La meraviglia nella tomba del faraone

Cento anni fa Carter entrava nella camera sepolcrale di Tutankhamon. È l’archetipo di tutte le scoperte archeologiche: l’emozione sublime dell’improvviso ritorno di un passato che si credeva perduto accompagnata però dal senso di colpa di chi viola un luogo altamente sacro

di Flaminia Cruciani

Il 26 novembre 1922 la storia dell’archeologia fu sconvolta da una clamorosa scoperta, la tomba intatta del giovane faraone Tutankhamon nella Valle dei Re a Luxor, l’antica Tebe, in Egitto. Era un secolo fa.

Nel suo libro (Howard Carter, Tutankhamen, Garzanti 1996) Howard Carter racconta la scoperta con parole emozionate: «Era giunto il momento decisivo. Con mani tremanti praticai un piccolo foro nell’angolo in alto a sinistra. L’oscurità e il vuoto incontrato da una sbarra di ferro spinta fin dove fu possibile ci rivelarono che, qualunque cosa si trovasse oltre quel muro, c’era uno spazio libero e non uno sbarramento di detriti come nel corridoio appena ripulito… ampliando un po’ il foro, vi inserii una candela e scrutai dentro. Lord Carnarvon, Lady Evelyn e Callender mi stavano alle spalle, in ansiosa attesa. Sulle prime non riuscì a distinguere nulla, perché dalla stanza veniva un soffio di aria calda che rendeva la fiamma tremolante; poi man mano che i miei occhi si abituavano al buio, i particolari del locale emersero lentamente dall’oscurità: animali dall’aspetto strano, statue d’oro, ovunque il luccichio dell’oro. Per un attimo - che dovette essere sembrato un’eternità a quanti mi attorniavano - rimasi muto dallo stupore, e quando Lord Carnarvon, incapace di attendere oltre, mi chiese ansiosamente: “Riuscite a vedere qualcosa?”, fui solo capace di rispondere: “Sì, cose meravigliose”».

Una lunga ricerca

Come disegnatore al seguito di diversi egittologi, Carter aveva iniziato la sua carriera nel 1891 a 17 anni. Fra gli altri, lavorò ad Amarna con l’archeologo britannico Flinders Petrie, dal quale imparò moltissimo poiché utilizzava tecniche di indagine e di classificazione molto avanzate per l’epoca. Nel 1899, senza titoli accademici, Carter fu nominato Ispettore capo delle antichità dell’Alto Egitto dal capo del Servizio di antichità egiziane, Gaston Maspero. E nel 1908 fu proprio lui che lo presentò a un ricco conte inglese, Lord Carnarvon, interessato a intraprendere scavi archeologici a Tebe. La concessione di scavo però arrivò solo nel 1914. Nel 1915 Carter iniziò a esplorare la Valle Occidentale e solo nel 1917 si spostò a indagare un’area triangolare al centro della Valle dei Re, fra le tombe di Ramses II, Ramses VI e Merneptah, mai scavata prima approfonditamente.

Ma dopo ben cinque anni gli scavi non restituirono niente di significativo e Carnarvon decise di interrompere i finanziamenti. Carter però lo pregò di prolungare l’esplorazione per un’ultima stagione sotto la tomba di Ramses VI, l’ultima area non ancora esplorata. I lavori iniziarono il 1° novembre del 1922 e in pochi giorni mise in luce alcuni gradini tagliati nella roccia. Si trattava dei primi dei 12 gradini di una scala che scendeva fino a una porta murata e sigillata con i sigilli ovali della necropoli, con l’iconografia di nove prigionieri, con le mani legate dietro la schiena, sormontati da uno sciacallo. Carter aprì una fessura nel muro, scorse un corridoio dove erano accumulati detriti, oltre i quali appariva un’altra porta murata e intuì che si dovesse trattare di una tomba inviolata. Fermò i lavori, mise due uomini a guardia dello scavo e spedì un telegramma a Lord Carnarvon: «Finalmente fatta splendida scoperta nella valle, straordinaria tomba con sigilli intatti. Ricoperta in attesa del vostro arrivo. Congratulazioni. Carter».

I sigilli del faraone

Il 23 novembre Carnarvon giunse a Luxor, insieme con la figlia Evelyn. Si mise in luce interamente la prima porta e si osservò che su di essa erano apposti i sigilli del faraone Tutankhamon: il faraone fanciullo della XVIII dinastia, morto poco meno che ventenne, vissuto nel XIV secolo a.C. Tutankhamon era nato ad Amarna, la città fondata da Akenathon, ed era stato educato al culto del disco solare Aton.

L’eretico Akenathon trasferì la capitale da Tebe ad Amarna e fu fautore di una profonda rivoluzione religiosa e politica: promosse la riforma atonista dedicata esclusivamente al dio solare Aton e rinnegò la precedente tradizione politeista, che adorava come dio dinastico Amon-ra con sede a Karnak. L’originario nome del faraone Tutankhaton “immagine vivente di Aton” conferma la discendenza da Akenathon suo padre, come è stato dimostrato da un’analisi del dna fatta nel 2010 su alcune mummie della stessa famiglia. Dopo la morte di Akenathon, il faraone riabilitò la teologia tradizionale, ripristinando la supremazia del dio Amon di Tebe, in accordo con la classe sacerdotale, e cambiò nome in Tutankhamon. Nonostante ciò, il faraone Horemheb ne dispose la “damnatio memoriae”, distruggendo iscrizioni e monumenti che lo celebravano.

Il lungo passaggio individuato da Carter mostrava però alcuni segni di violazione, l’intonaco appariva riparato. La squadra degli operai svuotò il passaggio occupato dal pietrame di varia grandezza alla fine del quale c’era una seconda porta murata, esattamente uguale alla prima.

Nel suo racconto appassionato, Carter ci narra l’incredulità e la gioia che sconvolsero i loro cuori nei primi attimi della scoperta: «Bisogna immaginare come apparvero a noi gli oggetti da quel piccolo foro praticato nel muro chiuso e sigillato, rischiarati dalla luce della torcia - la prima luce penetrata nell’oscurità di quella stanza dopo 3000 anni - che si spostava da una parte all’altra, nel vano tentativo di individuare i tesori che stavano dinanzi a noi. L’effetto fu al tempo stesso elettrizzante e sconcertante. Prima di allora forse non avevamo mai immaginato esattamente che cosa ci aspettavamo di vedere, tuttavia mai ci saremmo sognati una cosa del genere: un locale, addirittura quasi un museo colmo di oggetti, alcuni dall’aspetto familiare, altri mai visti prima, ammucchiati l’uno sull’altro in numero infinito. Man mano che la scena si illuminava, riuscimmo a distinguere i singoli oggetti. Anzitutto proprio di fronte a noi c’erano tre grandi giacigli dorati (sin dal primo istante eravamo consapevoli della loro presenza, ma ci rifiutavamo di credere ai nostri occhi), con i fianchi in forma di animali mostruosi dal corpo curiosamente assottigliato, data la loro funzione, ma con le teste di un sorprendente realismo. Animali strani in ogni caso, ma come li vedemmo noi in quel momento, luccicanti nelle tenebre al chiarore della torcia elettrica, come sotto un riflettore, le loro ombre grottesche proiettate sulla parete, essi apparivano quasi terrificanti. Poi, sulla destra, due statue attirarono la nostra attenzione: erano figure di aspetto regale, alte quanto un uomo e di colore scurissimo, disposte l’una di fronte all’altra come due sentinelle, con sandali e gonnellini d’oro, armate di mazza e di lancia, e l’immagine protettiva del cobra sacro alta sulla loro fronte. Queste figure dominavano l’intera scena e i nostri occhi si appuntano anzitutto su di esse...»

Procedure e curiosità

Ma non si poteva procedere senza avvertire le autorità egiziane. Quella notte nessuno chiuse occhio e diversi indizi rivelano che non resistettero alla tentazione di entrare nella tomba, nota come KV62.

La sua esplorazione sistematica restituì «una strana e meravigliosa miscela di oggetti straordinari e bellissimi», uno stupefacente corredo funebre che ammontava a oltre 5000 oggetti. Non molto grande, la tomba era articolata in diverse stanze: il corridoio dava accesso all’anticamera, sulla quale si apriva un piccolo ambiente chiamato l’“annesso” e sulla destra c’era la camera funeraria che comunicava con la “stanza del tesoro”. Ci vollero anni per esplorala interamente, i lavori terminarono nel 1930 e i restauri si conclusero nel 1932. Le stanze erano ricolme di oggetti ammassati e in molti casi fragili che si sbriciolavano al primo tocco e necessitavano di interventi di conservazione molto rapidi.

Dopo essere tornato in Inghilterra, Carter tornò a Luxor nel 1923 per iniziare lo scavo della camera sepolcrale. A causa di enormi tensioni diplomatiche con il Servizio delle antichità, fu costretto a interrompere gli scavi e a riprenderli soltanto nel 1925. La camera funeraria era interamente occupata da una serie di santuari dorati, uno dentro l’altro, che custodivano un sarcofago di quarzite, il quale conteneva a sua volta tre sarcofagi antropomorfi dove era deposta la mummia del faraone. Questo complesso sistema di cappelle e sarcofagi, a scatole cinesi, richiese un paziente lavoro di smontaggio e rimozione.

Le decorazioni della camera sepolcrale richiamavano il momento emblematico del funerale, la cerimonia dell’“Apertura della bocca”, compiuta dal successore Ay, che aveva lo scopo di restituire le funzioni vitali al corpo del faraone, perfettamente conservato dalla mummificazione (si doveva assolutamente evitare la corruzione del corpo del defunto) per assicurargli la vita nell’aldilà. Quando Carter aprì il sarcofago esterno ne trovò un altro al suo interno, interamente lavorato in legno, lamine d’oro e cloisonné, coperto da un sudario di lino sul quale erano state adagiate ghirlande di foglie di salice e d’ulivo, petali di loto e fiordalisi, mentre una coroncina simile era posta sulla fronte.

Ma le sorprese non erano finite, aprendo la seconda cassa antropomorfa rimasero incantati: apparve un’opera d’arte di stupefacente bellezza, un abbagliante sarcofago interamente d’oro che pesava oltre 110 chili, nel quale era stata adagiata la mummia del faraone con la maschera funeraria anch’essa d’oro, posata sul viso e sulle spalle.

Un sovrano malato

Durante i riti di sepoltura, sul corpo del re era stata cosparsa una grande quantità di resina bituminosa, tanto che, maschera, mummia e sarcofago risultavano incollati fra di loro. Ci volle tempo e ingegno per riuscire a separarli. Finalmente quando il corpo del faraone fu sbendato si osservò una frattura della gamba sinistra, confermata da una Tac, fatta nel 2005 dal professor Zahi Hawass. Nonostante fosse giovane, la tac e l’indagine del dna rivelarono che il sovrano non godeva affatto di ottima salute, soffriva di malaria e poco prima di morire si era fratturato il femore. La sua morte fu così improvvisa e inaspettata, probabilmente a causa di un incidente in una battuta di caccia, che fu necessario improvvisare una sepoltura utilizzando una tomba non immaginata per un faraone. I suoi organi mummificati furono custoditi, invece che nei tradizionali vasi canopi, in piccoli reliquiari a forma di sarcofago messi in appositi tabernacoli scolpiti in calcite, posti dentro un santuario monumentale in legno dorato.

Sono commoventi le pagine in cui Carter racconta il momento dell’apertura del sarcofago di pietra: «Nel più profondo silenzio la lastra... si sollevò, lasciando che la luce irrompesse nel sarcofago. Ciò che vedemmo ci lasciò perplessi e leggermente delusi: tutto, infatti, era completamente ricoperto da un fine sudario di lino... svolgemmo l’uno dopo l’altro i vari strati di lino e, quando l’ultimo venne sollevato, un profondo sospiro di meraviglia sfuggì dalle nostre labbra, tanto superbo era lo spettacolo che avevamo dinnanzi: una effigie dorata del re fanciullo, di meravigliosa fattura, riempiva tutto l’interno del sarcofago. Si trattava del coperchio di una splendida cassa antropomorfa lunga circa due metri... e senza dubbio la prima di una serie di bare inserita una nell’altra e contenenti i resti mortali del faraone... Sulla fronte della figura adagiata del re fanciullo si ergevano due emblemi lavorati delicatamente a intarsio, il cobra e l’avvoltoio, simboli dell’Alto e del Basso Egitto. Forse però la cosa più commovente nella sua umana semplicità, era la minuscola ghirlanda di fiori disposta intorno ai due emblemi, e ci piace pensare che proprio questo sia stato l’estremo saluto recato dalla fanciulla, ormai vedova a suo marito... In tutto quello splendore e quella magnificenza regale (ogni cosa luccicava d’oro), non c’era nulla di più bello di quei pochi fiori appassiti, che ancora conservavano i loro colori. Sembravano dirci che poca cosa fossero, in realtà, tremila e trecento anni: nient’altro che ieri e domani. Un piccolo segno di umana spontaneità congiungeva così un’antica civiltà a quella moderna…i nostri occhi si posavano finalmente sulla bara d’oro, che riproduceva la figura adagiata del giovane faraone, simbolo di Osiride oppure, a giudicare dal suo sguardo senza timore, simbolo dell’antica fede dell’uomo nell’immortalità. Molte e violente erano le emozioni che quella vista aveva suscitato nel nostro animo, e per la maggior parte inesprimibili a parole. Ma a tendere l’orecchio in quel silenzio, si sarebbe quasi potuto udire i passi spettrali del corteo funebre che si allontanava...».

Sebbene accatastato, a causa delle piccole dimensioni della tomba, il corredo restituì un’enorme quantità di oggetti stupefacenti, la descrizione dei quali richiederebbe un approfondimento a parte. Uno dei più begli oggetti mai ritrovati in Egitto: un trono ligneo ricoperto di lamine d’oro, con la raffigurazione di Ankhesenamon, sorella e sposa del faraone, mentre lo unge con olio profumato. Alcuni sontuosi carri da parata, letti funerari zoomorfi, 413 “ushabti” (che in egiziano antico significa “colui che risponde”, statuette funerarie seppellite con il defunto allo scopo di svolgere i lavori al suo posto nella vita ultraterrena), numerose statue divine, molti amuleti che costellavano il corpo imbalsamato. E ancora strepitosi gioielli, insegne regali, balsamari, sistri, giochi, mobili e scatole, modellini di barche solari, armi e molto altro. Ma ci fu un oggetto che catturò l’attenzione di Carter per primo, a cui rimase legato per l’eternità. Una coppa denominata la “Wishing cup”, non si trovava al suo posto originario e giaceva proprio sulla soglia, ai piedi delle due statue di guardiani in ebano con gonnellino in oro che dominavano la scena. Si trattava di una magnifica coppa lotiforme ricavata in un unico blocco di alabastro, con due manici a forma di boccioli e fiore di loto, sui quali era raffigurato il dio Heh inginocchiato, simbolo di eternità. Su di essa un messaggio augurale di lunga vita era inciso in blu.

Carter scelse di affidare il suo passaggio alla vita ultraterrena alle stesse parole di buon auspicio e le volle incise sulla sua lapide nel cimitero di Putney Vale a Londra: «Possa il tuo Ka vivere in eterno, possa tu, che ami Tebe, trascorrere milioni di anni, seduto col il volto rivolto al vento del nord, e possano i tuoi occhi vedere la gioia». Il “Ba”, l’essenza divina e spirituale del faraone, nella consueta forma di uccello a testa umana, così magicamente attrezzata e protetta dal sontuoso corredo funebre, si apprestava a compiere il viaggio nell’Oltretomba, nel regno del dio Osiride, per raggiungere l’immortalità.

Questa scoperta catalizzò un gran numero di professionisti e specialisti delle più importanti missioni archeologiche in Egitto che affiancarono Carter. Alfred Lucas, chimico del Servizio delle Antichità, e Arthur C. Mace, egittologo prestato dal Metropolitan Museum, furono fondamentali per la classificazione e conservazione dei reperti. Per la lettura delle numerose iscrizioni intervennero i filologi: James Henry Breasted e Alan Gardiner (tutti noi archeologi orientalisti abbiamo studiato il geroglifico egiziano sulla sua “Egyptian Grammar”). Per placare la curiosità giornalistica per la sensazionale scoperta, Lord Carnarvon decise di dare l’esclusiva a “The Times” di Londra, ma questa decisione creò un’enorme tensione e un generale malcontento della stampa, in particolare di quella egiziana che si sentì estromessa. Iniziò così una vera e propria campagna denigratoria, che sembrerebbe essere responsabile della “maledizione di Tutankhamon”: una maledizione che il faraone avrebbe scagliato su coloro che avevano profanato la tomba. Subito dopo la scoperta, Carter rientrando a casa trovò il suo canarino inghiottito da un serpente. Carnarvon nel mese di marzo fu punto su una guancia da una zanzara e poco dopo ebbe una polmonite che lo portò repentinamente alla morte, il 5 aprile 1923.

Lezioni di immortalità

Secondo l’opinione pubblica erano i primi segni della vendetta del faraone e della sua tomba maledetta. Iniziarono a diffondersi voci insistenti riguardo alla maledizione che avrebbe colpito i profanatori. Howard Carter non fu mai riconosciuto dalla comunità scientifica, non frequentava nessun egittologo, e, nonostante fosse l’artefice di una delle più grandi imprese archeologiche di tutti i tempi, continuò a soffrire di complessi di inferiorità rispetto al mondo accademico.

Se mai vi fu una maledizione legata a questa scoperta, fu proprio l’invidia della comunità scientifica nei confronti di un uomo che dedicò la sua vita all’egittologia, il quale ebbe la fortuna di legare il suo nome a una scoperta senza precedenti, che rappresenta il sogno più sfrenato di tutti gli archeologi. Carter è un nome che non può essere dimenticato, continua a risuonare nei secoli, con il potere magico del suo “ren” (nome) attraverso cui viene tramandata la sua memoria, come immaginavano gli antichi egizi. La scoperta della sua tomba fece del faraone Tut (diminutivo che prese piede nel mondo anglosassone) una star; fu chiamato Tut anche il cane del presidente degli Stati Uniti, Herbert Hoover. Si diffuse repentinamente la Tutmania, un delirio collettivo, in barba alla damnatio memoriae che Horemheb aveva decretato per Tutankhamon.

In pagine vibranti e colme di emozione, Carter racconta in modo magistrale le lezioni di immortalità ricevute dall’archeologia, quando nelle mani dell’archeologo il tempo si arrende, inverte la sua direzione e torna indietro per raccontare: «Credo che la maggior parte degli scavatori abbia provato un senso di timore - d’imbarazzo - penetrando in una stanza chiusa e sigillata da pie mani tanti secoli prima. Per un attimo il tempo, fattore della vita umana, perde tutto il suo significato. Tremila o magari quattromila anni sono trascorsi da quando un piede umano ha calpestato per l’ultima volta il suolo su cui vi trovate... La stessa aria che respirate, rimasta immutata nei secoli, è ancora quella che respirano coloro che posero la mummia a giacere nel suo riposo. Il tempo si annulla in questi piccoli dettagli, e voi vi sentite un intruso».

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