diverse donne hanno dato la vita per l’Italia e per testimoniare la possibilità per il loro genere di vivere “in prima linea”. La più nota, ma solo superficialmente, è Anita Garibaldi, cui è dedicato il nuovo romanzo di Enrico Brizzi “La leggenda di Anita” (Ponte alle Grazie, pag. 288, € 16). Ve ne proponiamo uno stralcio per gentile concessione dell’editore e dell’autore. Nel libro, Brizzi ricostruisce con una narrazione affascinante la parabola di Anita: la prende bambina a Laguna in Brasile, dove coltiva sogni di giustizia, e la segue fino alla morte, che la colse ventottenne in fuga dalla disfatta della Repubblica Romana. La morte corporale, non del suo sogno, che, almeno in parte, è la realtà in cui viviamo.

Il 3 marzo 1848, dopo sessanta giorni di navigazione, Anita si portò sulla tolda del bastimento con il piccolo Ricciotti in braccio e i fratelli appesi alle sottane.

Nessuno di loro avrebbe più scordato lo spettacolo che si presentò ai loro occhi: Genova, la prima città del Vecchio mondo ad accoglierli, era distesa lungo la costa di fronte a loro come un immenso animale pietrificato.

Ordini infiniti di case dalle facciate colorate, addossate le une alle altre senza soluzione di continuità, risalivano dalla riva verso le valli terrazzate, scandite da colline sulle quali spiccavano le fortezze candide.

José le aveva parlato molte volte di quella città che, in virtù della sua antica dominazione sui mari, portava il titolo di ‘Superba’, ma non se l’era figurata a quella maniera neppure in sogno. [...]

La città era piena di sorprese e l’ospitalità degli Antonini deliziosa, ma la guerra contro l’Austria sembrava ormai prossima e di José ancora non si sapeva niente.

Toccò alla signora leggerle ad alta voce la lettera che il marito aveva spedito da Montevideo pochi giorni dopo la sua partenza: «Anita carissima, conto che leggerai questa mia trovandoti ospite a casa Antonini, e mi raccomando di ringraziarli per la sontuosa accoglienza che, non ne dubito, riservano a te e ai piccoli.

«Qui tutto procede affinché la Legione possa imbarcarsi in forze e sotto i migliori auspici entro il primo giorno d’autunno, quel 21 marzo che lì invece segna l’inizio della primavera».

La faccenda delle stagioni la lasciò interdetta, ma sapeva che marzo era ancora giovane; contando i due mesi di navigazione, restava un sacco di tempo prima di poter lo riabbracciare, così lasciò andare un sospirante: «Madre de Deus! Si fa desiderare!»

La signora le sorrise invitandola a portare pazienza, quindi aggrottò le sopracciglia e riprese a leggere: «Con lettera inviata contestualmente all’ottimo Antonini, lo invito a trovarvi un’adatta scorta per condurvi a Nizza, per terra o via mare a tuo piacimento».

La signora alzò gli occhi dal foglio, quindi cercò il suo sguardo e domandò incredula: «Ci siamo appena conosciute e già ci tocca separarci?»

«Perché andare a Nizza con tanto anticipo?» replicò lei. «Serviranno settimane, prima che lui arrivi».

La donna riprese mestamente a leggere: «Desidero ardentemente che prendiate alloggio al più presto presso la mia povera Madre, che non mi vede da quattordici anni e ha tanto patito per causa mia. La santa donna, in mia attesa, merita di essere rallegrata senza indugio dall’abbraccio dei nipotini». [...]

La suocera

Nizza era una Genova più piccola, dalla parlata incomprensibile, e la madre di José la mise da subito a disagio.

La chiamava “la creola” con un tono di malcelata condanna. Si limitava a farsi vedere con lei alla prima messa del mattino, quindi cercava una scusa per lasciarla a casa dietro qualche faccenda e uscire sola con i bambini. Loro sì che le piacevano. Viziava Menotti e la sorellina con regali continui, e insisteva per lavare di persona Ricciotti nella tinozza, assicurando che in America non si conosceva l’igiene.

Ad Anita restava un sacco di tempo libero, ma non sapeva con chi trascorrerlo, così riempiva le giornate passeggiando fra la cattedrale di Santa Reparata, la collina del Castello e il molo. I simpatizzanti della causa nazionale che la riconoscevano la invitavano spesso ai tavolini dei caffè per un gelato o una bibita, e una volta che accettò un “pastis” troppo carico di assenzio si ritrovò così esaltata che sollevò la veste fino alle ginocchia, montò su una sedia e prese a cantare l’inno del Rio Grande.

«Viva la signora Garibaldi!» approvò la compagnia. «Si vede che ha carattere!», e le andarono dietro inneggiando a suo marito, all’Apostolo, alla primavera dei popoli.

A un bel punto si unirono ai cori una fisarmonica e un violino. Al tramonto il convegno aveva preso le misure d’un ballo di piazza, e quando Rosa arrivò a prenderla la apostrofò come madre indegna: come poteva dare spettacolo a quella maniera, danzando scalza e scollacciata mentre i suoi poveri figli l’attendevano per cena?

Rincasò contrita al fianco della donna, e quando si rese conto che i bambini non solo avevano già mangiato, ma dormivano beati, provò a trasformare la mortificazione che sentiva addosso in conforto: perlomeno, quando lei e José sarebbero partiti, i “niños” non avrebberofatto storie.

La Primavera dei popoli

Mancavano pochi giorni alla data prevista per l’arrivo della Legione, quando la città fu scossa da un fremito: Milano, ch’era insieme a Venezia la città maggiore delle regioni occupate dagli austriaci, era insorta e la sua gente combatteva per le strade. Solo pochi giorni di marcia la separavano dal confine del Regno di Sardegna, così ci si domandava cosa aspettasse re Carlo Alberto a sfruttare quella magnifica occasione: se davvero mirava a cacciare gli stranieri dal Lombardo-Veneto, non c’era un minuto da perdere.

Anita fremeva, e ci restò malissimo quando apprese che José era già sbarcato a Genova con duecento uomini; in capo a qualche giorno le scrisse di essere occupatissimo a ingrossare i ranghi della Legione, poi di avere un appuntamento col re in persona, e ancora che Carlo Alberto lo aveva trattato con vischiosa freddezza, così che i volontari avrebbero combattuto non già sotto le bandiere con lo scudo di Savoia, ma inalberando il tricolore del Governo provvisorio lombardo.

Di tutto diceva con precisione, tranne che della data e del luogo in cui si sarebbero potuti incontrare, e i suoi peggiori sospetti presero corpo: di fare un’altra volta la rivoluzione insieme a lei, José non aveva nessuna voglia.

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