La poesia rock, elisir di lunga vita

Dylan, Springsteen, Jagger, Neil Young e altri non creano mai disillusioni in chi li va a vedere anche se li ricorda belli e dannati in gioventù. A fare la differenza è il contenuto delle loro canzoni

Quando pensiamo agli eroi luminosi della nostra adolescenza, quasi sempre il pensiero va verso i cantanti poeti, quelli che a noi è stato dato di ascoltare, di cantare, di suonare, di tradurre e decifrare, di amare e difendere. Certamente vorremmo che essi vivessero per sempre accanto a noi come divinità benigne e ci accompagnassero fino ai fiumi dell’Ade.

L’averli conosciuti in giovinezza come belli e dannati, trasgressivi e ribelli, incantatori e spezzacuori, dai lunghi capelli biondi e luminosi come Apollo o frondosi e ricciuti come l’uva di Dioniso, non ci crea mai una disillusione fisica o amorosa quando andiamo nuovamente, dopo mezzo secolo, alla cerimonia ritemprante dei loro concerti. Anzi questo prodigio ci conferma che il tempo non è mai passato invano né per loro né, soprattutto, per noi; che il mito è rimasto terso e celeste a donarci la sua ennesima pozione di immortalità che proviene dal tempo e appartiene all’eternità e può essere concessa solo alla poesia. Rivedere Bob Dylan, Mick Jagger o Keith Richard, Neil Young, Bruce Springsteen e Joni Mitchell, come un tempo Leonard Cohen e Lou Reed, ci fa credere che abbiamo seguito degli déi veri e sinceri, non quelli falsi e bugiardi che spregia Dante nella “Commedia”. Questo non è solo un modo per celebrare la gioventù eterna degli dei e dei poeti, ma è un anche un ritrovarsi e un riconoscersi in una schiatta eletta e trascendente, come fossimo stati introdotti ai Misteri Eleusini, dove molti erano i segreti e moltissime le rivelazioni attraverso una lingua simbolica, addensante, avvolgente e iniziatica, come molta della poesia in musica sopracitata.

Il fiume che scorre

Come scriveva il grande poeta greco Nikos Kazantzakis: non possiamo bagnarci due volte nell’acqua dello stesso fiume, ma è il fiume che scorre dentro noi che è mutevole. E nel rivedere e risentire tutti questi vecchi e amati poeti avvertiamo la fretta di verificare se la nostra anima si sia nel tempo rigenerata.

Armonia con il divino

Quasi tutti questi poeti, rappresentano tutti i poeti che abbiamo amato e la loro longevità è lì a testimoniare la loro armonia con il divino e il legame profondo di misericordia verso l’umanità, confermando l’autenticità dei nostri occhi, dei nostri orecchi e dei nostri cuori nel non perdere la via del nostro pellegrinaggio lungo le gioie e i travagli della vita. Tutti i poeti del presente, rappresentano i poeti del passato, soprattutto quelli che non abbiamo conosciuto. I poeti amati e quelli odiati. Quelli sopravvalutati e quelli studiati a scuola. I poeti melanconici e i poeti sarcastici. I poeti di corte e i poeti della prigionia e delle montagne. I poeti laureati come Francesco Petrarca, Torquato Tasso e Ted Hughes e i poeti clandestini e perennemente in fuga come Francoise Villon. I poeti emaciati e statici e quelli erculei e ipercinetici. Poeti segreti e poeti vati. Poeti ermetici e poeti eretici. Poeti benedetti e poeti maledetti. Perché la poesia è la fonte dell’eterna giovinezza e del patto con gli dei e l’infinito del tempo. È il pozzo della bellezza cui attingiamo dosi copiose come dai torrenti che scendono irruenti dai monti della poesia: l’Elicona, il Parnaso e l’Olimpo. Tutti questi artisti che salgono su quelle montagne luminose che sono i palcoscenici con una chitarra elettrica come picozza e un microfono come una coppa da bere in abbondanza, rappresentano il lungo nastro raggomitolato della vita che scende dall’alto come un dono, portata sulle ali dell’aquila di Zeus che ci svela il mistero della longevità dello spirito, in tempi in cui tanta musica che ci viene compressa negli orecchi con le parole esauste, fugaci e insulse di piccoli déi falsi e bugiardi.

Mio padre recitava spesso a tavola a fine cena le poesie di Pascoli con un trasporto e una commozione che gli rompevano la voce. Non aveva mai conosciuto i poeti che cantano, anzi sentiva una dicotomia tra le canzoni, che allora trasmettevano alla radio nazionale e che canticchiava volentieri, ma non stimava e la poesia scritta, che insegnava e ammirava, come fossero due mondi separati, lontani e inconciliabili. Ha vissuto una sorta di schizofrenia tra le canzoni sciocchine che cantava in bicicletta o a mia madre in auto e le poesie sacre che declamava quasi piangendo. Noi siamo stati più fortunati, perché non abbiamo avuto questa scissione sentimentale e abbiamo amato anche e specialmente le poesie che cantavamo. I nostri ottantenni e leggiadri poeti del rock, seguendo i corsi e ricorsi vichiani, hanno riportano in vita il mito degli aedi della Grecia classica. Come i cantori antichi sono andati nelle piazze e nei teatri al chiuso e all’aperto. Hanno suonato alla corte dei principi e dei re. Nelle sgangherate bettole dei diseredati e nei lazzaretti dei senza terra, donando una visione collettiva e un senso di appartenenza e assieme ad una speranza di redenzione e risarcimento, col coraggio e la testimonianza della poesia dei tempi duri, vacui e volgari di cui ci inonda ora un rozzissimo e ammorbante marketing artistico.

Vi saluto con negli orecchi la canzone di Bob Dylan “Forever young” “Per sempre giovane”, un inno augurale che poteva essere scritto dal poeta alessandrino Callimaco nel III secolo a.C. come un inno ad Apollo: “May you stay forever young! /May you build a ladder to the star /And climb on every rung” (“Che tu possa restare per sempre giovane / che tu possa costruire una scala verso le stelle / e salirne ogni gradino”). E mi rammenta quanto abbiamo ancora un bisogno quotidiano di poesia e di poeti e quanto essi abbiano arricchito e difeso la nostra vita dal saccheggio delle parole e dei sentimenti, cui stiamo assistendo giorno dopo giorno, e alle povere vite svuotate e lanciate come sacchi di rane su strade intasate di tanta comunicazione social e dalla falce che gira su chi non sa, mentre i nostri poeti ci illuminano e ci bagnano ancora gli occhi.

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