(Foto di Ansa - Andrea Fasani)
La crisi in corso vista dalla docente italo-iraniana Farian Sabahi. «Troppe pressioni per frammentare il Paese da fuori. Sarebbe meglio porre fine alle sanzioni dannose per il popolo, soprattutto per le donne»
Iniziate sul finire del 2025, le proteste nelle strade e nelle piazze delle città iraniane non sono state fermate nemmeno dalle uccisioni di massa con cui il regime degli ayatollah ha provato a reprimerle. Le persone rimaste uccise nella repressione potrebbero essere tra 3.428 e 4.519, secondo quanto rilevato da due ong iraniane, rispettivamente Iran human rights e Hrana (Human rights activists in Iran). La violenza però non è stata l’unica strada scelta per mettere a tacere un popolo e un’intera generazione di giovani che, ancora una volta come già è accaduto negli ultimi anni, hanno messo in gioco la propria vita sperando di ottenere un futuro e una vita diversi. «Una vita dignitosa», anzi, è l’espressione che sceglie Farian Sabahi, docente universitaria all’Università dell’Insubria e giornalista italo-iraniana che da anni, nelle aule, in tv, nei libri e sui giornali, si occupa di raccontare il popolo iraniano. La sua analisi è uno strumento utilissimo per leggere un presente in continua evoluzione: dai video della violenta repressione che hanno riempito i nostri social al silenzio assordante imposto dal blocco di Internet che limita le comunicazioni ma anche fino al sostegno per il figlio dello scià che si fa strada in Europa.
Il 28 dicembre la miccia sono stati l’inflazione a due cifre insieme al carovita e alle mancate promesse di sviluppo economico in aree marginali del paese, a cui si sono subito aggiunte rivendicazioni di maggiori diritti.
È assai verosimile che al tredicesimo giorno di proteste vi siano state infiltrazioni del Mossad e della Cia tra i dimostranti, individui che hanno sparato sia contro i dimostranti sia contro i poliziotti. Individui che hanno utilizzato mezzi simili a quelli dell’Isis. A sostegno di questa tesi vi sono le dichiarazioni di Mike Pompeo, ex capo della Cia, e di un ministro del governo israeliano: hanno scritto sui social che gli uomini del Mossad camminavano fianco a fianco ai dimostranti per le strade di Teheran.
L’obiettivo di Israele sembra essere smembrare l’Iran, frammentare un paese grande cinque volte e mezza l’Italia con 92 milioni di abitanti. Fare a pezzi l’Iran sarebbe, per Israele, un modo per indebolire l’Iran. Israele è il Paese per gli ebrei ed è, in questo, un unicum nel Medio Oriente dove etnie diverse convivono. Frammentare l’Iran in piccoli Stati nazione darebbe alla leadership di Israele una giustificazione per non tollerare la diversità al suo interno.
Secondo molti autorevoli analisti, e secondo esponenti della leadership israeliana, l’obiettivo di un intervento militare USA e israeliano non sarebbe il cambio di regime ma il suo collasso con successivo bombardamento a tappeto dell’Iran e delle sue infrastrutture, per creare una situazione paragonabile a quella della Siria. Una situazione del genere sarebbe catastrofica per l’Iran e per i suoi abitanti.
Le prime sanzioni risalgono al 1979, in concomitanza con la presa degli ostaggi nell’ambasciata statunitense a Teheran. Dopo decenni di sanzioni internazionali, dopo i bombardamenti israeliani e statunitensi del giugno 2025, dopo le minacce del presidente US Donald Trump di attaccare Teheran per poi far marcia indietro, l’unica soluzione è mettere fine al regime sanzionatorio. Soltanto così la popolazione iraniana potrebbe tornare ad avere una vita dignitosa e riprendere le forze per rovesciare, con le proprie forze, un regime che per anni ha negato i suoi diritti.
Questo vale anche nel caso in cui la comunità internazionale volesse aiutare le donne iraniane. In una società patriarcale come quella iraniana, il capo famiglia è il marito, come lo era d’altronde in Italia fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975. Inoltre, secondo il diritto islamico, è il marito a dover mantenere la moglie e i figli. In questo contesto, quando c’è crisi economica i datori di lavoro licenziano dapprima le donne, cercando di salvaguardare i posti di lavoro degli uomini. Di conseguenza, in questi decenni di sanzioni internazionali in Iran il tasso di occupazione femminile è diminuito. Paradossalmente, le ragazze sono però i due terzi della popolazione universitaria e i due terzi dei laureati. Anche per aiutare le donne iraniane, togliere le sanzioni sarebbe opportuno. Ma non basterebbe a risollevare l’economia di un paese governato da cleptocrati.
Spesso in televisione quando si parla di donne iraniane vengono mostrate donne del Marocco, velate, laddove invece in Iran da circa un anno il velo non è più imposto con violenza, come lo era prima, e tantissime ragazze e donne di ogni età non si coprono più i capelli. Mi è stato inoltre riferito di attiviste iraniane cresciute in Italia che hanno raccontato che in Iran le bambine non possono andare a scuola. Non so se la loro è ignoranza o mala fede, ma in Iran la scuola è obbligatoria e due terzi delle matricole universitarie e dei laureati sono giovani donne.
Una vita dignitosa e diritti che noi, in Europa, diamo per scontato. Possiamo fare riferimento alle quattro libertà di Roosevelt: di parola e di espressione, di culto, dal bisogno e dalla paura.
Di certo inveire continuatemene contro Israele e contro gli US non è stata una scelta politica accorta. Così come finanziare Hamas, gli Hezbollah libanesi, gli Huthi yemeniti e Assad in Siria perché questi finanziamenti hanno sottratto risorse che sarebbe stato meglio destinare a progetti di sviluppo in Iran.
Le minacce mi erano già arrivate nell’autunno del 2022 e nella primavera del 2023. In quei mesi a minacciarmi erano stati esponenti del movimento Donna Vita Libertà attivi nella diaspora. Si era trattato, tra gli altri, di signore iraniane che mi hanno minacciata sui social utilizzando degli pseudonimi e la cui vera identità è emersa dopo che la Procura di Torino ne ha fatto domanda negli Stati Uniti. Si era trattato di intimidazioni e di minacce di morte, queste ultime provenienti da uomini iraniani nella diaspora che non conosco ma che avevano letto di me come di “un’agente del regime iraniano” e quindi ritenevano opportuno uccidermi. Accusarmi di essere un’agente del regime non ha senso, tenuto conto degli innumerevoli premi che ho vinto per la difesa dei diritti umani, ma è un modo per screditarmi. Per mesi sono stata accompagnata nei miei eventi pubblici dalla Digos. Recentemente il problema si è riproposto.
Queste minacce sono il segno di quanto sia divisa la diaspora iraniana e di quanto sia staccata, nei suoi propositi, dagli iraniani in Iran. Una parte della diaspora iraniana in Italia chiede con insistenza che l’Iran venga bombardato e durante la guerra dei dodici giorni, lo scorso giugno, faceva il tifo per Israele. Ma gli iraniani in Iran non vogliono – ovviamente – essere bombardati.
Il principe Pahlavi si è totalmente screditato chiedendo a Israele e agli USA di bombardare l’Iran. Come puoi amare il tuo paese se chiedi a una potenza straniera di distruggerlo? Da quanto ho letto su Haaretz, il quotidiano israeliano di sinistra, in opposizione al governo del premier Netanyahu, le immagini in cui gli iraniani in Iran inneggiano al principe Pahlavi sarebbero state create dall’intelligenza artificiale. Gli slogan in suo favore sono molto più numerosi nella diaspora che in Iran. Si tratta di una campagna mediatica in cui il principe viene appoggiato da Israele, tant’è che nelle sue apparizioni su Instagram ha dichiarato che come prima cosa, dovesse cadere il regime e guidare lui la transizione, riconoscerebbe lo Stato di Israele.
La questione è questa: riconoscere lo Stato di Israele, che ha aggredito l’Iran a giugno 2025, è una priorità per gli iraniani in Iran? Onestamente, non credo proprio. Inoltre, nei giorni scorsi il principe ha auspicato il bombardamento dell’Iran, di quello che dovrebbe sentire come il suo Paese: un’assurdità. Detto questo, il cognome Pahlavi evoca lo splendore dell’antico impero persiano, ma anche le diseguaglianze sociali ed economiche degli anni Sessanta e Settanta, le torture inflitte dalla polizia segreta dello scià (la terribile Savak, addestrata da US e Israele), e l’asservimento a Londra e Washington. Nel caso del principe, l’asservimento è anche nei confronti di Israele, visto che è andato a baciare la mano di Netanyahu. Paradossalmente, lo scorso fine settimana nelle manifestazioni a Londra c’erano più bandiere di Israele che bandiere monarchiche.
Quello che è successo nelle strade iraniane ricorda gli eventi dell’agosto 1953, quando la CIA e l’MI6 (i servizi segreti britannici) rovesciarono il premier Mossadeq che aveva osato nazionalizzare il petrolio iraniano. Ora come allora, al centro stanno le risorse strategiche dell’Iran. Oggi l’Iran è il fornitore di missili e droni alla Russia, e il petrolio iraniano va per l’80 percento in Cina. Attaccare l’Iran è, per Trump, un modo per colpire Mosca e Pechino.
È un discorso complesso, ne ho scritto ampiamente nel mio saggio “Storia dell’Iran 1890-2020” disponibile anche in formato audio su Audible. Uno dei personaggi chiave fu il sociologo Ali Shariati, che però morì in circostanze misteriose a Londra nel 1977. La rivoluzione del 1978-79 fu il risultato di più fazioni islamiche e laiche. Se fu Khomeini a prendere il sopravvento fu in buona parte per il suo carisma, per una migliore organizzazione sul territorio e per la mancanza di scrupoli nell’uccidere coloro che potevano giocare il ruolo di antagonisti.
Suggerisco di diffidare di tutti coloro che scrivono e parlano di “rivoluzione” prima che questa si avveri, e di tutti coloro che parlano di Iran senza esserci mai stati. Tra i migliori commentatori a livello internazionale vi sono Trita Parsi, Jeffrey Sachs, Negar Mortazavi. In italiano, sono disponibili online le analisi della giornalista Luciana Borsatti su Valigia Blu e sull’Huffington Post, Alberto Negri scrive di Iran per il manifesto, Maria Cuffaro ha più volte trattato l’argomento Iran nella trasmissione TG3 Mondo.
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