Manzoni non si tocca: parla agli adolescenti di oggi
“I Promessi Sposi” romanzo civile che ha formato il carattere nazionale. Può essere inteso sempre dai giovani, seppur su piani diversi. Il tentativo di abolirne la lettura a scuola già fallito negli anni Ottanta
Non è la prima volta che, in una pur opportuna revisione dei programmi, l’obbligatorietà di lettura de “I Promessi Sposi” nel biennio della scuola secondaria superiore venga dapprima perentoriamente candidata alla abolizione, poi - sembra che avvenga anche in questo caso - riconfermata con qualche imbarazzo.
Tirare il sasso e nascondere la mano, per saggiare eventuali resistenze, fu simpatico esercizio di un riformismo di facciata già alla fine degli anni Ottanta: ne scrissi in un mio vecchio articolo (“La ragione, la storia, un romanzo. Considerazioni (fore) attuali per Manzoni”, “Sfoglialibro”, a. II, 1989, 5, pp. 48-52). Al di là del metodo, val la pena di fermare l’attenzione sugli scopi dichiarati (su quelli non dichiarati, ciascuno faccia le sue considerazioni). Apparentemente ragionevole il più divulgato: il testo - si asserisce - è troppo difficile per quindicenni di oggi, meno attrezzati delle generazioni che li hanno preceduti: difficoltà che immagino si intenda in senso concettuale più che (o non solo) linguistico.
Ho insegnato per quasi quarant’anni letteratura italiana nei licei, e da ultimo, al “Manzoni” di Lecco, per completamento d’orario ho più volte affiancato all’insegnamento nel triennio del classico quello di italiano in un biennio del liceo linguistico: dunque il tipo di adolescenti cui alludono i consulenti del ministero. Raramente mi occorse una lettura in comune più attenta e silenziosa di quella del romanzo manzoniano: lettura integrale, con pochissimi tagli nelle parti di maggiore impegno storiografico.
Passato e presente
Sullo sfondo di un secolo remoto, andava in scena più di qualcosa del nostro presente, una logica dei rapporti di forza nella quale ciascuno di loro poteva riconoscere momenti della propria pur limitata esperienza. Una società violenta, quella tracciata da Manzoni, fondata sull’ingiustizia, preordinata alla difesa della disuguaglianza. Bastavano i primi capitoli (I-VII) a rendere chiaro come quel mondo funzionasse: una viltà paurosa che si fa complice dell’iniquità, il sapere (il latinorum di Abbondio) come strumento di mistificazione, le leggi e i tribunali che si applicano solo alla «gente di nessuno», come - nel colloquio con Renzo . senza avvedersene rivela il servile leguleio Azzeccagarbugli.
Il microcosmo lecchese
Nel microcosmo della Lecco spagnolesca, cellula del più vasto ordine sociale, siedono commensali ad una stessa tavola il padrone di casa, il signorotto che pregusta i piaceri dell’innocenza violata e il signor podestà, «quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don Rodrigo». La consociazione di farabutti e “gente per bene”, ciascuno col proprio tornaconto, alle spalle di quelle «gente meccaniche e di piccol affare» all’onestà delle quali è negata perfino un’esistenza modesta e oscura. E se il male esige un complice silenzio, quello che oggi si battezza pudicamente “riservatezza”, non perciò i malfattori si sottraggono ad un indecente parlare, e alle orecchie di frate Cristoforo «le parole dell’iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile».
Spesso si ignora quanto potere abbia, anche negli adolescenti attuali, un diffuso sentimento di giustizia. Anch’essi, come Renzo, recano i segni del nostro tempo protervo, e ne conoscono per prova le logiche di sopraffazione, sicché nulla è a lor meno estraneo del significato di queste parole, amate da Primo Levi: «I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque nodo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano l’animo degli offesi».
Diversamente dai consulenti ministeriali, gli adolescenti che oggi leggono il romanzo con occhi nuovi, non dirò che debbano, certo possono riconoscere in Manzoni una dolente, risentita, intransigente consapevolezza della giustizia e dell’ingiustizia, nella società e nelle azioni dei singoli, e su questo terreno Manzoni è assai lontano dal moderatismo accomodante che gli viene spesso attribuito.
La grande letteratura irradia nel lettore il senso dell’importanza di quanto sta condividendo con l’autore: chi lo percepisce non si rassegna a non intendere. In questo sforzo laborioso che il lettore, pur se adolescente, compie su sé stesso si trasmette anche un altro straordinario insegnamento del romanzo (non a caso «senza idillio», secondo la lezione di Ezio Raimnsi), l’appello severo alla libertà di scelta, che è tutt’uno con la responsabilità individuale: pedagogia non dottrinaria, ma incisa nelle antitetiche scelte di Abbondio e Cristoforo, nelle opposte parabole d’esistenza di Gertrude e dell’Innominato.
È questo che i mediocri non capiscono, intenti a erigere steccati a difesa delle poche cose che sanno, e dunque a prescrivere scorciatoie, a suggerire sunti e bignami.
Questo romanzo civile, che ha contribuito a formare il nostro carattere nazionale, si presta ad essere inteso sempre, seppur su piani diversi. È complesso perché complessa è la storia degli uomini: ma se ne è simbolo la “vigna di Renzo”, a indicare che il disordine, il “male”, cova e alligna nella natura come nella società, è questo un compendio non indispensabile, e alla verità del romanzo il lettore perviene percorrendo le numerose “viottole” che Manzoni vi ha disseminato.
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