Gobetti e i suoi amici: l’altra Italia possibile

Nella sua breve vita, l’intellettuale morto cento anni fa, minato dai pestaggi dei fascisti, ha collaborato con Einaudi, Croce, Saba e Montale. Come Matteotti, di cui scrisse, rappresentava un’alternativa al regime scelto dagli italiani

Nella breve e intensa vita di Piero Gobetti - nato nel 1901 e morto nel 1926 - si riassume il senso delle occasioni colpevolmente mancate dagli italiani che si consegnarono a una disastrosa esperienza totalitaria.

I nomi di coloro che Gobetti incrociò nella sua operosissima giovinezza scandiscono l’alternativa alle caratteristiche strutturali di di ogni nascente regime totalitario, cioè violenza e propaganda: Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Rodolfo Mondolfo già al liceo, con la sua rivista “Energie Nove” e Umberto Saba, Eugenio Montale, Natalino Sapegno con “Il Baretti”. Così come fondamentale, per comprendere Gobetti, è la sua considerazione di Giacomo Matteotti, a cui dedicò un intenso profilo biografico, pubblicato poco prima che, nell’agosto 1924, il ritrovamento del corpo del deputato socialista ne confermasse l’avvenuto assassinio.

Vi è, nelle biografie di questi due oppositori del regime, un tratto comune: quello di aver saputo prevedere, studiando i caratteri visibili dell’azione politica, la deriva totalitaria.

E sono accomunati anche nel tipo di reazione violenta che la loro acutezza intellettuale e politica provocò.

La prima violenza fu quella poliziesca e mediatica, per usare un termine contemporaneo.

L’uso propagandistico accorto - e in un certo senso vicino a certe derive di oggi - della comunicazione politica, si ritrova nell’iniziativa del governo che fece immediato seguito al discorso con il quale Matteotti il 30 maggio 1924 denunciò le violenze e i brogli elettorali dei fascisti. La sera stessa un dispaccio governativo diede le direttive a quarantacinque giornali amici, manganellatori mediatici all’occorrenza (nell’elenco anche Serafino Biondi, direttore de La Provincia di Como): con l’ordine di additare Matteotti come un provocatore antipatriottico perché negava il “formidabile consenso” elettorale dei fascisti e offendeva “la volontà del popolo italiano”; un armamentario propagandistico destinato anche a produrre “l’inevitabile e doverosa reazione” dei fascisti.

Il telegramma di Mussolini

Quella stessa “doverosa reazione” che Mussolini aveva sollecitato ai suoi arditi il 22 febbraio 1924 nei confronti di Piero Gobetti con le parole: «Ha bisogno di una severa lezione fascista. Ve ne incaricherete voi»; mentre, nelle veste di capo del governo, qualche giorno dopo telegrafava al prefetto di Torino ordinandogli di «rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo».

Il 9 giugno 1924 - il giorno che precede il delitto Matteotti - ossequienti poliziotti perquisiscono la casa di Piero Gobetti a Torino e sequestrano tutte le sue carte.

La maschia volontà fascista si incaricherà poi di colpire con la violenza entrambi, il pensatore liberale e il deputato socialista; la stessa strutturale violenza che aveva colpito e colpirà in seguito altre migliaia di socialisti, comunisti, popolari, liberali.

Riduzione al silenzio

Il tema di fondo della propaganda era l’individuazione da parte degli organi di stampa amici di ciò che è “opportuno e veramente patriottico”. Una prospettiva coerente con la logica fascista dell’esclusione dalla cittadinanza dei “non patrioti” cioè non fascisti.

Vale senz’altro per il liberale Piero Gobetti, capace di immaginare una via diversa, per il pensiero liberale autentico, da quella dell’acquiescenza di larga parte della borghesia ai proclami “legge e ordine” del fascismo che erano la tessitura della imminente rovinosa dittatura. L’intolleranza, venata di vittimismo, alla critica politica, evoca la riduzione al silenzio di coloro che, come Piero Gobetti “si ostinano” ad opporsi al nascente regime.

In una scena di “Amarcord” di Federico Fellini “questa ostinazione a non voler capire” è il commento dell’anziano fascista che collabora alla violenza della somministrazione dell’olio di ricino ad Aurelio Biondi, padre del protagonista del film, Titta. Lo stesso Fellini così descrive un aspetto del contesto emotivo del fascismo: “Fascismo e adolescenza continuano ad essere in una certa misura stagioni storiche permanenti della nostra vita. L’adolescenza, della nostra vita individuale; il fascismo, di quella nazionale. Questo restare, insomma, eternamente bambini, scaricare le responsabilità sugli altri, vivere con la confortante sensazione che c’è qualcuno che pensa per te, e, una volta è la mamma, una volta il papà, un’altra volta il duce, e poi il vescovo, e la Madonna e la televisione”.

Vi è, in Gobetti, esattamente il contrario: il rifiuto dell’acquiescenza, il rifiuto di ciò che a un certo punto sembra ovvio. Si tratta del frutto della sua straordinaria vitalità che si traduce in un’altrettanto straordinaria capacità di iniziativa.

Le riviste già citate, fondate e dirette da giovanissimo; la pratica giornalistica e gli studi filosofici e politici; la curiosità intellettuale che lo porta a collaborare, con articoli di critica letteraria e teatrale, all’“Ordine Nuovo” di Gramsci.

La sintesi del suo contributo al pensiero politico si trova nell’idea di “rivoluzione liberale”, titolo di una rivista uscita a partire dal febbraio 1922 e di un libro pubblicato nel 1924. La sua originale proposta è quella di un rinnovamento nazionale basato sul coinvolgimento della classe operaia, rimanendo nel perimetro costituzionale ed economico liberale: un’idea che rimane provvisoria e non sviluppata a causa dell’impraticabilità del confronto di idee sotto il governo mussoliniano. L’ossequiente polizia e la milizia fascista sono di casa, con irruzioni e sequestri, nelle sedi in cui Gobetti tenta di proseguire la sua attività editoriale e giornalistica.

Finché, dopo avere subito anche ripetute violenze fisiche dagli squadristi, decide di andare in esilio a Parigi, dove morirà il 15 febbraio 1926.

Il pensiero liberale di Piero Gobetti sembra del tutto coerente rispetto alla futura logica costituzionale repubblicana di inclusione delle contingenti minoranze nella cittadinanza politica e decisionale: nella democrazia costituzionale non si “vince” escludendo gli sconfitti, ma ci si pone temporaneamente al servizio dei cittadini, includendo per quanto possibile chi è portatore di altre posizioni.

Su questa base Piero Gobetti è capace di cogliere, in parallelo, i segnali della deriva e le necessità di rinnovamento.

Quando scrive - con l’amara consapevolezza che il destino tragico di Matteotti si è compiuto - “non si può dire quel che avrebbe potuto fare domani come ministro degli interni o delle finanze: ormai è già leggenda” noi ben possiamo riferire a lui quelle parole, sapendo che la sua statura intellettuale avrebbe potuto dare un contributo fuori del comune allo sviluppo del pensiero liberale in direzioni originali, sia resistendo al totalitarismo, sia arricchendo la storia democratica repubblicana.

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