La transizione green tra politica ed etica

Occorre riflettere su chi paga davvero i costi della conversione verso un’economia verde: servono investimenti, ma anche materie prime al momento estratte solo in Asia e in Africa

La pandemia prima e la guerra in Ucraina ora, stanno mettendo a dura prova il processo di transizione ecologica e digitale che dovrebbe condurre l’Europa nel 2030 a ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990 e nel 2050 a non generarne più grazie ad una economia a “impatto zero”.

Obiettivi ambiziosissimi che, tuttavia, non tengono in conto il contesto di crisi attuale. Per questo motivo il 15 marzo scorso, la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, da un lato ha voluto rimarcare come gli impegni assunti con il “Green Deal”, messo al centro della sua agenda politica, non saranno modificati: «Le nostre priorità politiche - il “Green Deal” europeo, la digitalizzazione e la resilienza geopolitica - rimangono invariate» ma ha poi aggiunto che queste «hanno dimostrato di essere le priorità giuste, ma vogliamo renderle meno costose da realizzare, soprattutto per le nostre piccole e medie imprese».

Tutti d’accordo su questo, ma il problema di quanti siano questi costi e di chi li debba sostenere sembra non emergere con tutta la rilevanza che dovrebbe invece assumere. Se a pagare gli emergenti costi della transizione dovesse essere l’Unione europea, e dunque suo tramite i paesi membri, i pagatori in ultima istanza sarebbero comunque i contribuenti, cioè famiglie e imprese.

I calcoli di Bloomberg

Secondo le stime di Bloomberg, il controvalore dei metalli necessari a garantire la transizione energetica da qui al 2050 è pari a 10.000 miliardi di dollari, una somma in confronto alla quale l’intero budget dell’Unione europea da qui al 2029 (poco più di 1.000 miliardi) o gli investimenti attualmente previsti dal Pnrr italiano per la duplice transizione ecologica e digitale (100 miliardi) appaiono come modellini di intervento in scala (rispettivamente circa 1x10 e 1x100)

Le materie prime

Il problema, peraltro non è solo di costi, ma anche e prima ancora di disponibilità delle materie prime necessarie per alimentare la filiera industriale (in primis la produzione di auto elettriche, di pannelli solari, di pale eoliche). In proposito, il 9 gennaio scorso il Consiglio dell’unione Europea lanciava l’allarme mettendo al centro dell’agenda per il 2023 la scarsità di materie prime che alimentano le filiere alimentari e quelle energetiche.

Volendo limitarsi a queste ultime, come è emerso nel corso della tavola rotonda pan-europea organizzata dal Policy Observatory della Luiss Guido Carli a Roma a metà marzo, la maggior parte dei minerali critici per la transizione ecologica sono estratti in Cina, la quale controlla anche le miniere di diversi paesi in via di sviluppo o emergenti, come il Congo o l’Indonesia. Se si considera la capacità di raffinazione, la Cina addirittura vanta la quasi totalità dell’offerta mondiale. Una concentrazione pericolosa per gli equilibri geopolitici e per il mercato interno dell’Ue, come la recente esperienza del taglio del gas russo insegna.

Una concentrazione che è stata sinora tollerata anche alla luce della scarsa disponibilità dell’opinione pubblica europea ad accettare una maggiore capacità di estrazione e raffinazione. Da un lato, l’opinione pubblica richiede a gran voce ai propri governi e alle istituzioni europee la conversione a tappe forzate verso un’economia verde, dall’altra, la stessa non è disposta ad accettare il degrado ambientale legato all’aumento della capacità di estrazione e raffinazione a casa propria, relegandolo, invece, in qualche lontano paese emergente o in via di sviluppo. Nessuno vuole un rigassificatore in prossimità della propria costa, figurarsi una miniera di litio. Tutti si lamentano se sale il prezzo di bollette e carburante.

La questione morale

Il tema abbraccia anche la sfera etica: è giusto puntare all’impatto zero se a pagarne le conseguenze saranno i paesi meno sviluppati disponibili a sopportare a casa propria (come già fanno) l’impatto ambientale dei processi estrattivi e di raffinazione delle materie prime ?

Non è possibile continuare a lungo a cullarsi nel sogno ecologico e se vogliamo veramente che si trasformi in realtà, dobbiamo accettare il fatto, come implicito anche nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile promossa dall’Onu, che lo sviluppo sostenibile non solo deve tenere conto della dimensione ambientale, ma anche di quella economica e di quella sociale

Lo stop ai biocarburanti, l’adeguamento energetico degli edifici, l’approvvigionamento energetico, la fuga in avanti degli Stati Uniti che hanno rovesciato miliardi di dollari di incentivi sulle loro aziende, sono tutti dossier che impongono una decisione unitaria da parte dell’Unione europea.

L’Italia è allora chiamata a giocare un ruolo chiave in questo contesto europeo, che pone il nostro paese al centro dei nuovi equilibri geopolitici nel Mediterraneo (si pensi all’Africa e ai Paesi dei Balcani).

Presso la propria opinione pubblica, invece, alla politica spetta il difficile compito di proporre strumenti resilienti ai costi della transizione, con un occhio alle elezioni europee dell’anno prossimo.

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