Il Conte Rosso e la bellezza
Un numero monografico de “L’Ordine” dedicato a Luchino Visconti a cinquant’anni dalla morte: il legame con le ville sul Lario e sull’Isola di Ischia, l’estetica e i valori portati nel cinema, ma anche nell’opera e a teatro, la sua eredità culturale
«La scena in cui Livia corre per le strade come una folle gridando “Fanz!” mi è costata quattro corde vocali... Ho gridato “Franz!” per quattro notti di seguito e, dopo di allora, non ho più potuto portare la voce agli acuti...». Così Alida Valli ha risposto a una domanda sul perfezionismo di Luchino Visconti, in un’intervista rilasciato allo storico, nonché compianto collaboratore di questo giornale, Giorgio Cavalleri.
Potrebbe essere “libertà, uguaglianza e bellezza” il motto del grande regista, rimasticando quello della Rivoluzione francese. La sua esperienza partigiana da sola meriterebbe un film. La sua militanza nel Pci, tra alti e bassi, è durata fino alla morte e gli è valsa il soprannome di Conte Rosso. Portò nel mondo degli ultimi l’estetica decadente che aveva assorbito dai genitori - il padre Giuseppe Visconti di Modrone e la mamma Carla Erba, ereditiera di una famiglia di industriali farmaceutici - creando un unicum che emerge in tanti film: da “La terra Trema” (1948) a “Rocco e i suoi fratelli” (1960), cui abbiamo dedicato la foto di copertina. Una rappresentazione decadente della “lotta di classe” è anche quando, a Bellagio, gli squattrinati Annie Girardot e Renato Salvatori si fermano davanti a un hotel di lusso, il Grande Bretagne, e vengono allontanati da un cameriere. Lei gli dice che lì ti chiedono addirittura 10mila lire per una stanza e lui le promette che ve la porterà prima della fine dell’anno. Ma il finale sarà ben altro (non per i due attori, però, visto che sul set si innamorarono e in seguito di sposarono).
Quest’anno cadono ben due ricorrenze importanti di Luchino Visconti: il cinquantesimo della morte (in 17 marzo) e i centodieci anni dalla nascita (2 novembre). Se non bastassero questi anniversari, il legame con il territorio lombardo, e lariano in particolare, ci offre un motivo ulteriore per dedicargli il numero odierno de “L’Ordine”. Abbiamo aperto con la citazione di Alida Valli, perché con un articolo in presa diretta su “Senso” si chiude questo numero, ma anche perché la “diva controvoglia”, pure legata al Lago di Como dove era cresciuta, è anche colei che ha fatto scoprire a Visconti la villa di Ischia, dove è sepolto e di cui ha scritto per noi Michelangelo Messina. Una vita racchiusa, dunque, anche tra due ville: quella degli Erba affacciata sul Lario a Cernobbio e La Colombaia, che invece guarda dall’alto il Mar Mediterraneo. Entrambe simbolicamente orientate verso il tramonto.
Sebbene a Cernobbio Visconti abbia passato le estati solo fino al 1929, è lì che lo immagina Giovanni Testori nelle pagine centrali di questo nostro inserto. Perché se in quell’immenso parco con i fratelli è stato educato alla bellezza e ha inventato i primi colpi di teatro - i ragazzini si cospargevano di borotalco e salivano sulla balaustra fingendosi statue, per poi gettarsi improvvisamente nel lago quando i natanti erano vicini - il gusto ricercato con cui il padre aveva rinnovato Villa Erba si ritrova nei suoi film , come il “Gattopardo”, in cui ha voluto seta alle pareti, anziché carta.
In un numero incentrato sull’eredità culturale che Visconti ha lasciato a tutti noi, chiudiamo l’introduzione con un ricordo di quella che ha trasmesso ai più diretti discendenti.Nel 1972 il regista fece ritorno a Cernobbio. Dimesso da una clinica di Zurigo, dove era stato ricoverato in seguito a un ictus, fu ospite della sorella Ida Pace per la convalescenza. Luchino non si limitò a rieducare il suo corpo nel parco disseminato di ricordi, muovendosi con un bastone e una sedia a rotelle, ma volle riprendere il lavoro, perché prima del malore aveva terminato le riprese del film “Ludwig” e gli restava il montaggio. La sorella fece abbattere un muro tra le scuderie e la palestra, creando uno spazio per lo studio di moviola. «La nostra casa» ricorderà anni dopo la nipote Anna Gastel «fu aperta a tutti i suoi amici e colleghi»: da Franco Zeffirelli a Helmut Berger, da Claudia Cardinale ad Alain Delon. «Fu un periodo di grande interesse per noi, che avemmo la possibilità di conoscere tutto il cinema e il teatro italiano e non solo». Non a caso Anna, tra il Fai e il Festival MiTo SettembreMusica, e il fratello Giovanni Gastel, fotografo e poeta, hanno dedicato la vita alla bellezza.
Pietro Berra
© RIPRODUZIONE RISERVATA
