No alla città trolley, il turismo va pensato
L’Ordine Sul Lario l’equilibrio è già stato superato in diverse aree, a partire da Como dove il rapporto tra visitatori e residenti è superiore a cinque. Vendere il brand non può essere il solo obiettivo neanche quando si progetta il nuovo stadio
La città non è un trolley. Non è una cartolina da consumare in poche ore, né uno spazio neutro pronto per essere attraversato. È un organismo vivo, “luogo della memoria collettiva”, scriveva Aldo Rossi, fatto di relazioni, storia, conflitti, simboli, desideri. È un palinsesto in cui ogni generazione lascia tracce materiali e immateriali: edifici, spazi pubblici, consuetudini, reti sociali. La forma urbana non è mai solo funzione; è racconto di vita. Quando la città viene ridotta a monocoltura, qualcosa si incrina, perché si interrompe quel dialogo tra passato e futuro che rende uno spazio riconoscibile e condiviso.
È ciò che accade quando il turismo supera una soglia apparentemente invisibile ma molto concreta. Non si tratta di negare il valore dell’apertura. Una città di frontiera come Como ha nella sua storia il segno dello scambio e dell’ospitalità. L’incontro con il mondo è parte della sua identità. Ma apertura non significa trasformarla in piattaforma di consumo globale. Governare l’accoglienza vuol dire piuttosto fare in modo che generi scambio e arricchimento, non una alienante fruizione “usa e getta”. Quando la permanenza media si accorcia e l’esperienza urbana si concentra in pochi luoghi iconici, la città diventa scenario, non più comunità.
Oltre i numeri
Negli ultimi anni i flussi turistici sono cresciuti esponenzialmente: milioni di presenze annue nell’area lariana con picchi, nel rapporto tra visitatori e residenti, superiore a cinque a uno nella sola Como. Non è una percezione: è un dato strutturale. L’intensità dei flussi modifica l’uso dello spazio pubblico, orienta le scelte commerciali, incide sulla mobilità e sui servizi. La qualità urbana – accessibilità, vivibilità, equilibrio tra funzioni – diventa più difficile da preservare quando la città deve rispondere a presenze temporanee molto superiori alla popolazione stabile.
Attrarre non basta
Il turismo è una risorsa, genera occupazione e gettito. Ma la sua struttura economica presenta limiti: valore aggiunto concentrato in attività a bassa barriera d’ingresso, occupazione spesso stagionale o poco qualificata, produttività media inferiore rispetto a manifattura e servizi avanzati. Se diventa l’orizzonte esclusivo, riduce la capacità di attrarre e trattenere competenze, indebolisce la diversificazione e le prospettive. Una città cresce in modo strutturale quando sviluppa filiere lunghe, ricerca, innovazione, produzione culturale. La cultura non è solo intrattenimento per visitatori: è produzione di senso, confronto critico, capitale umano.
Inoltre, l’economia turistica produce esternalità critiche: congestione, pressione sui servizi, privatizzazione degli spazi pubblici, aumento dei costi immobiliari. L’espansione degli affitti brevi sottrae alloggi al mercato residenziale, alza i canoni, rende precaria la permanenza di giovani e famiglie. È un processo silenzioso: una porta che cambia targhetta, una scala che perde i propri vicini. Non si tratta di sindrome nostalgica del passato. Sommate, queste trasformazioni producono sostituzione sociale. La città resta fisicamente la stessa, ma si svuota della sua continuità abitativa. E con essa si indebolisce il diritto a restare, a riconoscersi nei propri quartieri, a costruire relazioni durature, a predisporre opportunità per le nuove generazioni.
Qui entra in gioco la “mixité urbana”, la mescolanza di funzioni, redditi, età, attività economiche. Richard Sennett ha scritto che la città aperta accetta la complessità e l’incompletezza, favorendo l’incontro tra differenze. Quando, invece, un quartiere si specializza eccessivamente – solo turismo, solo lusso, solo intrattenimento – perde densità sociale e qualità urbana che dipende dalla coesistenza di abitare, lavorare, studiare, produrre cultura. Senza pluralità, lo spazio si impoverisce, anche se resta esteticamente intatto.
“La città non è un trolley” è dunque una dichiarazione politica prima ancora che urbanistica. È il rifiuto di una visione solo estrattiva del territorio. È l’affermazione che la città è bene comune, non solo merce e brand di consumo. Dentro questo quadro si inserisce il tema delle grandi trasformazioni urbane. Le scelte che incidono profondamente nella struttura della città necessitano di progetti che vadano oltre l’immagine e non siano affidate alla semplificazione del “mi piace” o “non mi piace”. L’architettura non è un post da condividere. È una decisione che segna la vita collettiva per decenni. È potere che si traduce in spazio come scriveva il filosofo Michel Foucault.
Nel caso della riqualificazione dello stadio di Como, il nodo è proprio questo. Non stiamo discutendo soltanto di uno stadio. La visione illustrata dal presidente del Como 1907 – lo stadio come “parco a tema”, sul modello Disneyland, inserito in un ecosistema che unisce turismo, merchandising, media e prodotti – esplicita che l’impianto è pensato come motore di flussi e piattaforma di consumo.
Oggi i rendering raccontano spesso edifici seducenti, luci morbide, persone sorridenti. Raccontano meno il rapporto con il contesto, con la storia, con la scala urbana. L’immagine diventa strumento di consenso rapido, coerente con una logica finanziaria che tratta i territori come superfici di investimento. Ma la bellezza – ricorda Renzo Piano – non è per sedurre: è responsabilità, profondità, costruzione di equilibrio. Il bello è un rapporto tra persone e luoghi. Se questo rapporto viene piegato a logiche esclusivamente economiche, l’abitare si svuota. La misura allora non è dettaglio tecnico: è principio politico. Riguarda scala, impatto, qualità architettonica, relazione con il paesaggio.
Proporzione e metodo
In una città dove il turismo ha già superato la soglia dell’equilibrio, trasformare lo stadio in un ipertrofico acceleratore strutturale di presenze significa fare una scelta precisa di modello urbano. Non è neutra. e non è solo architettura. Produce effetti permanenti su paesaggio, viabilità, spazio pubblico. È l’ulteriore consolidamento di una città che rischia di vivere sempre più di visitatori e sempre meno di abitanti.
Non è, dunque, una crociata contro lo sport o contro l’investimento privato, ma una domanda sulla proporzione e sul metodo, in una città già sottoposta a forti pressioni turistiche e immobiliari. Questo non è un passaggio formale: è il momento in cui si verifica se l’interesse pubblico coincide davvero con la tutela dell’equilibrio urbano.
Il punto non è dire no alla trasformazione. È chiedersi e chiarire in modo trasparente quanto essa rafforzi o indebolisca la mixité, se migliori o peggiori la qualità della vita, se ampli lo spazio pubblico o lo comprima. Gli abitanti non sono spettatori inascoltati di un rendering: sono i primi referenti delle scelte urbane. Hanno diritto a un ambiente salubre, alla tutela del paesaggio, alla mobilità sostenibile, alla casa accessibile. Così come alla partecipazione sostanziale e non formale ai processi decisionali.
Quando la politica abdica al suo ruolo critico e si limita a facilitare, il progetto diventa operazione che risponde solo a logiche di rendimento, non di identità. Vittorio Gregotti parlava del “possibile necessario”: non il massimo, non il più spettacolare, ma il necessario per quel luogo, in quel momento.
La città non è un trolley da riempire di flussi né un rendering da approvare per entusiasmo. È un organismo fragile che vive di equilibri. Può accogliere, ma non dissolversi. Può trasformarsi, ma senza perdere la propria misura. Custodire questo equilibrio non è spirito passatista: è il compito più alto del governo urbano, perché senza equilibrio non resta una comunità che abita, ma solo una scenografia per selfies instagrammabili.
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