L’uomo di Novate: in viaggio con testori

Nel centenario del grande scrittore, artista e drammaturgo lombardo, gli dedichiamo un numero monografico de “L’Ordine”, aprendolo con lo stralcio di un libro che ha appena pubblicato un suo amico

Era la fine del 1976, e un giorno sulla carrozza apparve una faccia nuova. Salì a Novate, e per la mia insana frequentazione delle pagine letterarie di tutti i giornali, mi parve subito di riconoscerla. A Novate Milanese era nato Giovanni Testori, e lungo la ferrovia c’è ancora la fabbrica di famiglia, che allora portava la curiosa insegna: Testori Feltri & Filtri. L’uomo nuovo dell’8 e 43 assomigliava molto alle foto di Giovanni Testori. Io però avevo letto da qualche parte che lo scrittore viveva a Milano. Perciò, al suo primo apparire su quel treno, decisi che si trattava di un sosia, o forse del fratello. A mettere in dubbio l’identità di quella persona contribuiva una certa mia natura scettica sulla generosità del destino. In altre parole mi sembrava una fortuna eccessiva che il Caso, come compagno di viaggio, avesse portato lì davanti a me lo scrittore che mi aveva dato molte emozioni con la Gilda, il Carisna, il Pessina, la Maria Brasca, il Ciulanda e tutta la bella compagnia di grandi artigiani della disperazione e di sublimi dementi che avevo incontrato nelle pagine dei suoi libri.

La busta rivelatrice

L’uomo di Novate si presentava regolarmente ogni mattina. Certi giorni pensavo fosse Testori, altri giorni mi convincevo che si trattava di un sosia, di un famigliare. Qualche volta lui sedeva proprio di fronte a me, forse perché mi vedeva sempre con un libro in mano, forse incuriosito da una faccia che più tardi avrebbe definito come uscita da un quadro di Gericault, uno dei suoi pittori più amati. Sospettai poi che si riferisse al ritratto di un folle.

Ma un mattino vidi che l’uomo di Novate aveva in mano una busta indirizzata a Giovanni Testori. Non c’erano più dubbi. Tuttavia per qualche mese ancora non trovai il coraggio di affrontarlo.

Poi arrivò il momento. Era un bellissimo mattino di primavera del 1977. Uno di quei giorni in cui anche la perversa operosità lombarda cede alle rivendicazioni sociali e aderisce a uno sciopero generale. Il treno filava sotto gallerie di acacie ingemmate e attraversava i paesi spopolati dai raduni sindacali.

Le prime parole

Lo scompartimento di prima classe dell’8 e 43 era vuoto, e quando il treno fermò alla stazione di Novate Milanese io stavo leggendo un libro di Robert Walser.

Salì Giovanni Testori. I sedili della carrozza erano liberi, non c’era nessuno, tuttavia lui sedette di fronte a me. Interpretai il gesto come un evidente segnale di disponibilità e di incoraggiamento. Così mi decisi a balbettare la frase a lungo masticata in tutta la sua sconvolgente, patetica ingenuità: «Mi scusi… lei è Giovanni Testori?».

Incominciò così una frequentazione quotidiana che andò avanti fino al momento in cui io tradii le Ferrovie Nord per una solidità stanziale nel cuore di Milano, e un’amicizia che durò fino alla sua morte.

Ma per sette lunghi anni, ogni mattina, Testori e io ci trovavamo sull’8 e 43. […]

Quando scendevamo dal treno i discorsi con Testori continuavano senza più spettatori nella torrefazione all’uscita di sinistra della stazione Cadorna. A quell’ora tostavano il caffè e c’era un odore forte, acre. Dopo andavamo assieme fino a piazza del Carmine, dove io allora avevo l’ufficio. Lui proseguiva verso il suo studio di via Brera. Per arrivare in via Cusani mi faceva fare il giro di piazza Castello, invece di scegliere il percorso più breve, che passava per Foro Bonaparte. All’inizio non dissi nulla, poi osai chiedere perché non prendevamo l’altra strada.

«È più corta di qua», rispose semplicemente.

Lasciai passare qualche mese, la nostra amicizia si rafforzò e io osai obiettare di nuovo: «Ma è più corta per Foro Bonaparte».

Con affettuosa convinzione rispose ancora: «È più corta di qua».

Evidentemente il giro attorno al Castello Sforzesco gli evocava storie e ricordi piacevoli di tempi andati. Proseguivamo in via Cusani, via Mercato, e in piazza del Carmine ci salutavamo. […]

L’incontro con Einaudi

Un giorno ci fu un incontro indimenticabile. Era un mattino di gennaio, freddo e nebbioso. Notammo di fronte al Castello Sforzesco, accostata al marciapiede, un’elegante macchina blu targata Torino. Era coperta di brina, aveva il motore acceso e la nuvola di gas azzurrina che usciva dallo scappamento tentava la strada della poesia confondendosi con la nebbia. Al volante l’autista aspettava leggendo il giornale dietro i vetri appannati.

«Guarda, si vede che si è fermato qui a dormire, stanotte» disse Testori.

«Chi?».

«È la macchina di Giulio Einaudi».

Mi raccontò che in quel palazzo abitava Antonia Mulas, il marito era morto da poco e l’editore si era innamorato di lei. Altre volte trovammo l’auto ferma col motore acceso. Qualche settimana dopo nello stesso punto vedemmo la nebbia diradarsi all’improvviso e sul marciapiede davanti al Castello Sforzesco spuntò lui, il re Sole. Monarca assoluto dei territori editoriali italiani, signore delle pagine stampate. Testori lo salutò con molta cordialità, era stato l’editore del suo primo romanzo. […]

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