Il C3 sul fondo del lago: la rivalsa di Vassena

La storia dell’inventore lariano raccontata da un suo assistente. Nel 1948 toccò i -412 metri con il batiscafo, chiamato come la cella in cui era stato rinchiuso durante la guerra

Argegno, 1948

Fermatelo, che si vuol buttare, tenetelo fermo! Ecco, ecco che sfugge, bloccatelo in due, in tre!

L’acqua è un gorgo che riassorbe ogni peso, ogni sostegno, nel suo occhio scuro ribolle un rigurgito – uno solo – prima che la palpebra blu si richiuda come una tomba.

È là sotto, ora, sta scivolando sempre più a fondo, nell’abisso che scurisce, spostando banchi di pesci, oscillando tra i faraglioni sommersi. E lui vorrebbe andare giù, giù, a picco, per riprenderselo a mani nude, abbracciarlo e sospingerlo in superficie.

C3, lo ha chiamato, “la sua creatura” dice, C3, un batiscafo di dieci tonnellate a cui vuol bene come a un figlio. Otto metri d’acciaio, quando l’ho visto nella sua officina ci ho passato la mano, ho spiato gli oblò di cristallo che mi fissavano come occhi marini. Una balenottera lucente.

Allora Pietro mi ha fatto calzare i suoi sci d’acqua e, insieme, abbiamo fatto quattro passi sul pelo del lago, vestiti di tutto punto, sissignore, due gentiluomini a piedi sull’acqua e come ci guardavano, da fuori, ci indicavano col dito dalla riva!

Lui lo fa una mattina sì e una sì, un giro sotto il Ponte Vecchio, intorno all’Isola Viscontea, a guardare i pesci neri, sul fondo, e le scintille lucenti del primo sole che segnano la superficie. Come un nuovo Cristo, come un Dio, camminare sull’acqua mi dà un senso di potenza. Lo capisco, ora, e so perché l’ha fatto.

Un motore a benzina da cento cavalli, uno elettrico per l’immersione, una mano sul timone di direzione, una su quello di profondità, nella cavità cieca della sua creatura immagino cos’abbia provato. Un senso di regressione uterina, un ritorno a quando era disincarnato.

Lo ha chiamato C3, come la cella in cui era stato chiuso quando l’hanno arrestato durante la guerra, si dice. Sospettato di rifornire di Gasogeni i tedeschi, la stessa vertigine, l’affondo, e ora quel nome, C3, segna il suo batiscafo. È un monito? Una rivalsa? Forse il disegno che passava e ripassava, con la matita, durante la prigionia.

Gliel’ho chiesto, non mi ha risposto.

Me lo ricordo, il bussolotto trainato dall’autocarro, attraversare Lecco in un giorno di neve.

La gente rideva di quel pesciolone lucente ormeggiato alla Canottieri, lo fissavano incuriositi e scettici, affamati di fallimento. Così è, da noi, la gloria: una lotta contro i pronostici del popolo. Tutti a ridere quando lui e Nino Turati uscivano ed entravano dalla torretta e si guardavano intorno un po’ più seri, un po’ più distanti.

Ma che silenzio, poi, durante il varo – in migliaia muti, in attesa – lo si poteva toccare, quel vuoto che si era mangiato ogni rumore, lo stesso in cui il C3 si calava, sparendo, per poi emergere.

Io c’ero il dodici marzo, a Argegno. Fu lui a invitarmi, ed io accettai.

Guardavo l’acqua da fuori, prima, dove la superficie scurisce e lì lo sai, lo senti, che la fossa ha inizio, che ti puoi incuneare e scendere: il punto più profondo dei laghi d’Italia. Lo stomaco, il ventre.

Ricordo la prima volta che entrai in un sommergibile, c’era la guerra. Io e gli altri subito seri, senza più guardarci negli occhi. D’improvviso, accorgerci di avere un corpo, di essere degli organismi e chiederci, mentre i motori fremono, perché. Quale spinta ci abbia fatto entrare, uno dopo l’altro, in questo tubo di lamiera, quale scelta di altri, farci affondare piano, mentre l’acqua copre gli oblò e sentiamo che il fiato potrebbe non bastare. Si scende e mi ritrovo a pregare in testa, in silenzio.

Pregavo anche quel giorno, mentre lo calavano. Prima a vuoto, con un trucco da prestigiatore: Pietro aveva attaccato una sveglia a una cornetta, ne ascoltava il ticchettio. Teneva il tempo e si assicurava che l’acqua non invadesse l’abitacolo.

Poi, con lui e Nino, lì dentro. La Guardia di Finanza controllava la discesa.

Il ricordo è intatto: cento metri sott’acqua e tiriamo il fiato, almeno è un risultato. Duecento e non ci crediamo. Trecento e loro rispondono ancora. Un secondo, due, un intero minuto.

Quattrocentododici metri: il pesciolone d’acciaio ha raggiunto il fondo. Record del mondo.

Vassena in bianco, lo rivedo, portato a braccio dalla folla, un corpo sui corpi, i festeggiamenti e l’ebbra allegria di un istante in cui il mondo si è fermato in fondo al nostro lago.

Capite, perché oggi si vuole tuffare giù, dietro alla sua creazione?

Lo stavamo trainando al largo di Capri e una svista – il portellone aperto per far respirare l’abitacolo – l’acqua entra e non puoi contare fino a cento che già si è inabissato.

Sono stati i fantasmi del mare, dice uno dei marinai. Già la tempesta li mosse e mescolò, in un rimestare di alghe, le loro ossa antiche. Dal fondale, ora, hanno tratto a sé il batiscafo. Laggiù, dove gli anemoni di mare ospitano strani pesci avvezzi all’ombra degli abissi, dice, giacciono vascelli. E navi da guerra e soldati con polpa sulle guance, labbra blu sui denti non ancora ritratti. Sono stati loro a prendersi il C3, affinché nessun vivo scoprisse il loro segreto, ripete il marinaio, invitandoci a guardare.

E ora, cercando nell’acqua scura, ci pare di scorgere un brillio distante, forse una lacrima, forse un sorriso di latta.

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